Libia, Di Maio a Bengasi per incontrare Haftar: "Adesso dovete riaprire i pozzi"
di VINCENZO NIGRODi rientro a Roma, il ministro degli Esteri lancia alcuni messaggi: "Al generale Haftar ho ribadito che l'Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate il fuoco permanente"
ROMA - Seconda giornata in Libia per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dopo il viaggio di mercoledì a Tripoli, oggi è stato a Bengasi per incontrare il generale Khalifa Haftar. Di rientro a Roma, il ministro lancia alcuni messaggi: "Al generale Haftar ho ribadito che l'Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate il fuoco permanente". Il riferimento è agli aiuti militari che Haftar riceve da Emirati, Egitto e Francia, mentre Tripoli ormai è tenuta in piedi militarmente da missili turchi e da miliziani turcomanni siriani.
Di Maio ha parlato innanzitutto del problema dei pozzi di petrolio bloccati sin dalla vigilia del 19 gennaio (il giorno della conferenza di Berlino). E poi del tema della partecipazione della milizia del generale al Joint Military Committee, il comitato composto da 5 militari dell'Est e 5 dell'Ovest. Secondo Di Maio, il generale gli avrebbe assicurato che i suo…
Di Maio ha parlato innanzitutto del problema dei pozzi di petrolio bloccati sin dalla vigilia del 19 gennaio (il giorno della conferenza di Berlino). E poi del tema della partecipazione della milizia del generale al Joint Military Committee, il comitato composto da 5 militari dell'Est e 5 dell'Ovest. Secondo Di Maio, il generale gli avrebbe assicurato che i suo…
ROMA - Seconda giornata in Libia per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dopo il viaggio di mercoledì a Tripoli, oggi è stato a Bengasi per incontrare il generale Khalifa Haftar. Di rientro a Roma, il ministro lancia alcuni messaggi: "Al generale Haftar ho ribadito che l'Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate il fuoco permanente". Il riferimento è agli aiuti militari che Haftar riceve da Emirati, Egitto e Francia, mentre Tripoli ormai è tenuta in piedi militarmente da missili turchi e da miliziani turcomanni siriani.
Di Maio ha parlato innanzitutto del problema dei pozzi di petrolio bloccati sin dalla vigilia del 19 gennaio (il giorno della conferenza di Berlino). E poi del tema della partecipazione della milizia del generale al Joint Military Committee, il comitato composto da 5 militari dell'Est e 5 dell'Ovest. Secondo Di Maio, il generale gli avrebbe assicurato che i suoi uomini parteciperanno al nuovo incontro che le Nazioni Unite hanno fissato a febbraio.
I messaggi del ministro degli Esteri sono parte della narrativa pubblica che l'Italia ha adottato negli ultimi mesi: "In Libia c'è un popolo che vuole delle risposte. La risposta non può essere però in alcun modo militare. Non possono essere le armi o i bombardamenti. La strada da seguire deve essere inevitabilmente quella del dialogo e della diplomazia".
Ma chiaramente finché chi fornisce le armi non verrà convinto a cessare o almeno ridurre il flusso, un vero negoziato politico non avrà forza, Di Maio dice che "stiamo lavorando concretamente affinché quella strada del negoziato sia intrapresa da ambo le parti, ed è fondamentale per noi che gli esiti della conferenza di Berlino siano rispettati. Non esitai a dire all'inizio del mio mandato alla Farnesina che era stato perso del terreno in Libia, oggi però è altrettanto doveroso dire che qualcosa è stato recuperato. Siamo tornati ad avere un peso determinante in Ue e una indubbia affidabilità con tutti gli attori coinvolti, questo grazie anche al lavoro dei nostri tecnici, del corpo diplomatico e dei nostri apparati di intelligence".
Domenica Di Maio sarà alla conferenza di Monaco, il convegno mondiale sui temi della sicurezza, ai margini della quale è stata organizzata una riunione di ministri degli Esteri interessati al tema Libia.
Di Maio ha parlato innanzitutto del problema dei pozzi di petrolio bloccati sin dalla vigilia del 19 gennaio (il giorno della conferenza di Berlino). E poi del tema della partecipazione della milizia del generale al Joint Military Committee, il comitato composto da 5 militari dell'Est e 5 dell'Ovest. Secondo Di Maio, il generale gli avrebbe assicurato che i suoi uomini parteciperanno al nuovo incontro che le Nazioni Unite hanno fissato a febbraio.
I messaggi del ministro degli Esteri sono parte della narrativa pubblica che l'Italia ha adottato negli ultimi mesi: "In Libia c'è un popolo che vuole delle risposte. La risposta non può essere però in alcun modo militare. Non possono essere le armi o i bombardamenti. La strada da seguire deve essere inevitabilmente quella del dialogo e della diplomazia".
Ma chiaramente finché chi fornisce le armi non verrà convinto a cessare o almeno ridurre il flusso, un vero negoziato politico non avrà forza, Di Maio dice che "stiamo lavorando concretamente affinché quella strada del negoziato sia intrapresa da ambo le parti, ed è fondamentale per noi che gli esiti della conferenza di Berlino siano rispettati. Non esitai a dire all'inizio del mio mandato alla Farnesina che era stato perso del terreno in Libia, oggi però è altrettanto doveroso dire che qualcosa è stato recuperato. Siamo tornati ad avere un peso determinante in Ue e una indubbia affidabilità con tutti gli attori coinvolti, questo grazie anche al lavoro dei nostri tecnici, del corpo diplomatico e dei nostri apparati di intelligence".
Domenica Di Maio sarà alla conferenza di Monaco, il convegno mondiale sui temi della sicurezza, ai margini della quale è stata organizzata una riunione di ministri degli Esteri interessati al tema Libia.