L'India di Modi abbraccia Trump: "Siete un modello per il mondo"
dal nostro inviato FEDERICO RAMPINIBagno di folla per il tributo al presidente statunitense nello stadio di cricket più grande al mondo. Ma nonostante le affinità con il leader sovranista, resta il "no" americano ai visti agli immigrati
NEW DELHI - "Questa India che ha sollevato 270 milioni di persone della miseria, dove 320 milioni hanno accesso a Internet, è un modello democratico per il mondo intero". Democratico, nazionalista, sovranista: un modello davvero per Donald Trump. Al suo primo viaggio in India il presidente degli Stati Uniti riceve un tributo senza precedenti. Il premier Narendra Modi sa come accattivarselo, ha orchestrato un'accoglienza fenomenale per lusingare la vanità di Trump. "Centinaia di migliaia di persone a festeggiarmi per le strade, 125mila dentro il più grande stadio di cricket del mondo", osserva compiaciuto il presidente.
Cinque mesi fa Modi era stato trattato con altrettanto riguardo, Trump gli aveva offerto un trionfo in uno stadio di football nel Texas, dove si era radunato un pezzo di quella diaspora indiana che negli Stati Uniti ha due caratteristiche: si è affermata come una élite di successo nell'industria informatica…
Cinque mesi fa Modi era stato trattato con altrettanto riguardo, Trump gli aveva offerto un trionfo in uno stadio di football nel Texas, dove si era radunato un pezzo di quella diaspora indiana che negli Stati Uniti ha due caratteristiche: si è affermata come una élite di successo nell'industria informatica…
NEW DELHI - "Questa India che ha sollevato 270 milioni di persone della miseria, dove 320 milioni hanno accesso a Internet, è un modello democratico per il mondo intero". Democratico, nazionalista, sovranista: un modello davvero per Donald Trump. Al suo primo viaggio in India il presidente degli Stati Uniti riceve un tributo senza precedenti. Il premier Narendra Modi sa come accattivarselo, ha orchestrato un'accoglienza fenomenale per lusingare la vanità di Trump. "Centinaia di migliaia di persone a festeggiarmi per le strade, 125mila dentro il più grande stadio di cricket del mondo", osserva compiaciuto il presidente.
Cinque mesi fa Modi era stato trattato con altrettanto riguardo, Trump gli aveva offerto un trionfo in uno stadio di football nel Texas, dove si era radunato un pezzo di quella diaspora indiana che negli Stati Uniti ha due caratteristiche: si è affermata come una élite di successo nell'industria informatica; ed è tutt'altro che insensibile al nazionalismo di Modi. Trump indica nel padrone di casa "un modello per il mondo intero, un campione dell'India che 600 milioni di suoi concittadini hanno rieletto nella più massiccia vittoria di tutta la storia delle democrazie".
Retorica a parte, i due avrebbero tutto per intendersi, il leader della democrazia più popolosa della terra e il leader della democrazia più antica della storia sembrano quasi due gemelli politico-ideologici. Per essere precisi è Modi ad avere aperto la strada, fin da quando era governatore del Gujarat ha guidato la riscossa del partito nazionalista Bjp, ha accentuato la componente del fondamentalismo religioso. In questo simile alla destra cristiana in America, ma anche allo Stato d'Israele nell'era di Netanyahu, Modi vuole un'India sempre meno laica, una Repubblica etnico-religiosa, dove l'induismo è parte integrante dell'identità nazionale.
Modi ha anticipato il sovranismo di Trump e di altri leader occidentali, fino alle azioni più recenti: l'assedio al Kashmir e una riforma delle leggi di cittadinanza che offre asilo ai perseguitati di tutte le religioni (induisti, cristiani, buddisti, jainisti e zoroastriani) ma non ai musulmani. Il successo di Modi è figlio delle colpe di altri: la corruzione dilagante nel partito del Congresso distrutto dalla dinastia Gandhi; gli attacchi del fondamentalismo islamico sostenuto da un Pakistan che ha la bomba nucleare e l'appoggio della Cina. Di questa difficile posizione strategica Trump ignorava sfacciatamente tutto, cinque mesi fa, e la sua superficialità gli costò un serio incidente diplomatico quando accolse Modi alla Casa Bianca.
