Von der Leyen e i migranti: “Grecia scudo d’Europa”. Sassoli: “Ma anche generosità
dal nostro inviato MARCO MENSURATILa presidente della Commissione con gli altri capi delle istituzioni Ue alla frontiera con la Turchia. Per il Pd è “una frase disumana”. Orfini: “Donne e bambini non sono un pericolo”
KASTANIES - Sul greto del fiume Evros, di fianco a un cumulo di oggetti abbandonati nella fuga da una famiglia di profughi, c'è anche un orsacchiotto di peluche. Un abitante del posto si ferma a raccoglierlo ma viene rimproverato da un poliziotto greco piuttosto nervoso: "Tutta questa zona - dice - è da considerarsi teatro di operazioni militari. Andatevene via o vi beccate una pallottola".
Non è un modo di dire. Quella in corso da queste parti è una guerra vera. E in guerra si muore. Come è capitato poche ore fa a un ragazzo siriano, la terza vittima di questa crisi. Aveva quasi passato il filo spinato quando si è accorto dell'arrivo della polizia greca, quindi è tornato sui suoi passi, di corsa. Ma non ce l'ha fatta. Gli hanno sparato. È morto mentre lo portavano all'ospedale di Edirne.
Sarebbero stati i greci, stando a quanto racconta una fonte dell'esercito turco alla Reuters, ma l'accusa t…
Non è un modo di dire. Quella in corso da queste parti è una guerra vera. E in guerra si muore. Come è capitato poche ore fa a un ragazzo siriano, la terza vittima di questa crisi. Aveva quasi passato il filo spinato quando si è accorto dell'arrivo della polizia greca, quindi è tornato sui suoi passi, di corsa. Ma non ce l'ha fatta. Gli hanno sparato. È morto mentre lo portavano all'ospedale di Edirne.
Sarebbero stati i greci, stando a quanto racconta una fonte dell'esercito turco alla Reuters, ma l'accusa t…
KASTANIES - Sul greto del fiume Evros, di fianco a un cumulo di oggetti abbandonati nella fuga da una famiglia di profughi, c'è anche un orsacchiotto di peluche. Un abitante del posto si ferma a raccoglierlo ma viene rimproverato da un poliziotto greco piuttosto nervoso: "Tutta questa zona - dice - è da considerarsi teatro di operazioni militari. Andatevene via o vi beccate una pallottola".
Non è un modo di dire. Quella in corso da queste parti è una guerra vera. E in guerra si muore. Come è capitato poche ore fa a un ragazzo siriano, la terza vittima di questa crisi. Aveva quasi passato il filo spinato quando si è accorto dell'arrivo della polizia greca, quindi è tornato sui suoi passi, di corsa. Ma non ce l'ha fatta. Gli hanno sparato. È morto mentre lo portavano all'ospedale di Edirne.
Sarebbero stati i greci, stando a quanto racconta una fonte dell'esercito turco alla Reuters, ma l'accusa trova ancora una volta la secca smentita del Governo di Atene: "Sono tutte fake news".
Come siano andate le cose - stavolta come nel caso del bambino morto a Lesbo lunedì o del ventiduenne ucciso lo stesso giorno a Enez un centinaio di chilometri a Sud di qui - non si saprà mai. Perché in questa guerra continua ad esserci un'unica certezza: l'asimmetria. A misurarsi sul campo non sono due eserciti, l'uno contro l'altro; ma due eserciti contro una massa di disperati.
I ventimila profughi che adesso stanno premendo ai confini della Grecia - sia quelli di mare sia quelli di terra - si ritrovano infatti schiacciati tra la pressione della Turchia, che continua a dir loro di andare, a organizzare pullman da Istanbul, che insomma continua a usarli come arma non convenzionale nel tentativo di ricattare l'Europa, e il muro eretto da Atene che in queste ore sta operando un respingimento di massa mai visto prima, illegale - il principio di non respingimento (non refoulement) è un cardine del diritto internazionale - eppure benedetto dalle autorità di Bruxelles: "La protezione dei confini - si è congratulato il presidente del consiglio europeo Charles Michel - è fondamentale".
