Giornalisti al lavoro nelle strada di Tegucigalpa, Honduras (afp)
Nella lotta al coronavirus si apre anche la caccia al giornalista
Raffaella Menichini
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di RAFFAELLA MENICHINI
In molti Paesi le misure d'emergenza contro la pandemia stanno offrendo la possibilità di limitare la libertà di stampa, censurare le voci critiche e delegittimare i media. Con il rischio di amplificare ancora di più la diffusione di informazioni errate sulla malattia
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GIORNALISTI bastonati in India, corrispondenti espulsi dalla Cina, redazioni messe all'indice in Brasile e negli Stati Uniti, reporter investigativi minacciati in Slovenia, giornalisti e blogger arrestati in Turchia. Tra le molte vittime collaterali della pandemia da coronavirus, ce n'è anche una che rischia di diventare di lungo termine e difficilmente reversibile: la libertà di stampa.
Le misure eccezionali sulla possibilità di muoversi e operare adottate ormai da tutti i governi del pianeta stanno già offrendo ad alcuni governi l'opportunità di rafforzare una tendenza già in atto, ovvero la censura e la persecuzione dei giornalisti e delle loro organizzazioni. E con la soppressione o la limitazione dell'azione dei giornalisti che scrupolosamente verificano e diffondono le notizie sul virus - una funzione vitale in questa delicata fase della vita pubblica e della tenuta di molte democrazie - si espande anche lo spazio di pro…
GIORNALISTI bastonati in India, corrispondenti espulsi dalla Cina, redazioni messe all'indice in Brasile e negli Stati Uniti, reporter investigativi minacciati in Slovenia, giornalisti e blogger arrestati in Turchia. Tra le molte vittime collaterali della pandemia da coronavirus, ce n'è anche una che rischia di diventare di lungo termine e difficilmente reversibile: la libertà di stampa.
Le misure eccezionali sulla possibilità di muoversi e operare adottate ormai da tutti i governi del pianeta stanno già offrendo ad alcuni governi l'opportunità di rafforzare una tendenza già in atto, ovvero la censura e la persecuzione dei giornalisti e delle loro organizzazioni. E con la soppressione o la limitazione dell'azione dei giornalisti che scrupolosamente verificano e diffondono le notizie sul virus - una funzione vitale in questa delicata fase della vita pubblica e della tenuta di molte democrazie - si espande anche lo spazio di propagazione della falsa informazione, con effetti ancor più devastanti nei passaparola frenetici che in queste ore si propagano di casa in casa.
Un quadro immediato - e visivamente già allarmante - di quanto sta accadendo in queste ore lo fornisce la ong britannica Index on Censorship con la sua mappa interattiva aggiornata in tempo reale con segnalazioni verificate da tutto il mondo.
Il caso più eclatante viene dalla Cina, che era già in prima linea nella censura di Stato sui media e si è ritrovata a gestire per prima la crisi del coronavirus. Il 18 marzo il governo di Pechino ha revocato gli accrediti stampa a una decina di giornalisti americani delle testate New York Times, Wall Street Journal e Washington Post che sarebbero scaduti alla fine del 2020.
Il governo ha ignorato le proteste dei tre editori, espresse in una lettera comune in cui definiscono "straordinariamente priva di scrupoli e dannosa" la misura e ne chiedono una revoca: "Forse più che per ogni grande evento della nostra storia recente, questo momento mette in luce la necessità di un giornalismo sul campo, accurato, verificato, dai centri della pandemia, e la condivisione delle informazioni".
Silenzio dal governo di Pechino, il portavoce del ministero degli Esteri si è limitato ad ammettere che si è trattato di una ritorsione ("necessaria contromisura") per la "oppressione ingiustificabile" dei media cinesi negli Stati Uniti. Cosa era successo? Da mesi tra Washington e Pechino è in corso un braccio di ferro sull'agibilità dei rispettivi giornalisti. Washington aveva prima imposto che i giornalisti cinesi che lavorano per le agenzie di stampa venissero registrati come dipendenti delle missioni diplomatiche, poi aveva ordinato a quattro organi di stampa di Stato di ridurre il proprio staff negli Usa da 160 a 100 unità. I cinesi, dal canto loro, avevano espulso tre giornalisti del Wall Street Journal dopo che il giornale aveva pubblicato un commento che definiva la Cina "il vero malato dell'Asia". La crisi della pandemia ha dato il destro per portare lo scontro su un livello ancora più alto.
In Europa è l'Ungheria di Viktor Orbán a compiere la svolta più estrema, usando la crisi pandemica per varare uno stato d'emergenza che concede pieni poteri, rinnovabili senza limiti di tempo, al presidente. Per chi pubblica "false notizie" sul tema del coronavirus - potenzialmente anche critiche all'operato del governo - rischia fino a 5 anni di carcere.
