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(reuters)

Tutti contro Sanders, il senatore socialista è l'uomo da battere

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Nel dibattito tv in Carolina del Sud è stato il bersaglio degli altri candidati Dem, ma continua a volare nei sondaggi. E ora spera nel bottino di delegati del "Supermartedì"
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SAN FRANCISCO - "Sento nominare il mio nome spesso stasera, chissà perché". È con ironia che Bernie Sanders ha sottolineato il suo nuovo status di favorito e gli attacchi concentrici che gli procura. Martedì sera nel dibattito televisivo tra i candidati in Carolina del Sud è toccato al senatore socialista del Vermont trovarsi di fronte al plotone d'esecuzione del "fuoco amico". Essendo in testa ai sondaggi, e al numero di delegati già conquistato, il 78enne leader della sinistra radicale è l'uomo da battere.

Joe Biden ha rievocato le ambiguità di Sanders sul controllo delle armi, strappandogli un'autocritica per non aver votato leggi più severe in passato nella sua carriera di senatore. Michael Bloomberg gli ha rinfacciato l'appoggio della Russia, che secondo l'intelligence Usa sta montando operazioni di fake news sui social media a favore di Sanders: "Vladimir Putin - ha detto…
SAN FRANCISCO - "Sento nominare il mio nome spesso stasera, chissà perché". È con ironia che Bernie Sanders ha sottolineato il suo nuovo status di favorito e gli attacchi concentrici che gli procura. Martedì sera nel dibattito televisivo tra i candidati in Carolina del Sud è toccato al senatore socialista del Vermont trovarsi di fronte al plotone d'esecuzione del "fuoco amico". Essendo in testa ai sondaggi, e al numero di delegati già conquistato, il 78enne leader della sinistra radicale è l'uomo da battere.

Joe Biden ha rievocato le ambiguità di Sanders sul controllo delle armi, strappandogli un'autocritica per non aver votato leggi più severe in passato nella sua carriera di senatore. Michael Bloomberg gli ha rinfacciato l'appoggio della Russia, che secondo l'intelligence Usa sta montando operazioni di fake news sui social media a favore di Sanders: "Vladimir Putin - ha detto l'ex sindaco di New York - vuole Trump presidente, per questo ti aiuta a conquistare la nomination".

Pete Buttigieg lo ha attaccato sugli elogi a Cuba accusandolo di "vivere nella rivoluzione degli anni Sessanta". Un altro attacco ricorrente dal campo moderato: Sanders è troppo sbilanciato su posizioni radicali per sconfiggere Trump, ma quand'anche ci riuscisse la sua candidatura farebbe perdere molti seggi di senatori e deputati al partito democratico, in quelle aree dove c'è un elettorato moderato in bilico. E quindi la destra potrebbe usare una candidatura Sanders per blindare il controllo del Congresso, vanificando così ogni agenda riformista.

Per rintuzzare questi attacchi il favorito ha citato Nelson Mandela, l'eroe della lotta sudafricana contro l'apartheid: "Tutto è impossibile, fino al momento in cui accade". Sanders è convinto che la sua candidatura può ispirare un movimento dal basso, una mobilitazione senza precedenti fra nuove fasce di elettori, sconvolgendo le regole e trasformando tutta la geografia politica.

Al momento per la verità non ci sono conferme di questo scenario. Sanders ha vinto due primarie su tre, ed è favorito in molte altre, però l'affluenza al voto è bassa, inferiore a quella che Barack Obama aveva saputo trascinare nel 2008. Comunque, per quanto pesanti siano gli attacchi degli altri contro di lui, al momento Sanders non sembra subirne conseguenze. Il test decisivo arriva presto: sabato si vota nel Carolina del Sud dove per la prima volta si pronuncerà anche un consistente elettorato afroamericano; poi arriva il Supermartedì 3 marzo dove votano ben 16 Stati fra cui i due più grossi, California e Texas.

Il 3 marzo si assegna un terzo di tutti i delegati in palio per la nomination democratica: ben 1.357 su un totale di 3.979. Di questi la sola California ne vale più di 400. Ce ne vogliono 1.990 per strappare la nomination e quindi affrontare Donald Trump nel voto finale, il 3 novembre. Per adesso i sondaggi vedono Sanders in testa quasi ovunque e in California gli assegnano il doppio dei voti rispetto al secondo piazzato che sarebbe Biden (27% per il senatore del Vermont contro 14% per l'ex vicepresidente di Barack Obama).

Il tema della campagna per adesso non varia: Sanders è un "candidato-Teflon", gli attacchi gli scivolano addosso senza danneggiarlo; i moderati sono troppo numerosi e così sparpagliano i consensi di quell'area centrista del partito che sulla carta sarebbe maggioritaria. Bloomberg che poteva essere un jolly continua a deludere nei dibattiti televisivi e deve sperare di compensare la sua mancanza di carisma con un bombardamento di spot a pagamento.

Tutti insieme sono così occupati a combattersi fra loro che distolgono l'attenzione da Trump. Uno dei commenti più feroci all'ultimo dibattito fra i democratici è venuto da un opinionista di sinistra, il critico televisivo del New York Times James Poniewozik che ha scritto: "Si urlavano addosso e si sbracciavano tutti quanti come dei naufraghi che cercano di attirare l'attenzione dei soccorritori". Un altro commentatore progressista, Frank Bruni, parla di "panico, crisi esistenziale, un partito democratico che divora se stesso".

Eppure un nuovo fronte di critica del presidente sembra aprirsi a causa del coronavirus. Trump ha sminuito l'allarme che era stato lanciato dagli stessi esperti governativi della Sanità. Il Center for Disease Control ha invitato gli americani a prepararsi a un'epidemia, ma il presidente ha accusato i media di allarmismo e ha stanziato pochi fondi per le misure di prevenzione del contagio.