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Uomini di Khalifa Haftar a Bengasi 

Cosa perdono Europa e Italia a Tripoli

Parigi, Berlino e Roma subiscono i nuovi equilibri che si delineano nel paese nordafricano e che pesano sul fronte strategico, energetico e sui flussi dei migranti. Ma solo un'azione concertata europea può avere un peso di fronte al gioco di Turchia e Russia
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La nuova fase della guerra civile di Libia ha un impatto diretto sulla politica di tutta la regione, del Mediterraneo ma anche dell'Europa. Le azioni militari messe in piedi da una parte dalla Turchia per sostenere Fayez Serraj e dall’altra parte da Russia/Egitto/Emirati arabi a favore di Khalifa Haftar disegnano nuovi equilibri.

Chi comanda a Tripoli
La prima novità decisiva è che per sopravvivere, il governo di Tripoli si è dovuto affidare ad Ankara. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan da novembre ha fornito materiali militari (droni, blindati, munizioni), ha offerto migliaia di mercenari, trasferiti in Libia dal fronte della guerra di Siria. Tutto questo alle spalle dell’embargo votato dall’Onu.
Con il fallimento dell’offensiva di Haftar, la Turchia rimane quindi saldamente in comando a Tripoli e nella Tripolitania. Nelle ultime ore i turchi stanno gestendo assieme al governo di Serraj gli ultimi passaggi militari: il tentativo di r…
La nuova fase della guerra civile di Libia ha un impatto diretto sulla politica di tutta la regione, del Mediterraneo ma anche dell'Europa. Le azioni militari messe in piedi da una parte dalla Turchia per sostenere Fayez Serraj e dall’altra parte da Russia/Egitto/Emirati arabi a favore di Khalifa Haftar disegnano nuovi equilibri.

Chi comanda a Tripoli
La prima novità decisiva è che per sopravvivere, il governo di Tripoli si è dovuto affidare ad Ankara. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan da novembre ha fornito materiali militari (droni, blindati, munizioni), ha offerto migliaia di mercenari, trasferiti in Libia dal fronte della guerra di Siria. Tutto questo alle spalle dell’embargo votato dall’Onu.
Con il fallimento dell’offensiva di Haftar, la Turchia rimane quindi saldamente in comando a Tripoli e nella Tripolitania. Nelle ultime ore i turchi stanno gestendo assieme al governo di Serraj gli ultimi passaggi militari: il tentativo di riprendere Sirte, sulla costa, verso gli impianti della “mezzaluna petrolifera”. E poi la riconquista dell’aeroporto di Al Jufra.
 
Il ricatto dei migranti
Questa nuova condizione mette Erdogan in una posizione che ha già sfruttato in passato sulla “rotta balcanica”: è in grado di controllare il flusso di migranti che si dirigono verso l’Europa. Avendo influenza diretta su chi controlla la Tripolitania, Erdogan ha in mano la chiave per rallentare o accelerare il flusso di migranti sub-sahariani che puntano all’Europa. Per frenare la rotta balcanica (e ospitare sul suo territorio migliaia di profughi) Erdogan ha ottenuto miliardi di euro di fondi dall’Europa. Con questa nuova presenza in Libia potrebbe avere in mano nuove leve. Lo stesso vale per la Russia di Vladimir Putin: se Mosca riuscisse in un modo o nell’altro a trovarsi sulla rotta dei migranti non avrebbe alcun imbarazzo o esitazione ad usarli per fare pressioni sull’Europa occidentale.
 
L'accesso all’energia
Il secondo elemento che viene modificato dalla nuova situazione militare in Libia è l’equilibrio nell’accesso alle fonti di energia. Non a caso proprio in queste ore la Turchia sta valutando se proseguire l’offensiva militare delle milizie di Serraj fino alla riconquista di Sirte, il capoluogo della “mezzaluna petrolifera” in cui sono i pozzi e i terminali di carico del petrolio più importanti in Libia.

Con un ruolo politico decisivo a Tripoli e una presenza militare importante nella sirtica, la Turchia sarebbe in grado di imporre scelte a suo vantaggio. Per fare un esempio: senza nessuna azione illegale o violare alcun accordo, progressivamente società come Eni o Total alla scadenza dei loro contratti di esplorazione e produzione potrebbero vedersi sostituite da aziende turche o gruppi comunque indicati dalla Turchia. Lo stesso potrebbe accadere per la Russia in riferimento alla Cirenaica: anche senza una separazione del paese (eventualità che molti paventano), Mosca avrà in mano le carte per giocare con un governo di Tripoli e difendere suoi interessi energetici nell’Est del paese. Una Tripoli “a trazione” turca comunque dovrebbe tenere in conto i desideri di Mosca.

Gli equilibri militari
Ecco perché lo stesso Putin sta continuando ad investire tanto in termini di impegno politico e militare (i mercenari della Wagner e gli armamenti triangolati via Emirati) a favore di Haftar. Aerei da caccia russi sono partiti dalla Russia, hanno fatto scalo in un aeroporto iraniano, si sono fermati poi in Siria dove sono stati ridipinti con insegne dell’aeronautica siriana e infine sono arrivati in Libia. Vladimir Putin non avrebbe intenzione di avviare uno scontro diretto con le forze militari turche che difendono Tripoli e il governo Serraj. Ma vuole tenersi la sua fetta di torta nella ripartizione delle risorse energetiche. La Russia è un paese che ha risorse energetiche, che però non bastano a sostenere l’economia del paese. Avere influenza sulla Libia e sulle sue risorse ridisegna il ruolo russo in tutto il Nord Africa, nel Sahel e in generale nel mondo arabo. Quegli aerei che Putin ha fatto trasferire ad Al Jufra servono al Cremlino per allargare la sfera di influenza  in Libia.