Per alcuni regimi la pandemia offre un'occasione unica per "liberarsi" di alcune voci scomode. È il caso dell'Egitto dove Ruth Michaelson, giornalista del britannico Guardian, si è vista ritirare l'accredito e intimare di abbandonare subito il Paese dopo aver scritto, il 15 marzo scorso, un articolo in cui citava uno studio canadese secondo cui i casi di infettati in Egitto possono superare i 19mila, invece delle poche decine riportate dal governo. Sia Michaelson che il corrispondente del New York Times Declan Walsh, che aveva twittato a proposito dello stesso studio, sono stasti formalmente ripresi dal "Sis", il servizio governativo dell'informazione, che ha chiesto il ritiro dell'articolo e le scuse ufficiali del Guardian.
Il governo ha anche annunciato sanzioni e la possibilità di arresto per chi diffonde "informazioni false" sul Covid-19. Naturalmente il rischio di stretta liberticida non riguarda solo i giornalisti stranieri, ma ancora una volta è difficile quantificare e avere notizia delle violazioni di cui sono oggetto i reporter locali.
Anche per la Turchia, dove gli attacchi alla libertà di informazione vanno avanti da anni, il coronavirus ha offerto una grande occasione: il 14 marzo due giornalisti del sito Haberimizvar sono stati arrestati per un reportage sul coronavirus, poi cancellato. E sono oltre 400 le persone arrestate con l'accusa di aver condiviso sui social messaggi "provocatori" e false informazioni. Un appello firmato da una trentina di organizzazioni umanitarie e per la difesa della libertà di stampa - tra cui Amnesty International e Reporter senza frontiere - chiede al governo turco di considerare la liberazione di giornalisti e detenuti per reati d'opinione nel provvedimento "svuota carceri" all'esame del governo per far fronte all'epidemia all'interno delle prigioni turche. In particolare, si citano lo scrittore e giornalista Ahmet Altan e l'attivista e imprenditore Osman Kavala, entrambi ultrasessantenni, il politico curdo Selahattin Demirtas, che ha avuto problemi cardiaci in carcere, più molti altri accademici, attivisti, giornalisti che "non dovrebbero neanche trovarsi in carcere per le loro opinioni".
Misure restrittive su editoria e social media sono state adottate il 18 marzo in Sudafrica, con una legge che criminalizza la pubblicazione di notizie false sul coronavirus. Una misura stigmatizzata dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) e dal rappresentante Onu per la protezione della libertà d'opinione, David Kaye: mentre è importante arginare la diffusione di false informazioni sul virus, è anche essenziale che il governo per primo promuova e favorisca la produzione di notizie verificate.
Vere e proprie violenze si sono scatenate in India, nello stato dell'Hyderabad, dove la polizia ha aggredito a colpi di bastone gruppi di giornalisti che si trovavano in strada, con il permesso regolare di lavoro.
Mentre in Slovenia il giornalista investigativo Blaz Zgaga è stato oggetto di minacce di morte per aver sottoposto al governo una richiesta di chiarimenti sulla gestione della crisi del coronavirus.
E poi ci sono Paesi di provata democrazia dove il rapporto tra chi detiene il potere e i media è parte di una più vasta sfida democratica, e in cui la crisi della pandemia accelera e massimizza il conflitto. È il caso del Brasile di Jair Bolsonaro, che accusa la stampa e alcuni governatori che hanno ordinato il lockdown dei rispettivi territori di voler enfatizzare per motivi politici i rischi del coronavirus. Il presidente parla di "isteria" dei media e definisce il coronavirus una "piccola influenza", mentre il virus continua a diffondersi ben oltre le stime ufficiali. La diffusione di disinformazione dal vertice del Paese è così smaccata e pericolosa che le piattaforme social sono intervenute a silenziarlo: Twitter ha cancellato i suoi tweet e Facebook alcuni dei suoi video. Negli Stati Uniti, la prima fase di sottovalutazione dei rischi di cui si è reso responsabile il presidente americano Donald Trump è stata come di consueto accompagnata da attacchi ai "media fallimentari" che stavano invece dando grande risalto ai pericoli dell'infezione e alla necessità di misure più stringenti. Ancora pochi giorni fa, Trump via Twitter sosteneva che fosse in atto una campagna di media e opposizione per sabotare la sua rielezione alla Casa Bianca. Innumerevoli gli attacchi personali ai cronisti che gli chiedono conto delle sue politiche sul Covid-19 o gli chiedono di parlare più chiaramente alla nazione.
