Israele torna al voto. La rabbia degli arabi: "In gioco il nostro futuro"
di DAVIDE LERNERDopo due elezioni inconcludenti Netanyahu e Gantz si scontrano per la terza volta in un anno ma i sondaggi li danno di nuovo alla pari. La lista araba potrebbe essere la vera novità delle urne: attrae anche elettori ebrei di sinistra, stanchi della polarizzazione
BAQA AL-GHARBIYA (ISRAELE SETTENTRIONALE) - Ci sono oltre 300mila cittadini israeliani per cui la terza tornata elettorale in meno di un anno che va in scena oggi in Israele vuol dire molto di più delle precedenti. Molto di più dell'ennesimo duello fra il primo ministro Benjamin Netanyahu, indebolito ed incriminato per corruzione ma votato a una lotta accanita per rimanere in sella, e il suo pacato rivale di formazione militare Benny Gantz.
Molto di più di un rituale elettorale ormai venuto a noia a tanti israeliani, che vedono nello stallo politico interminabile una fonte d'imbarazzo a livello internazionale. Perfino un sintomo di un sistema elettorale malato, in tempi di coronavirus.
Per gli arabo-israeliani del cosiddetto triangolo, la regione a ridosso della Cisgiordania oggi annessa a Israele, "c'è in gioco il futuro, la stessa identità" spiega Ra'ed Dakka, sindaco di Baqa al-Gharbiya, una delle città frontalie…
Molto di più di un rituale elettorale ormai venuto a noia a tanti israeliani, che vedono nello stallo politico interminabile una fonte d'imbarazzo a livello internazionale. Perfino un sintomo di un sistema elettorale malato, in tempi di coronavirus.
Per gli arabo-israeliani del cosiddetto triangolo, la regione a ridosso della Cisgiordania oggi annessa a Israele, "c'è in gioco il futuro, la stessa identità" spiega Ra'ed Dakka, sindaco di Baqa al-Gharbiya, una delle città frontalie…
BAQA AL-GHARBIYA (ISRAELE SETTENTRIONALE) - Ci sono oltre 300mila cittadini israeliani per cui la terza tornata elettorale in meno di un anno che va in scena oggi in Israele vuol dire molto di più delle precedenti. Molto di più dell'ennesimo duello fra il primo ministro Benjamin Netanyahu, indebolito ed incriminato per corruzione ma votato a una lotta accanita per rimanere in sella, e il suo pacato rivale di formazione militare Benny Gantz.
Molto di più di un rituale elettorale ormai venuto a noia a tanti israeliani, che vedono nello stallo politico interminabile una fonte d'imbarazzo a livello internazionale. Perfino un sintomo di un sistema elettorale malato, in tempi di coronavirus.
Per gli arabo-israeliani del cosiddetto triangolo, la regione a ridosso della Cisgiordania oggi annessa a Israele, "c'è in gioco il futuro, la stessa identità" spiega Ra'ed Dakka, sindaco di Baqa al-Gharbiya, una delle città frontaliere. "Il piano di pace presentato in gennaio dal presidente Trump propone di traferire le nostre comunità nel nuovo Stato palestinese, togliendoci la cittadinanza israeliana". "Se dovessero prevalere le forze di destra, favorevoli all'esecuzione del piano, rischiamo di venire sradicati, di dover ricostruire ancora una volta la nostra identità", dice.
Fra le limitrofe Baqa al-Gharbiya (Baqa occidentale), in Israele, e Baqa ash-Sharqiyya (Baqa orientale), nella Cisgiordania, dal 2005 scorre il muro di separazione, che spacca a metà il sobborgo di Nazlat 'Isa, lasciando 12 famiglie palestinesi dalla parte israeliana. A loro viene riservato un check-point speciale, mentre i residenti arabo-israeliani che vogliano recarsi dall'altra parte devono fare un giro di almeno un'ora, attraverso un valico ufficiale.
Nel bugigattolo "Falafel hagader" (falafel della recinzione), dove un palestinese serve hummous a un quinto del prezzo di Tel Aviv, arrivano a discutere di politica anche molti israeliani ebrei. Alcuni accusano i residenti del triangolo di un atteggiamento ambivalente, osservando che se da una parte rifiutano di identificarsi con Israele, dall'altra si inalberano nel momento in cui gli viene proposto di separarsene.
"Il trasferimento sotto l'autorità della Palestina è una cosa che potremmo accettare se il piano prevedesse la creazione di uno Stato palestinese vero, con le sue frontiere e tutti gli attributi", risponde il sessantunenne Ibrahim Mawasi, residente di Baqa al-Gharbiya e sostenitore della "Lista Araba Unita" di Ayman Odeh, un'unione di partiti arabi. "Altrimenti non vogliamo rinunciare ai nostri diritti, doverci sentire cittadini temporanei".
