Regno Unito, la ministra Priti Patel, pasionaria figlia di indiani: quanto odio per l’Europa
Antonello Guerrera , dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERAFiglia di immigrati indiani, la 47enne titolare dell'Interno nel nuovo governo Johnson voleva anche la pena di morte. E definì l'Ue "nido di terroristi droghe e armi"
LONDRA - "Ministra Patel, si può sapere che cosa c'è da ridere?". Qualche tempo fa, Andrew Marr, colonna televisiva della Bbc, la rimproverò così, severo, in diretta nazionale. Ma Priti Patel, 47 anni, ministra dell'Interno e brexiter pasionaria, quel ghigno ce l'ha da sempre, anche quando parla di questioni serissime come l'immigrazione, perché è un leggero tic nervoso. Marr poi si scusò. Ma quell'involontaria contrazione sul viso la fa sembrare ancora più perfida agli occhi dei suoi critici.
Priti Patel, nata a Londra nel 1972, negli anni si è spesso distinta per una linea severissima su immigrazione e diritti umani, nonostante sia lei stessa figlia di migranti indiani, e magari pure rifugiati, se fossero rimasti in Uganda prima che il presidente Adi Amin espellesse tutti gli asiatici. Priti va prima alle scuole statali, poi in un'università "normale", la Keele Universi…
Priti Patel, nata a Londra nel 1972, negli anni si è spesso distinta per una linea severissima su immigrazione e diritti umani, nonostante sia lei stessa figlia di migranti indiani, e magari pure rifugiati, se fossero rimasti in Uganda prima che il presidente Adi Amin espellesse tutti gli asiatici. Priti va prima alle scuole statali, poi in un'università "normale", la Keele Universi…
LONDRA - "Ministra Patel, si può sapere che cosa c'è da ridere?". Qualche tempo fa, Andrew Marr, colonna televisiva della Bbc, la rimproverò così, severo, in diretta nazionale. Ma Priti Patel, 47 anni, ministra dell'Interno e brexiter pasionaria, quel ghigno ce l'ha da sempre, anche quando parla di questioni serissime come l'immigrazione, perché è un leggero tic nervoso. Marr poi si scusò. Ma quell'involontaria contrazione sul viso la fa sembrare ancora più perfida agli occhi dei suoi critici.
Priti Patel, nata a Londra nel 1972, negli anni si è spesso distinta per una linea severissima su immigrazione e diritti umani, nonostante sia lei stessa figlia di migranti indiani, e magari pure rifugiati, se fossero rimasti in Uganda prima che il presidente Adi Amin espellesse tutti gli asiatici. Priti va prima alle scuole statali, poi in un'università "normale", la Keele University, inizia la carriera politica spinta dal padre Sushil, già nelle file locali dell'Ukip, il partito di estrema destra e xenofobo di Nigel Farage.
Ma Patel, simpatica e alla mano come pochi a Westminster anche per la sua formazione "pop", sin da ragazzina ha come idolo politico Margaret Thatcher "perché nessuno come lei esalta casalinghe e business". E quindi entra nei conservatori dove fa rapidamente carriera: eletta parlamentare nel 2010, diventa sottosegretario al Tesoro, poi al Lavoro fino alla prima brutta macchia della sua carriera: nel 2017, da ministro dello Sviluppo Economico, viene pizzicata in una tuttora oscura visita in Israele in incognito, senza averlo detto nemmeno alla sua prima ministra Theresa May. Ma la sempre elegantissima Priti è dagli inizi un'ultrà euroscettica e la vittoria di Boris Johnson alle elezioni di dicembre scorso la rimette in pista, tanto da ottenere un ministero come quello dell'Interno, delicatissimo in chiave post-Brexit.
Alla sua nomina, l'anno scorso, insorgono diverse associazioni per la difesa dei diritti umani. Perché Patel in passato ha rievocato addirittura la reintroduzione della pena di morte (per poi pentirsene), norme molto più stringenti su asilo politico, rimpatrio di migranti irregolari, difesa delle lobby dell'alcol e del tabacco, ha votato contro il divieto di detenzione di donne incinte e ha persino minacciato di "affamare" l'Irlanda con lo stop alle esportazioni di cibo qualora le trattative sulla Brexit con l'Ue avessero preso una piega sgradita. Dietro quel costante sorriso e la contagiosa simpatia, si cela la durezza di una donna irremovibile in politica e fieramente di destra, che in Parlamento spesso detta legge a Boris Johnson al suo fianco, indicandogli sui fogli ciò che deve dire e come lo deve dire.