Apparentemente sconfitti appaiono Egitto ed Emirati Arabi Uniti, gli alleati arabi di Haftar che lo hanno rifornito spendendo milioni e milioni di dollari per arruolare miliziani e mercenari, per trasferire anche loro armi, droni (cinesi), aerei, blindati in Libia. Come i turchi hanno fatto per Serraj. Ma gli Emirati e soprattutto l'Egitto non potranno abbandonare la partita libica. Proveranno a riorganizzare il loro gioco per garantirsi in termini di sicurezza, influenza politica e interessi economici nel paese che fu di Muhammar Gheddafi. E soprattutto per insistere nel proprio vero obiettivo strategico: sconfiggere il loro nemico mortale, i Fratelli Musulmani, che con la Turchia si sono insediati ormai stabilmente a Tripoli.

Il ruolo degli Stati Uniti
All’inizio dell’offensiva di Haftar, il presidente americano Trump (convinto dal pressing continuo dell’egiziano Al Sisi e dell’emiratino Mohammad Bin Zayed) fece una telefonata ad Haftar per dirgli in sostanza “vai avanti, se ce la fai a prendere il potere in Libia a me sta bene”. Haftar non ce l’ha fatta, un altro alleato difficile degli Stati Uniti, la Turchia, ha lavorato per far fallire il suo piano. E allora gli Stati Uniti cambiano rotta: si avvicinano alla Turchia per frenare la Russia. Da alcune settimane il comando militare Usa per l’Africa, Africom, si è accorto di quello che da mesi era sotto gli occhi di tutti. Ovvero che nel caos libico con grande intelligenza si era inserita la Russia di Vladimir Putin. In ritardo, in funzione anti-russa, gli Stati Uniti probabilmente rientreranno con maggior forza nella partita libica. Vedremo nei prossimi mesi.

Manca ancora l’Europa
L’altro grande assente è l’Europa. Ci sono 3 paesi della Ue che hanno provato a giocare un ruolo in Libia: Francia, Italia e Germania. Tutti e tre escono da questa fase della partita con grandi difficoltà. La Francia: nel 2011 è stato il paese che ha favorito la rivolta sfociata nell’eliminazione di Muhammar Gheddafi e del suo regime. È stata il paese europeo che con maggior spregiudicatezza ha fornito armi, intelligence, supporto politico ad Haftar (all’Onu come nella Ue ha bloccato decine di passi politici contro il generale). La Francia è stata sconfitta, ma sta rapidamente ridisegnando la sua strategia: non è detto che con gli alleati Egitto ed Emirati non stia pensando a un cambio di cavallo (chi al posto di Haftar?) per ripartire contro la presenza della Turchia in Libia.

Secondo paese europeo in difficoltà è la Germania: coinvolta solo di recente nella partita politica libica, la Germania di Angela Merkel ha provato a prendere in mano la partita organizzando la conferenza Onu di Berlino. Per non parlare di fallimento, si può definire quella conferenza una pausa, una illusione nella guerra civile. Un evento che non è servito a molto, se non confermare che il 90% dei paesi che hanno partecipato a quella conferenza (a partire da Russia, Egitto, Turchia, Emirati) dicevano una cosa e ne praticavano un’altra. Dicevano “non c’è soluzione militare, bisogna bloccare l’afflusso di armi in Libia”, e poi invece non facevano che armare ciascuno il suo protetto.

Terzo paese europeo che esce profondamente ridimensionato dalla guerra civile Serraj/Haftar è l’Italia. L’Italia ha avuto un ruolo importante, centrale nella Libia post-rivoluzione del 2011. Grazie alla buona intesa dei governi Renzi e poi Gentiloni con l’amministrazione Obama (e col segretario di Stato John Kerry), l’Italia per anni è riuscita a segnare il percorso del processo politico messo in piedi dall’Onu. Anche con la presidenza Trump l’Italia aveva visto riconosciuto il ruolo di paese guida nella Nato e nella Ue per affrontare il puzzle-Libia. Poco alla volta quel ruolo si è smarrito. L’Italia invece di sostenere col massimo della convinzione il governo di Tripoli, messo in piedi grazie allo stesso impegno italiano, decise di aprire ad Haftar, temendo di rimanere spiazzata da una sua vittoria. Oggi che Haftar è stato ridimensionato, per l’Italia si apre una fase in cui la politica e la proposta diplomatica tornano ad essere decisive. Un’iniziativa che però ormai l’Italia (come è stato per la Francia e per la Germania) non riuscirà a gestire da sola, anche se la fase bellica dovesse essere archiviata (cosa per nulla acquisita). L’unica possibilità di manovra Italia, Francia e Germania potrebbero averla se coordinassero i loro sforzi e li indirizzassero sotto il cappello dell’Unione Europea. La prospettiva di veder crescere nel Mediterraneo regimi e autocrati come quelli al potere in Egitto e Turchia non può non convincere l’Europa a muoversi più unita.

(Copyright la Repubblica-Lena/Leading European Newspaper Alliance)