I messaggi segreti dei prigionieri nel Casinò
Marco Ansaldo , di MARCO ANSALDONella romena Costanza scoperti nei muri gli scritti dei detenuti del regime comunista
«Questo Casinò è lavorato dai detenuti politici nell’anno 1951, il 31 dicembre, sotto la guida dell’architetto Joja Constantin. La squadra di stuccatori guidata da Rusu Ioan, Boto? Dumitru jud Arad, Voicila Nicolaie…». Seguono altre 13 firme. Vergate con un ceppo di matita su un cartone di cemento. Operai sfiniti, che pesavano 40 chili, ed erano in realtà prigionieri dei primi anni del comunismo in Romania. I loro scritti, le poesie, le testimonianze, sono stati trovati il 9 maggio, giorno dell’indipendenza romena dall’Impero ottomano, nei muri del Casinò di Costanza.
In questa bella città che si affaccia sul Mar Nero, il gioiello dell’Art Nouveau è rimasto abbandonato per anni. L’edificio bianco, magnifico nel suo periodo d’oro, risale agli inizi del secolo scorso e servì come Casinò. Poi il regime sfruttò i detenuti per ricostruirlo. Adesso la nuova amministra…
In questa bella città che si affaccia sul Mar Nero, il gioiello dell’Art Nouveau è rimasto abbandonato per anni. L’edificio bianco, magnifico nel suo periodo d’oro, risale agli inizi del secolo scorso e servì come Casinò. Poi il regime sfruttò i detenuti per ricostruirlo. Adesso la nuova amministra…
«Questo Casinò è lavorato dai detenuti politici nell’anno 1951, il 31 dicembre, sotto la guida dell’architetto Joja Constantin. La squadra di stuccatori guidata da Rusu Ioan, Boto? Dumitru jud Arad, Voicila Nicolaie…». Seguono altre 13 firme. Vergate con un ceppo di matita su un cartone di cemento. Operai sfiniti, che pesavano 40 chili, ed erano in realtà prigionieri dei primi anni del comunismo in Romania. I loro scritti, le poesie, le testimonianze, sono stati trovati il 9 maggio, giorno dell’indipendenza romena dall’Impero ottomano, nei muri del Casinò di Costanza.
In questa bella città che si affaccia sul Mar Nero, il gioiello dell’Art Nouveau è rimasto abbandonato per anni. L’edificio bianco, magnifico nel suo periodo d’oro, risale agli inizi del secolo scorso e servì come Casinò. Poi il regime sfruttò i detenuti per ricostruirlo. Adesso la nuova amministrazione, dopo aver provato con successo l’esperimento degli autobus color rosa, ha deciso di ristrutturare quello che è il simbolo di Costanza, il suo Casinò bombardato nella Seconda guerra mondiale. Ma negli interstizi, fra i calcinacci, i nuovi mastri hanno trovato quello che si pensava fosse solo leggenda.
Dice l’architetto Radu Cornescu, che si sta occupando della costruzione in stile Liberty: «Questi messaggi erano un grido di aiuto. Una testimonianza scritta su pezzi strappati dai sacchi di cemento, e nascosti come prova perché un giorno le famiglie e gli amici sapessero che, il 31 dicembre del 1951, questa gente era viva e lavorava a ricostruire il Casinò. Leggerli è commovente, come quando trovi il messaggio dentro una bottiglia lasciata nell’oceano. Parliamo di persone che non sapevano se sarebbero uscite di prigione. Molti furono sterminati, pesavano poche decine di chili. L’edificio ha i suoi segreti. I suoi messaggi erano una leggenda, adesso diventata realtà».
I prigionieri del Casinò improvvisarono i loro scritti, a memoria futura. Carta e matita erano proibiti. Annotavano quanto potevano, poi mettevano i messaggi nei barattoli, nascondendoli nei muri.
Laura Voicila è la figlia di uno dei detenuti, Nicolaie. «In inverno dormivano sul pavimento freddo. Il palazzo non aveva vetri e quando c’era tempesta o bufere di neve, venivano bagnati dalle onde. Mio padre, morto giovane, mi parlava di quel posto con grande sofferenza. Ha sofferto tanto, sia durante il comunismo sia dopo, quando vedeva i suoi torturatori per strada, liberi e con pensioni alte».
Di Nicolaie è stata trovata la sentenza di condanna: dopo i primi mesi di pena a Jilava, fu trasferito nel carcere di Costanza, e da lì mandato a scavare il canale del Danubio dove migliaia di «elementi malsani», per il regime, trovarono la morte per esaurimento fisico, fame, botte. Nicolaie era un uomo fragile, ma aveva talento per l’arte e il disegno, e per i comunisti romeni era più utile impiegarlo al cantiere del Casinò. Presto l’edificio sarà riaperto come centro culturale. Una mostra verrà dedicata ai reperti, per non dimenticare la sua storia completa.
(Ha collaborato Carmen Praja)
In questa bella città che si affaccia sul Mar Nero, il gioiello dell’Art Nouveau è rimasto abbandonato per anni. L’edificio bianco, magnifico nel suo periodo d’oro, risale agli inizi del secolo scorso e servì come Casinò. Poi il regime sfruttò i detenuti per ricostruirlo. Adesso la nuova amministrazione, dopo aver provato con successo l’esperimento degli autobus color rosa, ha deciso di ristrutturare quello che è il simbolo di Costanza, il suo Casinò bombardato nella Seconda guerra mondiale. Ma negli interstizi, fra i calcinacci, i nuovi mastri hanno trovato quello che si pensava fosse solo leggenda.
Dice l’architetto Radu Cornescu, che si sta occupando della costruzione in stile Liberty: «Questi messaggi erano un grido di aiuto. Una testimonianza scritta su pezzi strappati dai sacchi di cemento, e nascosti come prova perché un giorno le famiglie e gli amici sapessero che, il 31 dicembre del 1951, questa gente era viva e lavorava a ricostruire il Casinò. Leggerli è commovente, come quando trovi il messaggio dentro una bottiglia lasciata nell’oceano. Parliamo di persone che non sapevano se sarebbero uscite di prigione. Molti furono sterminati, pesavano poche decine di chili. L’edificio ha i suoi segreti. I suoi messaggi erano una leggenda, adesso diventata realtà».
I prigionieri del Casinò improvvisarono i loro scritti, a memoria futura. Carta e matita erano proibiti. Annotavano quanto potevano, poi mettevano i messaggi nei barattoli, nascondendoli nei muri.
Laura Voicila è la figlia di uno dei detenuti, Nicolaie. «In inverno dormivano sul pavimento freddo. Il palazzo non aveva vetri e quando c’era tempesta o bufere di neve, venivano bagnati dalle onde. Mio padre, morto giovane, mi parlava di quel posto con grande sofferenza. Ha sofferto tanto, sia durante il comunismo sia dopo, quando vedeva i suoi torturatori per strada, liberi e con pensioni alte».
Di Nicolaie è stata trovata la sentenza di condanna: dopo i primi mesi di pena a Jilava, fu trasferito nel carcere di Costanza, e da lì mandato a scavare il canale del Danubio dove migliaia di «elementi malsani», per il regime, trovarono la morte per esaurimento fisico, fame, botte. Nicolaie era un uomo fragile, ma aveva talento per l’arte e il disegno, e per i comunisti romeni era più utile impiegarlo al cantiere del Casinò. Presto l’edificio sarà riaperto come centro culturale. Una mostra verrà dedicata ai reperti, per non dimenticare la sua storia completa.
(Ha collaborato Carmen Praja)