I racconti dei profughi respinti alla frontiera e tornati in territorio turco, raccolti dal personale umanitario, non lasciano dubbi. "I soldati turchi ci hanno mostrato quale strada fare per passare il confine e persino il punto dove guadare il fiume - dice Ahmed, un afgano di 17 anni, che due sere fa ha tentato di entrare in Europa insieme a tre suoi amici - . Siamo andati per la strada che ci hanno suggerito ed in effetti siamo riusciti a passare con relativa semplicità. Solo che dall'altra parte abbiamo trovato la polizia greca. Ci hanno picchiato con un manganello e derubato di tutto, poi ci hanno portato in una locale chiuso e lì ci hanno tenuti per 24 ore, senza cibo". Il giorno dopo, i tre ragazzi sono stati riportati in territorio turco, in mezzo agli altri profughi a raccontare quello che era successo.
L'obiettivo dichiarato è quello di scoraggiare i migranti e costringerli a rimanere dall'altra parte per disinnescare il ricatto di Erdogan. Anche gli episodi di violenza sempre più ricorrenti che si verificano nelle acque delle isole - ancora ieri sono stati respinti, con spari contro i migranti, altri due barconi ciascuno con 25 persone a bordo, a Kastellorizo - rientrano in questa strategia.
Che a quanto pare sta cominciando a funzionare visto che più di una famiglia ha deciso di lasciare perdere e tornare a Istanbul. Il problema però è che per ogni persona che molla per paura dei greci ce ne sono due che arrivano portate dai turchi, e la pressione cresce.
Non è un modo di dire. Quella in corso da queste parti è una guerra vera. E in guerra si muore. Come è capitato poche ore fa a un ragazzo siriano, la terza vittima di questa crisi. Aveva quasi passato il filo spinato quando si è accorto dell'arrivo della polizia greca, quindi è tornato sui suoi passi, di corsa. Ma non ce l'ha fatta. Gli hanno sparato. È morto mentre lo portavano all'ospedale di Edirne.
Sarebbero stati i greci, stando a quanto racconta una fonte dell'esercito turco alla Reuters, ma l'accusa trova ancora una volta la secca smentita del Governo di Atene: "Sono tutte fake news".
Come siano andate le cose - stavolta come nel caso del bambino morto a Lesbo lunedì o del ventiduenne ucciso lo stesso giorno a Enez un centinaio di chilometri a Sud di qui - non si saprà mai. Perché in questa guerra continua ad esserci un'unica certezza: l'asimmetria. A misurarsi sul campo non sono due eserciti, l'uno contro l'altro; ma due eserciti contro una massa di disperati.
I ventimila profughi che adesso stanno premendo ai confini della Grecia - sia quelli di mare sia quelli di terra - si ritrovano infatti schiacciati tra la pressione della Turchia, che continua a dir loro di andare, a organizzare pullman da Istanbul, che insomma continua a usarli come arma non convenzionale nel tentativo di ricattare l'Europa, e il muro eretto da Atene che in queste ore sta operando un respingimento di massa mai visto prima, illegale - il principio di non respingimento (non refoulement) è un cardine del diritto internazionale - eppure benedetto dalle autorità di Bruxelles: "La protezione dei confini - si è congratulato il presidente del consiglio europeo Charles Michel - è fondamentale".
I racconti dei profughi respinti alla frontiera e tornati in territorio turco, raccolti dal personale umanitario, non lasciano dubbi. "I soldati turchi ci hanno mostrato quale strada fare per passare il confine e persino il punto dove guadare il fiume - dice Ahmed, un afgano di 17 anni, che due sere fa ha tentato di entrare in Europa insieme a tre suoi amici - . Siamo andati per la strada che ci hanno suggerito ed in effetti siamo riusciti a passare con relativa semplicità. Solo che dall'altra parte abbiamo trovato la polizia greca. Ci hanno picchiato con un manganello e derubato di tutto, poi ci hanno portato in una locale chiuso e lì ci hanno tenuti per 24 ore, senza cibo". Il giorno dopo, i tre ragazzi sono stati riportati in territorio turco, in mezzo agli altri profughi a raccontare quello che era successo.
L'obiettivo dichiarato è quello di scoraggiare i migranti e costringerli a rimanere dall'altra parte per disinnescare il ricatto di Erdogan. Anche gli episodi di violenza sempre più ricorrenti che si verificano nelle acque delle isole - ancora ieri sono stati respinti, con spari contro i migranti, altri due barconi ciascuno con 25 persone a bordo, a Kastellorizo - rientrano in questa strategia.
Che a quanto pare sta cominciando a funzionare visto che più di una famiglia ha deciso di lasciare perdere e tornare a Istanbul. Il problema però è che per ogni persona che molla per paura dei greci ce ne sono due che arrivano portate dai turchi, e la pressione cresce.