Ex Jugoslavia, la "Titostalgia" a 40 anni dalla morte del maresciallo: "All'epoca la vita era migliore"
Gianluca Modolo , di GIANLUCA MODOLODalla Croazia alla Serbia fino alla Bosnia, fedelissimi hanno sfidato il virus per rendergli omaggio. E in molti rimpiangono una certa "età d'oro socialista" quando lavoro ed istruzione erano accessibili a tutti
"La partita è stata disdetta". Cinque minuti dopo le 15 del 4 maggio 1980, le supreme autorità di partito e dello Stato furono avvertite con questo messaggio che "il grande cuore del compagno Tito aveva smesso di battere". Tre ore più tardi l'annuncio ufficiale: "Il Maresciallo è morto". Già dal gennaio di quell'anno era ricoverato nella migliore clinica di Lubiana. Colpa di un'infiammazione alla gamba sinistra, poi amputata per evitare la cancrena. Le successive complicazioni e le settimane di coma indotto portarono all'arresto cardiaco e alla morte del creatore e padrone della Jugoslavia. A 40 anni di distanza da quel pomeriggio, nonostante non fosse in programma nessuna cerimonia ufficiale, in molti - sfidando le restrizioni dovute al coronavirus - dalla Croazia alla Serbia fino alla Bosnia si sono radunati per celebrare l'uomo che per 35 anni ha guidato la Repubblica Socialista Federale di Jugosla…
"La partita è stata disdetta". Cinque minuti dopo le 15 del 4 maggio 1980, le supreme autorità di partito e dello Stato furono avvertite con questo messaggio che "il grande cuore del compagno Tito aveva smesso di battere". Tre ore più tardi l'annuncio ufficiale: "Il Maresciallo è morto". Già dal gennaio di quell'anno era ricoverato nella migliore clinica di Lubiana. Colpa di un'infiammazione alla gamba sinistra, poi amputata per evitare la cancrena. Le successive complicazioni e le settimane di coma indotto portarono all'arresto cardiaco e alla morte del creatore e padrone della Jugoslavia. A 40 anni di distanza da quel pomeriggio, nonostante non fosse in programma nessuna cerimonia ufficiale, in molti - sfidando le restrizioni dovute al coronavirus - dalla Croazia alla Serbia fino alla Bosnia si sono radunati per celebrare l'uomo che per 35 anni ha guidato la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Segno che la "titostalgia" o "jugonostalgia" è ancora viva in questa parte di Europa - i Balcani - alle prese con un'economia stagnante, mai sopiti contrasti etnici e religiosi e uno spopolamento demografico da record.
A Belgrado una quindicina di fedelissimi si sono dati appuntamento sulla sua tomba in marmo bianco alla Casa dei fiori, a Dedinje, sulla collina che domina la capitale serba. A Kumrovec, in Croazia, dove nacque, le sirene hanno suonato alle 15.05, l'ora esatta della sua morte. A Sarajevo i nostalgici del Maresciallo si sono ritrovati davanti ad una sua statua. "Finché vivrò, sarà sempre il mio presidente. Perché mi ha dato un appartamento e mi ha permesso di studiare", ha confidato alla France Presse l'84enne Ibrahim Sinanovic.
Sono in molti oggi a rimpiangere una certa "età d'oro socialista" dove il lavoro e l'educazione erano accessibili a tutti. "Sebbene fosse un dittatore, la vita era migliore all'epoca", confida Bojan Milenkovski. Nonostante qualsiasi tipo di opposizione fosse proibita e i cittadini tenuti in riga dalla polizia segreta (l'Udba), "Tito è rimasto nella memoria di molti suoi sudditi come un uomo al quale essere grati", ha scritto qualche anno fa in una biografia dedicata al Maresciallo lo storico sloveno Joze Pirjevec. Secondo un sondaggio di due anni fa, la maggioranza dei serbi voterebbe per lui se oggi si presentasse a delle elezioni. Nel 2016 l'istituto Gallup segnalava che l'81% dei serbi e il 77% dei bosniaci considerava un "danno" la disgregazione della Jugoslavia.
Poco prima di morire, il vecchio compagno Svetozar Vukmanovic in visita nella tenuta del Maresciallo sull'isola di Brioni gli chiese: "Che cosa sta succedendo alla Jugoslavia?". Tito rispose: "La Jugoslavia non esiste più". Aveva ragione. Dieci anni dopo la sua morte iniziò il collasso della federazione, le sei repubbliche si sfaldarono, le guerre degli anni '90 fecero oltre 130mila morti, trascinando la Jugoslavia in una crisi economica e politica che riaccese i nazionalismi. Che dal Kosovo alla Bosnia-Erzegovina affliggono ancora la regione.
Nato il 7 maggio del 1892 a Kumrovec, in quello che allora era un piccolo villaggio al confine tra il Regno di Croazia e il Principato della Stiria sotto la monarchia asburgica, Josip Broz era figlio di una slovena e di un croato. Soldato austriaco nella Prima guerra mondiale, in Russia durante gli anni della rivoluzione, finito in carcere per 5 anni per essere un militante del partito comunista jugoslavo, circondato da incredibili leggende, si diede il soprannome di Tito negli anni '30. Con i nazisti entrati in Jugoslavia nell'aprile del 1941, nel giugno di quell'anno viene nominato comandante delle forze di liberazione nazionale. Le sue brigate partigiane liberarono il Paese dai tedeschi e nel 1945 Tito potè instaurare la sua repubblica socialista. Dopo aver rotto con Stalin nel 1948, la Jugoslavia di Tito fu a lungo un'alternativa ai due blocchi contrapposti della Guerra Fredda. Nel 1961, infatti, assieme all'egiziano Nasser, all'indiano Nehru e all'indonesiano Sukarno, fondò il Movimento dei Non Allineati.
