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I manifestanti sfondano il portone del palazzo del governo a Guadalajara, in Messico, durante le proteste per la morte di Giovanni López, avvenuta in seguito alle violenze subite da parte della polizia (reuters)

America Latina, gli altri "casi Floyd" che infiammano la protesta contro le violenze della polizia

Dalla Colombia al Messico e al Brasile, le tante morti sospette di persone di colore vittime degli eccessi repressivi delle forze dell'ordine
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Prima la Colombia, poi il Brasile. Adesso il Messico. L’eco della rivolta negli Usa per l’omicidio di George Floyd si allarga a tutto il Continente americano, scende al centro e al sud, attizza ribellioni a catena contro la violenza della polizia. Non è solo un’ondata antirazzista sebbene sia nel Paese andino come nel gigante sudamericano a pagare il prezzo più alto dell’uso disinvolto della forza siano soprattutto le persone di colore. La morte dell’afroamericano e l’enorme mobilitazione collettiva negli Stati Uniti sono un grimaldello che apre il pozzo delle illegalità commesse da chi è chiamato a difendere la popolazione. Per tornaconto personale, sfruttando la divisa che indossa e il potere che esercita, questo corpo armato di uomini e donne si mette al servizio di chi comanda in quel momento, in un intreccio di corruzione, stipendi da fame, estorsioni, omicidi e vere esecuzioni. Le loro azioni e una sconcer…
Prima la Colombia, poi il Brasile. Adesso il Messico. L’eco della rivolta negli Usa per l’omicidio di George Floyd si allarga a tutto il Continente americano, scende al centro e al sud, attizza ribellioni a catena contro la violenza della polizia. Non è solo un’ondata antirazzista sebbene sia nel Paese andino come nel gigante sudamericano a pagare il prezzo più alto dell’uso disinvolto della forza siano soprattutto le persone di colore. La morte dell’afroamericano e l’enorme mobilitazione collettiva negli Stati Uniti sono un grimaldello che apre il pozzo delle illegalità commesse da chi è chiamato a difendere la popolazione. Per tornaconto personale, sfruttando la divisa che indossa e il potere che esercita, questo corpo armato di uomini e donne si mette al servizio di chi comanda in quel momento, in un intreccio di corruzione, stipendi da fame, estorsioni, omicidi e vere esecuzioni. Le loro azioni e una sconcertante impunità finiscono per alimentare un clima di tensione e sfiducia. Tre episodi, accaduti nell’ultimo mese, nel pieno della pandemia da Covid 19, punteggiano questo filo di indignazione che segna una svolta inedita per una regione assuefatta alla violenza poliziesca. 
 

Colombia, pestato in caserma 

È la storia di Anderson Arboleta, 21 anni, muratore, picchiato selvaggiamente da un gruppo di poliziotti mentre stava rientrando a casa a Puerto Tejada, nel Dipartimento di Cauca, nord ovest della Colombia. Anche qui, come a Minneapolis, il suo omicidio è venuto a galla grazie a un video pubblicato sul web, rilanciato e sostenuto dalla condanna di star dello spettacolo, attori, famosi cantanti. Anderson stava rientrando a casa alle 22,30 dopo essere andato a comprare alcune cose che servivano alla sua famiglia. Una pattuglia lo ha sorpreso proprio sulla porta d’ingresso, gli ha contestato la violazione del coprifuoco imposto dal Covid 19 e ha cominciato a picchiarlo con i manganelli senza ascoltare le sue ragioni. 
 
Il giovane, afrodiscendente e quindi di colore, non aveva precedenti, era un soldato, stava ultimando il servizio di leva. A nulla sono valse le grida e le proteste dei familiari che nel frattempo, per il trambusto, avevano aperto la porta assistendo al pestaggio. Ferito e dolente, il giovane ha deciso di andare in commissariato per denunciare quanto era accaduto. Ma qui, secondo quello che ha poi raccontato, ha subito una seconda, brutale aggressione. È rientrato a casa, si è messo a letto, ha cominciato a sentirsi male. Lo hanno portato in ospedale dove è morto. Il referto parla di trauma cerebrale.
 
Maria Lady Montaño, zia di Anderson, ha spiegato al settimanale Semana che “quando è arrivato al commissariato, mio nipote era cosciente. Il comandante è rimasto sorpreso delle cose che dicevamo. Sosteneva che i suoi agenti erano seri e che non si abbandonavano a questi eccessi. Ha categoricamente escluso che fosse stato vittima di violenze”. Ci sarà un’autopsia, la magistratura ha aperto un’indagine, vuole vederci chiaro.
 

Brasile, trafitto in casa dai proiettili

Il 20 maggio scorso, nella favela del Complexo do Salgueiro di São Gonçalo, a Rio de Janiero, un ragazzino di 14 anni cade colpito dai proiettili sparati dalla polizia mentre si trova in casa. Gli agenti stanno compiendo una delle tante incursioni per snidare trafficanti e spacciatori. L’operazione è una battaglia: si sparano raffiche in tutte le direzioni, elicotteri volteggiano guidando le squadre, si sentono le esplosioni delle granate. Un vero inferno. João Pedrito sta andando verso la casa della cuginetta. Ci arriva e trova sei bambini, terrorizzati. Tutti sanno cosa sta per accadere e giustamente temono di essere coinvolti. Lo sa anche la zia che corre disperata verso casa per mettere al riparo il nipote, i figli e gli altri.  
 