"Voi non avete grossi problemi di sicurezza, in fondo non avete neppure un confine con la Cina", osò dire il presidente americano. Ignaro che il confine con la Cina è largo quanto il Tibet, e lì fu combattuta una guerra. Modi si rinchiuse in un silenzio gelido. Cinque mesi dopo il premier indiano ha preferito dimenticare l'incidente e ricominciare da zero per rinsaldare l'alleanza strategica.
Le ragioni di un idillio fra India e Stati Uniti sono molteplici, e la componente geostrategica è dominante. Fin dai tempi di George W. Bush fu chiaro che l'ascesa della Cina doveva spingere l'India nelle braccia dell'America: uno strappo netto rispetto alla lunga epoca socialista, quando la dinastia Nehru-Gandhi pur scegliendo il campo dei "non allineati" durante la guerra fredda costruì un rapporto privilegiato con l'Unione sovietica. È dai tempi di Bush junior quindi che la dottrina ufficiale di Washington ha cominciato a parlare dell'area Indo-Pacifico, per costruirvi un cordone di democrazie dall'India alla Corea del Sud, dall'Indonesia al Giappone, con il fine di contenere la superpotenza autoritaria di Pechino.
Barack Obama proseguì il lavoro di Bush aggiungendovi una sottolineatura particolare sul modello democratico indiano: ma era ancora l'India governata dal partito del Congresso, prima della svolta nazionalista di Modi.
Modi-Trump è una coppia ideale, eppure alle affinità ideologiche non hanno corrisposto accordi concreti significativi. Questa visita servirà a firmare l'ennesimo contratto di forniture militari - in particolare elicotteri da combattimento - ma questa è routine. Non è in vista il grande accordo commerciale che si sperava: l'India pratica il protezionismo da sempre e non ha l'intenzione di smantellarlo, ha preceduto di molti anni Trump nell'avversione al libero scambio. In quanto all'Amministrazione Usa, non molla su una questione molto importante per gli indiani: i visti agli immigrati, in particolare i tecnici informatici. Il giro di vite complessivo che Trump ha impresso sulle politiche dell'immigrazione, ha peggiorato una crisi pre-esistente, aumentando i ritardi nella concessione di quei visti H1B che sono particolarmente richiesti dalle aziende tecnologiche della Silicon Valley.
Malgrado la diaspora indiana abbia espresso una classe dirigente al comando di molte multinazionali tecnologiche, il ministero della Homeland Security rilascia visti col contagocce e la penuria di informatici preoccupa giganti come Microsoft, Google, Apple, Amazon. Infine, per quanto l'India diffidi delle mire egemoniche di Pechino in Asia, e abbia rifiutato di firmare l'adesione alla Belt and Road Initiative (le Nuove Vie della Seta), di fatto sta accettando investimenti cinesi.
Le infrastrutture infatti sono uno dei ritardi più gravi che rallentano la modernizzazione indiana, incapace di tenere il passo con quella cinese. Il coronavirus che rallenta la crescita globale arriva in un momento preoccupante per l'economia indiana che già stava rallentando di suo. L'altra strozzatura drammatica riguarda l'energia. A differenza della Cina, il governo di New Delhi non è riuscito a costruire centrali in quantità sufficiente per soddisfare la sete energetica del paese. Eppure ha usato senza ritegno il carbone, tant'è che la curva delle emissioni di CO2 indiane continua a crescere. Delhi ha già sottratto da anni a Pechino il tragico primato della capitale più inquinata del mondo.
Cinque mesi fa Modi era stato trattato con altrettanto riguardo, Trump gli aveva offerto un trionfo in uno stadio di football nel Texas, dove si era radunato un pezzo di quella diaspora indiana che negli Stati Uniti ha due caratteristiche: si è affermata come una élite di successo nell'industria informatica; ed è tutt'altro che insensibile al nazionalismo di Modi. Trump indica nel padrone di casa "un modello per il mondo intero, un campione dell'India che 600 milioni di suoi concittadini hanno rieletto nella più massiccia vittoria di tutta la storia delle democrazie".
Retorica a parte, i due avrebbero tutto per intendersi, il leader della democrazia più popolosa della terra e il leader della democrazia più antica della storia sembrano quasi due gemelli politico-ideologici. Per essere precisi è Modi ad avere aperto la strada, fin da quando era governatore del Gujarat ha guidato la riscossa del partito nazionalista Bjp, ha accentuato la componente del fondamentalismo religioso. In questo simile alla destra cristiana in America, ma anche allo Stato d'Israele nell'era di Netanyahu, Modi vuole un'India sempre meno laica, una Repubblica etnico-religiosa, dove l'induismo è parte integrante dell'identità nazionale.