L'idea della cessione del triangolo in cambio dell'annessione di parti della Cisgiordania è un vecchio cavallo di battaglia di Avigdor Lieberman, il "traditore" di Netanyahu e fautore dell'attuale crisi politica. Per l'estremista di destra i quasi due milioni di arabo-israeliani sono una quinta colonna di traditori, di cui vale la pena disfarsi.
Ma Dakka, il sindaco di Baqa al-Gharbiya, dice che malgrado la retorica in generale le cose vanno migliorando. "Abbiamo una popolazione giovane, per il 60 per cento sotto i 30 anni, che finalmente si sta integrando nella società israeliana. Qualcosa si muove anche dal punto di vista di infrastrutture e sviluppo urbano, anche se rimane il problema occupazionale delle donne che non possono lavorare troppo lontane da casa. Dico a Trump: non abbiamo bisogno di nuove crisi di appartenenza".
A tranquillizzare i residente c'è il fatto che Benny Gantz, il leader dell'opposizione, si è detto contrario alla cessione del triangolo, malgrado appoggi il piano americano in linea generale.
Ma è difficile che tanto basti a valergli molti voti dei cittadini arabi, in un Paese in cui destra e sinistra si definiscono rispetto alle posizioni sul conflitto e in cui il voto segue spesso logiche di appartenenza tribale. Tanto più che Gantz ha anche detto di volere un governo di "maggioranza ebraica".
Molto di più di un rituale elettorale ormai venuto a noia a tanti israeliani, che vedono nello stallo politico interminabile una fonte d'imbarazzo a livello internazionale. Perfino un sintomo di un sistema elettorale malato, in tempi di coronavirus.
Per gli arabo-israeliani del cosiddetto triangolo, la regione a ridosso della Cisgiordania oggi annessa a Israele, "c'è in gioco il futuro, la stessa identità" spiega Ra'ed Dakka, sindaco di Baqa al-Gharbiya, una delle città frontaliere. "Il piano di pace presentato in gennaio dal presidente Trump propone di traferire le nostre comunità nel nuovo Stato palestinese, togliendoci la cittadinanza israeliana". "Se dovessero prevalere le forze di destra, favorevoli all'esecuzione del piano, rischiamo di venire sradicati, di dover ricostruire ancora una volta la nostra identità", dice.
Fra le limitrofe Baqa al-Gharbiya (Baqa occidentale), in Israele, e Baqa ash-Sharqiyya (Baqa orientale), nella Cisgiordania, dal 2005 scorre il muro di separazione, che spacca a metà il sobborgo di Nazlat 'Isa, lasciando 12 famiglie palestinesi dalla parte israeliana. A loro viene riservato un check-point speciale, mentre i residenti arabo-israeliani che vogliano recarsi dall'altra parte devono fare un giro di almeno un'ora, attraverso un valico ufficiale.
Nel bugigattolo "Falafel hagader" (falafel della recinzione), dove un palestinese serve hummous a un quinto del prezzo di Tel Aviv, arrivano a discutere di politica anche molti israeliani ebrei. Alcuni accusano i residenti del triangolo di un atteggiamento ambivalente, osservando che se da una parte rifiutano di identificarsi con Israele, dall'altra si inalberano nel momento in cui gli viene proposto di separarsene.
"Il trasferimento sotto l'autorità della Palestina è una cosa che potremmo accettare se il piano prevedesse la creazione di uno Stato palestinese vero, con le sue frontiere e tutti gli attributi", risponde il sessantunenne Ibrahim Mawasi, residente di Baqa al-Gharbiya e sostenitore della "Lista Araba Unita" di Ayman Odeh, un'unione di partiti arabi. "Altrimenti non vogliamo rinunciare ai nostri diritti, doverci sentire cittadini temporanei".
L'idea della cessione del triangolo in cambio dell'annessione di parti della Cisgiordania è un vecchio cavallo di battaglia di Avigdor Lieberman, il "traditore" di Netanyahu e fautore dell'attuale crisi politica. Per l'estremista di destra i quasi due milioni di arabo-israeliani sono una quinta colonna di traditori, di cui vale la pena disfarsi.
Ma Dakka, il sindaco di Baqa al-Gharbiya, dice che malgrado la retorica in generale le cose vanno migliorando. "Abbiamo una popolazione giovane, per il 60 per cento sotto i 30 anni, che finalmente si sta integrando nella società israeliana. Qualcosa si muove anche dal punto di vista di infrastrutture e sviluppo urbano, anche se rimane il problema occupazionale delle donne che non possono lavorare troppo lontane da casa. Dico a Trump: non abbiamo bisogno di nuove crisi di appartenenza".
A tranquillizzare i residente c'è il fatto che Benny Gantz, il leader dell'opposizione, si è detto contrario alla cessione del triangolo, malgrado appoggi il piano americano in linea generale.
Ma è difficile che tanto basti a valergli molti voti dei cittadini arabi, in un Paese in cui destra e sinistra si definiscono rispetto alle posizioni sul conflitto e in cui il voto segue spesso logiche di appartenenza tribale. Tanto più che Gantz ha anche detto di volere un governo di "maggioranza ebraica".