L'uomo che ha portato alla sbarra Assad: "Per la Siria è il tempo della giustizia"
Francesca Caferri , di FRANCESCA CAFERRIAnwar al Bunni, avvocato siriano, è la mente dietro al processo che in Germania vede alla sbarra per la prima volta esponenti del regime accusati di torture nei confronti di migliaia di prigionieri
"Non cerco vendetta, ma giustizia. Non è una storia personale: non riguarda me, ma le migliaia di persone che sono scomparse o morte nelle carceri siriane dal 2011 a oggi. Meritano giustizia e posso assicurarvelo: la avranno". La voce di Anwar al Bunni non trasmette rabbia, solo determinazione: a 61 anni, questo avvocato siriano residente a Berlino, sopravvissuto a sei anni di carcere duro a Damasco, a due tentativi di assassinio in cella e a una caccia senza pietà prima di riuscire a fuggire dalla Siria, è l'uomo che per la prima volta è riuscito a portare alla sbarra per crimini contro l'umanità il regime del presidente siriano Bashar al Assad. Responsabile, secondo Amnesty International, della scomparsa di 75mila persone in carcere dal 2001 a oggi: e della morte di almeno 9mila di loro.
Al Bunni è l'avvocato che sta dietro processo che si è aperto giovedì a Coblenza, Germania, contro Anwar Raslan e Eyad …
Al Bunni è l'avvocato che sta dietro processo che si è aperto giovedì a Coblenza, Germania, contro Anwar Raslan e Eyad …
"Non cerco vendetta, ma giustizia. Non è una storia personale: non riguarda me, ma le migliaia di persone che sono scomparse o morte nelle carceri siriane dal 2011 a oggi. Meritano giustizia e posso assicurarvelo: la avranno". La voce di Anwar al Bunni non trasmette rabbia, solo determinazione: a 61 anni, questo avvocato siriano residente a Berlino, sopravvissuto a sei anni di carcere duro a Damasco, a due tentativi di assassinio in cella e a una caccia senza pietà prima di riuscire a fuggire dalla Siria, è l'uomo che per la prima volta è riuscito a portare alla sbarra per crimini contro l'umanità il regime del presidente siriano Bashar al Assad. Responsabile, secondo Amnesty International, della scomparsa di 75mila persone in carcere dal 2001 a oggi: e della morte di almeno 9mila di loro.
Al Bunni è l'avvocato che sta dietro processo che si è aperto giovedì a Coblenza, Germania, contro Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, due ufficiali accusati della tortura di migliaia di prigionieri e della morte di centinaia in due delle principali carceri di Damasco. Ed è stato lui a riconoscere per primo, nel 2014, fra i profughi del campo tedesco dove era appena arrivato con la sua famiglia, Raslan, che lo aveva arrestato e torturato nel 2006. E soprattutto lui a organizzare, con l'aiuto del European center for constitutional and human rights (Ecchr) di Berlino, le 24 vittime che nelle prossime settimane prenderanno la parola raccontando delle scosse elettriche, i colpi con le barre di ferro, le penetrazioni con bottiglie di vetro che hanno subito per mano dei due imputati: l'accusa rivolta a tutti era di aver sostenuto la rivoluzione che nel 2011 chiedeva le dimissioni di Bashar al Assad.
"È stato importante vedere Raslan e al-Gharib alla sbarra - racconta Al Bunni sul treno che lo riporta a Berlino - ma questo non è che l'inizio. Quei due non ci bastano. Vogliamo esporre l'intera catena di comando che ha presieduto alla tortura e alla morte di migliaia di siriani in questi anni. Vogliamo che dalle testimonianze di Coblenza partano indagini contro uomini come Ali al Mamlouk, il capo dell'intelligence militare, e lo stesso Bashar al Assad. Vogliamo un'inchiesta internazionale e mandati di cattura. Quando tutto questo sarà finito, non potranno sentirsi liberi di lasciare la Siria: dovranno temere per la loro libertà".