Tito ebbe molte facce. Contraddittorie. Il figlio del popolo nato in un povero villaggio; il "viveur" amante dei buoni sigari che ospitava nella sua barca - il Galeb - le stelle del cinema hollywoodiano; il satrapo che non aveva pietà per i suoi oppositori, mandati a migliaia nell'isola-prigione di Goli Otok; le foibe nella Venezia Giulia e in Istria dopo l'8 settembre '43.
Il giorno dopo la sua morte, il 5 maggio 1980, la sua salma viaggiò a bordo del suo treno azzurro fino a Belgrado, accompagnata dai due figli, Zarko e Misa. Tre giorni dopo il funerale faraonico a cui parteciparono capi di Stato e di governo di quasi tutti i Paesi del mondo, da Breznev alla Thatcher.
Oggi la pandemia nei Balcani si accanisce in Paesi già svuotati da oltre due decenni di emigrazione massiccia e le stime di crescita delle varie economie hanno tutte il segno meno. È anche per questo che, forse, ci si aggrappa a un ricordo del passato, a come "si stava meglio prima". Insomma, alla cara vecchia "jugonostalgia".
A Belgrado una quindicina di fedelissimi si sono dati appuntamento sulla sua tomba in marmo bianco alla Casa dei fiori, a Dedinje, sulla collina che domina la capitale serba. A Kumrovec, in Croazia, dove nacque, le sirene hanno suonato alle 15.05, l'ora esatta della sua morte. A Sarajevo i nostalgici del Maresciallo si sono ritrovati davanti ad una sua statua. "Finché vivrò, sarà sempre il mio presidente. Perché mi ha dato un appartamento e mi ha permesso di studiare", ha confidato alla France Presse l'84enne Ibrahim Sinanovic.
Sono in molti oggi a rimpiangere una certa "età d'oro socialista" dove il lavoro e l'educazione erano accessibili a tutti. "Sebbene fosse un dittatore, la vita era migliore all'epoca", confida Bojan Milenkovski. Nonostante qualsiasi tipo di opposizione fosse proibita e i cittadini tenuti in riga dalla polizia segreta (l'Udba), "Tito è rimasto nella memoria di molti suoi sudditi come un uomo al quale essere grati", ha scritto qualche anno fa in una biografia dedicata al Maresciallo lo storico sloveno Joze Pirjevec. Secondo un sondaggio di due anni fa, la maggioranza dei serbi voterebbe per lui se oggi si presentasse a delle elezioni. Nel 2016 l'istituto Gallup segnalava che l'81% dei serbi e il 77% dei bosniaci considerava un "danno" la disgregazione della Jugoslavia.
Poco prima di morire, il vecchio compagno Svetozar Vukmanovic in visita nella tenuta del Maresciallo sull'isola di Brioni gli chiese: "Che cosa sta succedendo alla Jugoslavia?". Tito rispose: "La Jugoslavia non esiste più". Aveva ragione. Dieci anni dopo la sua morte iniziò il collasso della federazione, le sei repubbliche si sfaldarono, le guerre degli anni '90 fecero oltre 130mila morti, trascinando la Jugoslavia in una crisi economica e politica che riaccese i nazionalismi. Che dal Kosovo alla Bosnia-Erzegovina affliggono ancora la regione.
Nato il 7 maggio del 1892 a Kumrovec, in quello che allora era un piccolo villaggio al confine tra il Regno di Croazia e il Principato della Stiria sotto la monarchia asburgica, Josip Broz era figlio di una slovena e di un croato. Soldato austriaco nella Prima guerra mondiale, in Russia durante gli anni della rivoluzione, finito in carcere per 5 anni per essere un militante del partito comunista jugoslavo, circondato da incredibili leggende, si diede il soprannome di Tito negli anni '30. Con i nazisti entrati in Jugoslavia nell'aprile del 1941, nel giugno di quell'anno viene nominato comandante delle forze di liberazione nazionale. Le sue brigate partigiane liberarono il Paese dai tedeschi e nel 1945 Tito potè instaurare la sua repubblica socialista. Dopo aver rotto con Stalin nel 1948, la Jugoslavia di Tito fu a lungo un'alternativa ai due blocchi contrapposti della Guerra Fredda. Nel 1961, infatti, assieme all'egiziano Nasser, all'indiano Nehru e all'indonesiano Sukarno, fondò il Movimento dei Non Allineati.
Tito ebbe molte facce. Contraddittorie. Il figlio del popolo nato in un povero villaggio; il "viveur" amante dei buoni sigari che ospitava nella sua barca - il Galeb - le stelle del cinema hollywoodiano; il satrapo che non aveva pietà per i suoi oppositori, mandati a migliaia nell'isola-prigione di Goli Otok; le foibe nella Venezia Giulia e in Istria dopo l'8 settembre '43.
Il giorno dopo la sua morte, il 5 maggio 1980, la sua salma viaggiò a bordo del suo treno azzurro fino a Belgrado, accompagnata dai due figli, Zarko e Misa. Tre giorni dopo il funerale faraonico a cui parteciparono capi di Stato e di governo di quasi tutti i Paesi del mondo, da Breznev alla Thatcher.
Oggi la pandemia nei Balcani si accanisce in Paesi già svuotati da oltre due decenni di emigrazione massiccia e le stime di crescita delle varie economie hanno tutte il segno meno. È anche per questo che, forse, ci si aggrappa a un ricordo del passato, a come "si stava meglio prima". Insomma, alla cara vecchia "jugonostalgia".