La gravità dello scontro con i media si traduce nel pericolo concreto che le dichiarazioni del presidente non suffragate da basi scientifiche possano indurre confusione e generare comportamenti errati nella popolazione. Per i media questo si traduce in una scelta etica e professionale cruciale, che già lunedì ha dato un primo frutto abbastanza eclatante: i tre principali network tv (Abc, Cbs, Nbc) che stavano mandando in diretta conferenza stampa del presidente hanno staccato il collegamento dopo 20 minuti per passare alle news. Solo la Fox ha mantenuto Trump in onda per tutta la durata dell'incontro, quasi due ore. La motivazione è stata "editoriale", sull'utilità informativa delle comunicazioni di Trump ("Se la Casa Bianca desidera acquistare spazio sul nostro network deve mandare una richiesta formale", ha detto la Cnn). Ma qualcuno come Rachel Maddow, commentatrice di punta di MSNBC, si è spinta a chiedere il boicottaggio totale delle dichiarazioni in diretta del presidente, per la loro potenziale pericolosità.
False informazioni: come difendersi? Se per molti governi la lotta alla diffusione di "fake news" sta offrendo il destro per politiche censorie ancor più rigide che in passato contro tutti gli organi di stampa, è certo che il problema della diffusione di disinformazione, più o meno a fini di lucro o anche con l'intento di creare panico e individuare "nemici" a fini propagandistici, è cresciuta esponenzialmente, con il crescere dell'allarme epidemiologico. Senza dimenticare la responsabilità anche dei grandi media "mainstream" nel farsi veicolo e a volte amplificatore di messaggi poi nel tempo rivelatisi non corretti.
Audio anonimi di falsi medici ed esperti, previsioni di scadenze, finte liste di prescrizioni comportamentali, "rivelazioni" sulla natura del virus, accuse costruite ad arte contro governi e individui, finte ordinanze e minacce di multe. Li abbiamo visti tutti sui nostri canali social ma soprattutto via chat private come Whatsapp, rivelatesi il motore primario di diffusione delle fake news sul coronavirus. Anche per questo Facebook, proprietario anche di WhatsApp, si è mosso con il "WhatsApp Coronavirus Information Hub" per contrastare il fenomeno delle bufale e contemporaneamente utilizzare la popolare piattaforma per rilanciare importanti informazioni per la popolazione.
Così come nel caso di WhatsApp, è dagli ambienti social "chiusi" o "a inviti" che partono i tam tam più pericolosi, perché più difficili da individuare e controllare. A molti di noi sarà già capitato di ricevere in questi giorni messaggi simili da diverse chat di gruppo che, citando "un amico che lavora nella tale televisione", o "amici militari", ci hanno annunciato la morte di un personaggio di spicco, o il progetto di chiusura totale del Paese fino alla fine di luglio, o una lista di caratteristiche del virus e di modi per combatterlo attribuiti a una famosa università americana, o ancora audio con un'infermiera dall'accento settentrionale che spiega come la vitamina C sia miracolosa nella cura del virus. Sono propagazioni rapide e di cui è impossibile risalire alla fonte primaria, cosa che rende per le piattaforme - e per le autorità, nel caso volessero farlo - particolarmente difficile intervenire.
Secondo uno studio del sito Politico condotto nelle ultime due settimane su una trentina di gruppi chiusi su Facebook a tema coronavirus, in varie lingue, sono decine i post contenenti bugie, manipolazioni, vere falsificazioni fatti circolare negli Stati Uniti e in Europa. Una grande alleanza di media e piattaforme tecnologiche si sta formando in queste ore per contrastare la possibilità che i media e i social siano utilizzati più o meno consapevolmente per la diffusione di disinformazione, ma anche per segnalare la circostanza, piuttosto comune, in cui un "marchio" riconosciuto come autorevole venga utilizzato in modo fraudolento per avallare false notizie. Il "patto" sull'informazione sul Covid19 fa parte di un gruppo di lavoro già avviato lo scorso anno sul tema della disinformazione, la Trusted News Initiative, di cui fanno parte Bbc, Facebook, Google/YouTube, Twitter, Microsoft, Afp, Reuters, la EBU (European Broadcasting Union), Financial Times, Wall Street Journal, The Hindu, CBC Canada, First Draft, Reuters Institute for the Study of Journalism.
E in Italia? Dopo che il Copasir ha diffuso l'allarme per una campagna "mirata" di false notizie sul coronavirus che avrebbe preso di mira l'Italia dall'estero, il governo è tornato a rispolverare il progetto di "task force" contro la disinformazione, auspicata dal sottosegretario dem all'editoria Andrea Martella, che pensa poi anche a una legge ad hoc che conceda poteri sanzionatori all'Agcom e anche alla Protezione civile.