Al primo sguardo, Al Bunni tutto sembra meno che un grande accusatore: cortese, modesto, parla con voce soffusa. Ma basta passare un po' di tempo con lui per capire che l'apparenza mite nasconde una volontà di acciaio. Quella che l'ha sostenuto da quando, giovanissimo, ha iniziato l'attività di avvocato specializzato nei diritti umani. Quella che per anni, nonostante le minacce e le intimidazioni, ne ha fatto una spina nel fianco per il presidente siriano Hafez al Assad prima e di suo figlio Bashar poi. Dagli anni '80, il nome di Al Bunni appare praticamente in ogni processo contro dissidenti in Siria. Dopo aver difeso centinaia di oppositori, nel 2006 lui stesso è finito in carcere, colpevole di aver firmato un appello per il rispetto delle libertà civili: rilasciato nel 2012, ha potuto godere di pochi mesi di libertà prima che il suo amico e socio, Khalil Matouk, fosse arrestato - per poi scomparire per sempre - e lui fosse costretto a scappare.
Oggi la foto di Matouk è l'unico arredo alle pareti del modesto ufficio di Berlino da dove al Bunni coordina la campagna globale per assicurare alla giustizia Bashar al Assad e i suoi uomini. "Nel 2014, quando riconobbi Raslan nel campo profughi non avrei mai pensato che saremmo arrivati a portarlo alla sbarra - ricorda ora - Non avrei mai immaginato che avremmo potuto usare il principio della giurisdizione universale per mettere a processo lui e quelli come lui qui in Germania - racconta - allora credevo che ci fosse una possibilità di portare questa gente davanti ai giudici in Siria. Ma poi la rivoluzione è tramontata e ho capito che non sarebbe stato possibile. Così ho cominciato a cercare testimoni fra chi era fuggito, come me, a parlare con loro, a mettere insieme le carte che ci hanno permesso di istruire il procedimento in Germania. Ed eccoci qui: non possiamo avere un processo a Damasco, ma giovedì sentire i pubblici ministeri tedeschi elencare tutti i crimini commessi da quegli uomini e dal regime che li istigava davanti ai giornalisti di tutto il mondo è stata una grande soddisfazione. La dimostrazione che per la Siria può esserci giustizia".
Al Bunni non è uno sciocco: sa che negli ultimi anni i venti della Storia hanno spirato a favore del presidente siriano Assad e che buona parte della comunità internazionale è pronta a dimenticare i crimini commessi dal regime in nome della stabilità regionale in Medio Oriente. Eppure, non ha intenzione di arrendersi. Né di accontentarsi della sentenza che fra qualche mese arriverà dai giudici di Coblenza: "Non mi fermerò - dice - fino a quando non vedrò alla sbarra i vertici del regime. Gli esecutori non mi bastano: lo devo a Khalil, il mio socio, ai tanti amici che ho perso nelle carceri e a tutti quelli che non conoscevo che ma che sono morti per un'idea che è quella che mi ha sempre guidato. Il popolo siriano merita diritti e democrazia: e oggi, ancora di più, merita giustizia".
Al Bunni è l'avvocato che sta dietro processo che si è aperto giovedì a Coblenza, Germania, contro Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, due ufficiali accusati della tortura di migliaia di prigionieri e della morte di centinaia in due delle principali carceri di Damasco. Ed è stato lui a riconoscere per primo, nel 2014, fra i profughi del campo tedesco dove era appena arrivato con la sua famiglia, Raslan, che lo aveva arrestato e torturato nel 2006. E soprattutto lui a organizzare, con l'aiuto del European center for constitutional and human rights (Ecchr) di Berlino, le 24 vittime che nelle prossime settimane prenderanno la parola raccontando delle scosse elettriche, i colpi con le barre di ferro, le penetrazioni con bottiglie di vetro che hanno subito per mano dei due imputati: l'accusa rivolta a tutti era di aver sostenuto la rivoluzione che nel 2011 chiedeva le dimissioni di Bashar al Assad.
