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(ansa)

Schiaffo a Harvey Weinstein, l'uomo che si credeva intoccabile

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L'ex produttore incredulo nel vedere gli agenti avvicinarsi con le manette. Non lo aveva previsto. Lo stupratore non appare nel buio, è tale anche se ha rapporti con le vittime
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PER l'arroganza di Harvey Weinstein, che pensava di godere di una immunità assoluta e inattaccabile, il verdetto della giuria di New York è una sconfitta. Per chi lo ha accusato, dentro e fuori dall'aula di tribunale, è una mezza vittoria. L'altra metà appartiene alla difesa, guidata dall'avvocata Donna Rotunno nelle sue studiate mise da migliaia di dollari, che ha limitato i danni.

Alla vigilia soltanto l'imputato non avrebbe firmato per questo esito. È risultato chiaro anche ieri, per l'atteggiamento di sicumera nell'attesa, per l'incredulità mostrata nel vedere avvicinarsi gli agenti con le manette, per il modo in cui è uscito dall'aula diretto a una cella dove non pensa di dover restare a lungo.

Mancava solo si dichiarasse prigioniero politico, vittima di un complotto ordito dall'altra metà della Terra, infermo e bisognoso di cure, aggrappato a quel deambulatore che rappresenta il suo…
PER l'arroganza di Harvey Weinstein, che pensava di godere di una immunità assoluta e inattaccabile, il verdetto della giuria di New York è una sconfitta. Per chi lo ha accusato, dentro e fuori dall'aula di tribunale, è una mezza vittoria. L'altra metà appartiene alla difesa, guidata dall'avvocata Donna Rotunno nelle sue studiate mise da migliaia di dollari, che ha limitato i danni.

Alla vigilia soltanto l'imputato non avrebbe firmato per questo esito. È risultato chiaro anche ieri, per l'atteggiamento di sicumera nell'attesa, per l'incredulità mostrata nel vedere avvicinarsi gli agenti con le manette, per il modo in cui è uscito dall'aula diretto a una cella dove non pensa di dover restare a lungo.

Mancava solo si dichiarasse prigioniero politico, vittima di un complotto ordito dall'altra metà della Terra, infermo e bisognoso di cure, aggrappato a quel deambulatore che rappresenta il suo ultimo oggetto di scena. Harvey Weinstein era convinto di andarsene lasciandoselo alle spalle con un colpo di teatro, camminando eretto sulle sue gambe e con le mani libere. Come il diabolico Keyser Söze nel gran finale del film I soliti sospetti.

E magari di ricominciare a fare quel che faceva prima, nel cinema e nella vita. Non sarà così: a 67 il tempo corre su un piano inclinato: che la sentenza completa lo condanni a cinque o 25 anni (scontabili) sarà comunque una cesura nella sua esistenza. Altri processi lo attendono, dopo che questo ha aperto la strada. Di fatto, è già in isolamento. Il mondo che lo celebrava, con un rispetto pari all'ipocrisia, lo ha abbandonato.

Nei banchi riservati per consuetudine alla claque dell'imputato, per tutto il dibattimento un solo posto è stato occupato: dal suo medico e amico Bill. Il resto degli scranni se l'è preso l'esercito della difesa, che ha buttato la palla in corner.

La verità è che da venerdì, quando si è capito che la giuria era unanime sulle imputazioni meno gravi (penetrazione senza consenso e rapporto orale forzato), ma divisa sulla configurazione di predatore sessuale, che avrebbe significato dai 25 anni all'ergastolo, all'insaputa del cliente, qualche bottiglia è stata stappata. Solo lui pensava potesse andare meglio, i suoi legali temevano finisse peggio. Per questo hanno evitato di farlo parlare: perché non fosse chiaro a tutti che Weinstein trovava normale la sua condotta e anomalo rinfacciargliela.

Era l'epoca, era una diffusa abitudine, così facevan tutti: perché dopo tanti anni venite a chiedermene conto? Donna Rotunno e soci avevano il polso della situazione. Hanno capito lo spirito dei tempi, il cambiamento climatico, la difficoltà di giocare fuori casa, in una New York ostile. Nessuna parcella poteva garantire il miracolo dell'assoluzione e questo è stato per loro il migliore dei risultati possibili. Se la detenzione comminata sarà breve, Weinstein dovrebbe fare un monumento alla sua avvocata. Difficile che l'idea lo sfiori.

Ricorderà come uno sfregio lo sguardo prolungato e soddisfatto del giurato numero 6 mentre lasciava l'aula, le affermazioni di vittoria della pubblica accusa, i tweet di entusiasmo di tutte le attrici di cui, creatore dispotico, credeva di poter disporre. La loro mezza vittoria sta nell'affermazione di un concetto di stupratore che ha rischiato di non passare, picconato dalle insinuazioni della difesa.

Si credeva che il violentatore fosse uno che appare dal buio, senza preavviso e che rivederlo rappresentasse un trauma non affrontabile. La sentenza afferma invece che lo stupratore resta tale anche se dopo tra lui e la vittima si mantiene un rapporto, soprattutto se forzato dalla necessità dell'una e dalla posizione dell'altro. Isola il momento in cui l'evento accade e su quello soltanto si basa: il "no" è "no", per sempre. Non è un risultato di poco conto. A chi pretendeva di più la giuria, o meglio una parte di essa, ha dato una piccola lezione di diritto: non si giudica una personalità, ma un fatto.

Era sua prerogativa non ritenere convincenti le ricostruzioni di eventi passati ascoltate in aula. La valutazione della personalità è invece una facoltà della società. Sta a chi, uomini e donne, conosce i molti Weinstein che esistono ovunque svergognarli, quale che sia il loro potere.