Le squadre dei corpi speciali avanzano sparando all’impazzata. La casa della zia del giovane João è sforacchiata dai colpi. “Le finestre erano in frantumi, il televisore spaccato a terra, il salotto, la camera da letto, i materassi, le tende, le sedie, il tavolo, tutto era sfasciato…”, ha raccontato ai giornali la zia, Denise Roza Matos Pinto quando gli agenti le hanno consentito di entrare. Sono stati contati oltre 70 fori di proiettile. “Fuori, l’erba del prato era bruciata dalle granate che avevano lanciato. Ho guardato all’interno, verso il salotto, c’era una larga macchia di sangue, dove poco prima, mi dicevano i miei figli, c’era João. Ma lui era sparito”. 
 
I militari hanno raccolto il corpo del ragazzo e con l’elicottero lo hanno trasferito in ospedale. Quasi di nascosto, senza dire nulla alla donna. I parenti lo hanno rintracciato il giorno dopo all’obitorio del nosocomio grazie al web e alle voci che giravano nella favela. Morto. João era un giovane di colore come lo sono 8 su 10 vittime per mano della polizia. E questo ha finito per infiammare le proteste che sono subito esplose in molti quartieri di Rio. “Piaccia o meno”, commenta a O Globo la zia Denise, “c’è un lato razziale in tutto questo. Non dovrebbe essere così. Dovremmo essere tutti uguali. Invece, quando la polizia ferma e sale su un autobus la prima cosa che fa è cercare quelli di colore. Se sei nero e corri, sei colpevole. Se capiti in un posto sbagliato e sei nero finisci nel mirino. Siamo stanchi di assistere a queste scene”. 
 

Messico, ucciso perché senza mascherina

Sorpreso per strada senza mascherina protettiva, Giovanni López, 30 anni, viene fermato e arrestato da una decina di poliziotti il 4 maggio scorso a Ixtlahuacán de Los Membrillos, paesino a 40 chilometri da Guadalajara, Stato di Jalisco, nordovest del Messico. La scena è ripresa dal fratello Christian che assiste ai modi bruschi con cui gli agenti lo bloccano e lo costringono a entrare nell’auto di pattuglia. L’uomo viene portato in commissariato e qui è sottoposto a un pestaggio che lo tramortisce. Viene portato in ospedale dove muore poco dopo. La famiglia perde le sue tracce, nessuno sa dire che fine abbia fatto. Nemmeno la polizia che lo aveva arrestato. 
 
Scattano le denunce, i genitori assieme al fratello si rivolgono alla magistratura. Ma il Procuratore generale di Jalisco, Gerardo Solís Gómez, si limita a confermare il fermo dell’uomo negando che fosse avvenuto perché non indossava la mascherina anti Covid 19. “I verbali”, risponde, “riferiscono solo di un fermo amministrativo di una persona aggressiva”. Ai giornalisti che seguono il caso promette: “Faremo le indagini. Bisogna chiarire se gli atti della polizia sono conformi a quello che è successo”. Ma non accade nulla. Il fratello continua a cercarlo inutilmente. Si rivolge ai media, la storia si allarga a tutto lo Stato. Perché i messicani sanno cosa accade con la polizia. Decine di migliaia di scomparse, omicidi, sequestri sono rimasti impuniti. Solo lo 0,8 per cento delle indagini giunge a processo che si concludono spesso con condanne poi annullate per difetto nella forma o per mancanza di prove.

La polizia, divisa in diversi corpi federali e municipali, è compromessa. Pagata poco e male cede alla corruzione. È legata ai Cartelli che sono i veri padroni di molti territori. Divide interessi e traffici. Si trasforma in milizie al soldo delle gang che hanno denaro, armi e sono in grado di ricattare gli agenti, oltre a minacciare di morte i familiari. Cosi, Christian decide di rendere pubblico il video dell’arresto con il primo pestaggio. Il presidente del Municipio di Ixtlahuacán de Los Membrillos, lo chiama e gli offre del denaro se non lo rende pubblico. Si fanno sentire anche le pressioni del potente Cartello Jalisco Nueva Generación, dominante nella galassia dei narcos. 
 
Giovanni è scomparso da un mese e solo due giorni fa la polizia informa la famiglia che è morto e che il corpo si trova nella morgue dell’ospedale. Non spiega i motivi del decesso. Dice che non ha nulla a che vedere con la sua morte. Il video col pestaggio finisce in rete. C’è un’ondata di indignazione. La gente esce per strada, decide di reagire. Sono migliaia, sfilano in corteo, si dirigono verso il palazzo del governo. Lungo il percorso tracciano scritte contro la polizia, invocano giustizia, denunciano a gran voce le brutalità che molti subiscono da anni. Bruciano auto, negozi, palazzi. La folla adesso è furibonda. Davanti al palazzo del governatore si forma un cordone di agenti. Inizia una battaglia con nuovi incendi, bombe assordanti, lacrimogeni. La gente preme e arriva davanti al portone, lo abbatte, cerca di entrare. È respinta a fatica. La guerriglia si sfoga all’esterno per ore. Sostenuta da altre persone scese nel frattempo in strada. Il caso arriva a Città del Messico, scuote il governo. Lo stesso presidente Obrador dispone un’indagine accurata. Tutta la vicenda è circondata da bugie e da misteri. Persino la storia della mascherina è falsa. Il suo uso obbligatorio è stato disposto il 18 maggio, due settimane dopo l’arresto di Giovanni.