"È stato importante vedere Raslan e al-Gharib alla sbarra - racconta Al Bunni sul treno che lo riporta a Berlino - ma questo non è che l'inizio. Quei due non ci bastano. Vogliamo esporre l'intera catena di comando che ha presieduto alla tortura e alla morte di migliaia di siriani in questi anni. Vogliamo che dalle testimonianze di Coblenza partano indagini contro uomini come Ali al Mamlouk, il capo dell'intelligence militare, e lo stesso Bashar al Assad. Vogliamo un'inchiesta internazionale e mandati di cattura. Quando tutto questo sarà finito, non potranno sentirsi liberi di lasciare la Siria: dovranno temere per la loro libertà".
Al primo sguardo, Al Bunni tutto sembra meno che un grande accusatore: cortese, modesto, parla con voce soffusa. Ma basta passare un po' di tempo con lui per capire che l'apparenza mite nasconde una volontà di acciaio. Quella che l'ha sostenuto da quando, giovanissimo, ha iniziato l'attività di avvocato specializzato nei diritti umani. Quella che per anni, nonostante le minacce e le intimidazioni, ne ha fatto una spina nel fianco per il presidente siriano Hafez al Assad prima e di suo figlio Bashar poi. Dagli anni '80, il nome di Al Bunni appare praticamente in ogni processo contro dissidenti in Siria. Dopo aver difeso centinaia di oppositori, nel 2006 lui stesso è finito in carcere, colpevole di aver firmato un appello per il rispetto delle libertà civili: rilasciato nel 2012, ha potuto godere di pochi mesi di libertà prima che il suo amico e socio, Khalil Matouk, fosse arrestato - per poi scomparire per sempre - e lui fosse costretto a scappare.
Oggi la foto di Matouk è l'unico arredo alle pareti del modesto ufficio di Berlino da dove al Bunni coordina la campagna globale per assicurare alla giustizia Bashar al Assad e i suoi uomini. "Nel 2014, quando riconobbi Raslan nel campo profughi non avrei mai pensato che saremmo arrivati a portarlo alla sbarra - ricorda ora - Non avrei mai immaginato che avremmo potuto usare il principio della giurisdizione universale per mettere a processo lui e quelli come lui qui in Germania - racconta - allora credevo che ci fosse una possibilità di portare questa gente davanti ai giudici in Siria. Ma poi la rivoluzione è tramontata e ho capito che non sarebbe stato possibile. Così ho cominciato a cercare testimoni fra chi era fuggito, come me, a parlare con loro, a mettere insieme le carte che ci hanno permesso di istruire il procedimento in Germania. Ed eccoci qui: non possiamo avere un processo a Damasco, ma giovedì sentire i pubblici ministeri tedeschi elencare tutti i crimini commessi da quegli uomini e dal regime che li istigava davanti ai giornalisti di tutto il mondo è stata una grande soddisfazione. La dimostrazione che per la Siria può esserci giustizia".
Al Bunni non è uno sciocco: sa che negli ultimi anni i venti della Storia hanno spirato a favore del presidente siriano Assad e che buona parte della comunità internazionale è pronta a dimenticare i crimini commessi dal regime in nome della stabilità regionale in Medio Oriente. Eppure, non ha intenzione di arrendersi. Né di accontentarsi della sentenza che fra qualche mese arriverà dai giudici di Coblenza: "Non mi fermerò - dice - fino a quando non vedrò alla sbarra i vertici del regime. Gli esecutori non mi bastano: lo devo a Khalil, il mio socio, ai tanti amici che ho perso nelle carceri e a tutti quelli che non conoscevo che ma che sono morti per un'idea che è quella che mi ha sempre guidato. Il popolo siriano merita diritti e democrazia: e oggi, ancora di più, merita giustizia".