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A Sigonella arrivano le "guerre spaziali" americane

In Sicilia l'avangurdia dello Space Command voluto dal presidente Donald Trump, che allarga il campo di battaglia oltre l'atmosfera
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Il territorio italiano entra nell’era delle guerre stellari. Giovedì scorso con una breve cerimonia è stata inaugurata la “base spaziale” dell’aeroporto statunitense di Sigonella. A presidiarla la squadra Alfa della prima compagnia spaziale del primo reggimento spaziale dell’unica brigata spaziale americana esistente. Sì, sembra uno scioglilingua ma la denominazione fa capire l’importanza di questo reparto: in pratica, sono i pionieri dei conflitti prossimi venturi, l’avanguardia dello Space Command creato pochi mesi fa dal presidente Trump. Dalla grande installazione siciliana hanno il compito di “proiettare nel futuro” la sfida militare, allargando il campo di battaglia oltre l’atmosfera.

Sigonella 'base spaziale' Usa, come funziona il sistema satellitare Jtags - videoscheda


Oggi la “base spaziale” di Sigonella ha una missione principale: trasme…
Il territorio italiano entra nell’era delle guerre stellari. Giovedì scorso con una breve cerimonia è stata inaugurata la “base spaziale” dell’aeroporto statunitense di Sigonella. A presidiarla la squadra Alfa della prima compagnia spaziale del primo reggimento spaziale dell’unica brigata spaziale americana esistente. Sì, sembra uno scioglilingua ma la denominazione fa capire l’importanza di questo reparto: in pratica, sono i pionieri dei conflitti prossimi venturi, l’avanguardia dello Space Command creato pochi mesi fa dal presidente Trump. Dalla grande installazione siciliana hanno il compito di “proiettare nel futuro” la sfida militare, allargando il campo di battaglia oltre l’atmosfera.

Sigonella 'base spaziale' Usa, come funziona il sistema satellitare Jtags - videoscheda


Oggi la “base spaziale” di Sigonella ha una missione principale: trasmettere l’allarme in caso di attacchi missilistici. Sia quelli compiuti con ordigni a corto raggio - come i derivati dei celebri Scud -, sia quelli scagliati con armi intercontinentali. La struttura  chiamata Jtags – sigla che sta per Joint Tactical Ground Station – è uno dei cinque pilastri dello scudo che il Pentagono sta costruendo per proteggere le sue forze dagli sciami di missili, come quelli utilizzati dall’Iran nella rappresaglia per l’uccisione del generale Soleimani. Quello completato alle falde dell’Etna è uno dei due impianti “di seconda generazione” esistenti finora al mondo: l’altro è in Giappone, dove vigila sull’arsenale nord-coreano.

Una novità per l’Italia: fino agli ultimi mesi del 2018 – come ha ricordato durante la cerimonia il capitano Dustin Mondloch, comandante della “base spaziale” siciliana – la centrale europea era in Germania, equipaggiata solo con una postazione mobile in un container. Poi è cominciato il trasferimento in Italia, dove è stata costruita una base fissa super protetta con grandi antenne e server potentissimi: “L’obiettivo del trasloco era sfruttare al massimo le opportunità tecnologiche dei nostri satelliti, in maniera da disporre di un’installazione capace di rimanere pienamente operativa nel futuro”, ha spiegato il capitano Mondloch.

Sigonella infatti sta diventando una fortezza americana da cui intervenire in tre continenti: Europa, Africa, Medio Oriente. Alla fine della Guerra Fredda sembrava destinata a un lento declino: c’erano solo un aeroporto di appoggio per la Us Navy e un magazzino di ricambi per la flotta. Invece dal 2001 è partita una crescita che non conosce soste: il perimetro dell’installazione non cambia mentre le sue capacità si moltiplicano. E’ triplicato il numero di velivoli militari che possono venire ospitati e riforniti. Da lì decollano i grandi droni da ricognizione che si spingono tutti i giorni fino al Baltico e al Mar Nero e gli aerei spia Boeing P8 Poseidon che scrutano le acque del Mediterraneo fino alle coste siriane.

Lì ci sono le sale di comando che hanno guidato i bombardieri robot Reaper nelle incursioni sulla Libia e c’è il reparto di Marines pronto a intervenire con i convertiplani per proteggere il personale americano nel Maghreb. Lì c’è l’architrave del Muos, il sistema di comunicazione satellitare che collegherà tutte le forze armate statunitensi. E c’è uno snodo di cavi in fibra ottica che permette di trasmettere dati ovunque nel modo più rapido e sicuro.

La nuova “base spaziale” userà proprio questi cavi per “disseminare” le informazioni sugli attacchi missilistici e mettere in allerta le unità statunitensi prese di mira. Dalla scorsa settimana è attiva – come si dice in codice – 24/7/365 ossia 24 ore al giorno, sette giorni su sette per tutto l’anno: “la prima linea della difesa”, hanno detto tagliando il nastro dell’inaugurazione. Riceve le immagini raccolte dai satelliti con sensori infrarosso che avvistano e seguono il lancio dei missili grazie al calore dei propulsori. Contribuisce a calcolare la zona di impatto, poi mette in allarme i reparti che rischiano di finire sotto attacco e attiva le difese per neutralizzare gli aggressori, che si tratti di missili Patriot a terra o di Sm-3 imbarcati sugli incrociatori. E tutto nell’arco di pochissimi secondi.

L’accordo con cui il governo Renzi nel 2016 ha autorizzato la nuova base – ovviamente segreto, come tutti i trattati militari con gli Usa – prevede che l’allarme venga condiviso con “gli alleati” e quindi con le forze armate italiane. Ma non è chiaro come verrà gestita questa catena di segnalazioni e se l’attivazione è già iniziata.

Se i nostri governi di ieri e di oggi non hanno ancora le idee chiare su come gestire la dimensione stellare dei conflitti – anche se il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo due mesi fa ha annunciato la nascita di un comando spaziale nazionale – il Pentagono invece ha piani ben definiti. E la nuova base di Sigonella è solo il punto di partenza – come ha detto il colonnello Eric Little che comanda la prima e unica Space Brigade dell’esercito Usa – per “proiettare nel futuro” la sfida militare.