Modi ha anticipato il sovranismo di Trump e di altri leader occidentali, fino alle azioni più recenti: l'assedio al Kashmir e una riforma delle leggi di cittadinanza che offre asilo ai perseguitati di tutte le religioni (induisti, cristiani, buddisti, jainisti e zoroastriani) ma non ai musulmani. Il successo di Modi è figlio delle colpe di altri: la corruzione dilagante nel partito del Congresso distrutto dalla dinastia Gandhi; gli attacchi del fondamentalismo islamico sostenuto da un Pakistan che ha la bomba nucleare e l'appoggio della Cina. Di questa difficile posizione strategica Trump ignorava sfacciatamente tutto, cinque mesi fa, e la sua superficialità gli costò un serio incidente diplomatico quando accolse Modi alla Casa Bianca.
"Voi non avete grossi problemi di sicurezza, in fondo non avete neppure un confine con la Cina", osò dire il presidente americano. Ignaro che il confine con la Cina è largo quanto il Tibet, e lì fu combattuta una guerra. Modi si rinchiuse in un silenzio gelido. Cinque mesi dopo il premier indiano ha preferito dimenticare l'incidente e ricominciare da zero per rinsaldare l'alleanza strategica.
Le ragioni di un idillio fra India e Stati Uniti sono molteplici, e la componente geostrategica è dominante. Fin dai tempi di George W. Bush fu chiaro che l'ascesa della Cina doveva spingere l'India nelle braccia dell'America: uno strappo netto rispetto alla lunga epoca socialista, quando la dinastia Nehru-Gandhi pur scegliendo il campo dei "non allineati" durante la guerra fredda costruì un rapporto privilegiato con l'Unione sovietica. È dai tempi di Bush junior quindi che la dottrina ufficiale di Washington ha cominciato a parlare dell'area Indo-Pacifico, per costruirvi un cordone di democrazie dall'India alla Corea del Sud, dall'Indonesia al Giappone, con il fine di contenere la superpotenza autoritaria di Pechino.
Barack Obama proseguì il lavoro di Bush aggiungendovi una sottolineatura particolare sul modello democratico indiano: ma era ancora l'India governata dal partito del Congresso, prima della svolta nazionalista di Modi.
Modi-Trump è una coppia ideale, eppure alle affinità ideologiche non hanno corrisposto accordi concreti significativi. Questa visita servirà a firmare l'ennesimo contratto di forniture militari - in particolare elicotteri da combattimento - ma questa è routine. Non è in vista il grande accordo commerciale che si sperava: l'India pratica il protezionismo da sempre e non ha l'intenzione di smantellarlo, ha preceduto di molti anni Trump nell'avversione al libero scambio. In quanto all'Amministrazione Usa, non molla su una questione molto importante per gli indiani: i visti agli immigrati, in particolare i tecnici informatici. Il giro di vite complessivo che Trump ha impresso sulle politiche dell'immigrazione, ha peggiorato una crisi pre-esistente, aumentando i ritardi nella concessione di quei visti H1B che sono particolarmente richiesti dalle aziende tecnologiche della Silicon Valley.
Malgrado la diaspora indiana abbia espresso una classe dirigente al comando di molte multinazionali tecnologiche, il ministero della Homeland Security rilascia visti col contagocce e la penuria di informatici preoccupa giganti come Microsoft, Google, Apple, Amazon. Infine, per quanto l'India diffidi delle mire egemoniche di Pechino in Asia, e abbia rifiutato di firmare l'adesione alla Belt and Road Initiative (le Nuove Vie della Seta), di fatto sta accettando investimenti cinesi.
Le infrastrutture infatti sono uno dei ritardi più gravi che rallentano la modernizzazione indiana, incapace di tenere il passo con quella cinese. Il coronavirus che rallenta la crescita globale arriva in un momento preoccupante per l'economia indiana che già stava rallentando di suo. L'altra strozzatura drammatica riguarda l'energia. A differenza della Cina, il governo di New Delhi non è riuscito a costruire centrali in quantità sufficiente per soddisfare la sete energetica del paese. Eppure ha usato senza ritegno il carbone, tant'è che la curva delle emissioni di CO2 indiane continua a crescere. Delhi ha già sottratto da anni a Pechino il tragico primato della capitale più inquinata del mondo.