Sposata col consulente di marketing Alex Sawyer, un figlio di 12 anni, Patel ha una viscerale idiosincrasia: l'Europa. A differenza dei suoi predecessori, quando cita l'Ue molto spesso elenca soltanto negatività, omettendo i lati positivi. In un editoriale sul Telegraph un paio di mesi fa definì l'Unione, tra le altre cose, un nido "di terroristi, droghe e armi, pronti ad arrivare qui da noi. Con la Brexit tutto questo finirà perché avremo di nuovo il controllo dei confini".
Eppure, con le nuove durissime regole migratorie da lei annunciate ieri, la sua famiglia non sarebbe mai arrivata nel Regno Unito negli anni Settanta. "Sì, è vero", ha ammesso ieri. Ma neanche questo le ha fatto cambiare idea.
Priti Patel, nata a Londra nel 1972, negli anni si è spesso distinta per una linea severissima su immigrazione e diritti umani, nonostante sia lei stessa figlia di migranti indiani, e magari pure rifugiati, se fossero rimasti in Uganda prima che il presidente Adi Amin espellesse tutti gli asiatici. Priti va prima alle scuole statali, poi in un'università "normale", la Keele University, inizia la carriera politica spinta dal padre Sushil, già nelle file locali dell'Ukip, il partito di estrema destra e xenofobo di Nigel Farage.
Ma Patel, simpatica e alla mano come pochi a Westminster anche per la sua formazione "pop", sin da ragazzina ha come idolo politico Margaret Thatcher "perché nessuno come lei esalta casalinghe e business". E quindi entra nei conservatori dove fa rapidamente carriera: eletta parlamentare nel 2010, diventa sottosegretario al Tesoro, poi al Lavoro fino alla prima brutta macchia della sua carriera: nel 2017, da ministro dello Sviluppo Economico, viene pizzicata in una tuttora oscura visita in Israele in incognito, senza averlo detto nemmeno alla sua prima ministra Theresa May. Ma la sempre elegantissima Priti è dagli inizi un'ultrà euroscettica e la vittoria di Boris Johnson alle elezioni di dicembre scorso la rimette in pista, tanto da ottenere un ministero come quello dell'Interno, delicatissimo in chiave post-Brexit.
Alla sua nomina, l'anno scorso, insorgono diverse associazioni per la difesa dei diritti umani. Perché Patel in passato ha rievocato addirittura la reintroduzione della pena di morte (per poi pentirsene), norme molto più stringenti su asilo politico, rimpatrio di migranti irregolari, difesa delle lobby dell'alcol e del tabacco, ha votato contro il divieto di detenzione di donne incinte e ha persino minacciato di "affamare" l'Irlanda con lo stop alle esportazioni di cibo qualora le trattative sulla Brexit con l'Ue avessero preso una piega sgradita. Dietro quel costante sorriso e la contagiosa simpatia, si cela la durezza di una donna irremovibile in politica e fieramente di destra, che in Parlamento spesso detta legge a Boris Johnson al suo fianco, indicandogli sui fogli ciò che deve dire e come lo deve dire.
Sposata col consulente di marketing Alex Sawyer, un figlio di 12 anni, Patel ha una viscerale idiosincrasia: l'Europa. A differenza dei suoi predecessori, quando cita l'Ue molto spesso elenca soltanto negatività, omettendo i lati positivi. In un editoriale sul Telegraph un paio di mesi fa definì l'Unione, tra le altre cose, un nido "di terroristi, droghe e armi, pronti ad arrivare qui da noi. Con la Brexit tutto questo finirà perché avremo di nuovo il controllo dei confini".
Eppure, con le nuove durissime regole migratorie da lei annunciate ieri, la sua famiglia non sarebbe mai arrivata nel Regno Unito negli anni Settanta. "Sì, è vero", ha ammesso ieri. Ma neanche questo le ha fatto cambiare idea.