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Forze di Haftar nella città libica di Sebha 

Libia, la nuova Siria di Erdogan e Putin

La partita di Turchia e Russia nel paese nordafricano. Per l'Europa il secondo insuccesso nel cortile di casa (Die Welt)
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Caroselli di auto, spari in aria, grida Allah-Akbar e selfie con i Kalaschnikov: i giovani miliziani festeggiavano in strada dopo aver conquistato, pochi giorni fa, la città di Alasaba, circa 120 km a sud di Tripoli. Ma la gioia dei soldati dell’Esercito nazionale libico (LNA) al comando del generale Khalifa Haftar è durata poco. Questione di giorni e sono stati definitivamente allontanati dalla capitale ad opera delle milizie del Governo di accordo nazionale (GNA) guidato dal primo ministro Fayez al-Serraj.

L’estenuante confronto tra gli eserciti sembra a un primo sguardo una caotica partita di ping-pong in cui si inseriscono anche potenze straniere. Mentre la Turchia combatte a fianco del governo di Serraj, riconosciuto a livello internazionale – sostenuto da Qatar e Italia – la Russia, assieme all’Egitto, agli Emirati arabi uniti, al Sudan e alla Francia appoggia l’esercito del generale Haftar.

L’Onu, a sorpresa, ha prospett…
Caroselli di auto, spari in aria, grida Allah-Akbar e selfie con i Kalaschnikov: i giovani miliziani festeggiavano in strada dopo aver conquistato, pochi giorni fa, la città di Alasaba, circa 120 km a sud di Tripoli. Ma la gioia dei soldati dell’Esercito nazionale libico (LNA) al comando del generale Khalifa Haftar è durata poco. Questione di giorni e sono stati definitivamente allontanati dalla capitale ad opera delle milizie del Governo di accordo nazionale (GNA) guidato dal primo ministro Fayez al-Serraj.

L’estenuante confronto tra gli eserciti sembra a un primo sguardo una caotica partita di ping-pong in cui si inseriscono anche potenze straniere. Mentre la Turchia combatte a fianco del governo di Serraj, riconosciuto a livello internazionale – sostenuto da Qatar e Italia – la Russia, assieme all’Egitto, agli Emirati arabi uniti, al Sudan e alla Francia appoggia l’esercito del generale Haftar.

L’Onu, a sorpresa, ha prospettato un negoziato e il generale Haftar ha lanciato, tramite il presidente egiziano al-Sisi, una proposta di tregua. In realtà gli ultimi sviluppi potrebbero essere ricondotti al presidente turco Erdogan e al suo omologo russo Vladimir Putin, i più importanti sostenitori delle fazioni  in conflitto, che esercitano grande influenza sui loro protetti. Per i potenti autocrati il cessate il fuoco ha soprattutto un significato: potrebbero spartirsi con tranquillità la Libia lacerata – disponendo così a lungo termine di un'arma contro l’Europa.

Non sarebbe il primo accordo di questo genere tra i due. Già in Siria il baratto tra Russia e Turchia ha funzionato in base al presupposto che “una mano lava l’altra”. Così la Turchia ha potuto procedere a tre invasioni occupando territori siriani. In cambio la Russia è stata libera di bombardare ospedali, scuole e abitazioni civili per facilitare la riconquista di alcune province ribelli da parte del regime di Assad. 

Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha già avvertito del pericolo di una “sirianizzazzione” del conflitto libico. Ma Russia e Turchia non desisteranno dall’intento di estendere le rispettive sfere di influenza anche al paese nordafricano più ricco di petrolio. A questo fine una tregua sarebbe più opportuna, in termini di interessi di potere, rispetto al protrarsi delle ostilità.

È stata la Turchia a intervenire per rallentare l’offensiva dell’esercito di Haftar su Tripoli, portando in Libia consulenti militari, migliaia di mercenari dalla Siria e ogni genere di armi. Sembra caduta nel dimenticatoio la Conferenza di Berlino di gennaio con l’impegno a rispettare l’embargo sulle armi alla Libia. In fin dei conti non sono previste sanzioni in caso di violazione.

A maggio il riarmo ha mostrato i suoi effetti. È merito soprattutto deii modernissimi droni turchi se le truppe del LNA si sono ritirate da molte città. Sebbene Haftar abbia ricevuto cospicue forniture di armi dai suoi alleati, non può tener testa alla guerra supertecnologica di Ankara. Neppure parecchie centinaia di mercenari russi hanno potuto impedire la sconfitta.

Ma entrambe le parti vogliono evitare lo scontro diretto, per cui il Cremlino è intervenuto solo quando a metà maggio Haftar ha perso anche la sua base aerea più importante. Allora Putin ha telefonato  al suo omologo Erdogan e ha ritirato i mercenari russi dalle zone di combattimento attorno a Tripoli.

La Russia ha inviato 14 caccia per proteggere la ritirata – usandoli  anche come minaccia, perché nonostante gli insuccessi più recenti Putin non tollererà certo un’avanzata delle unità fedeli a Serraj. "La Russia vuole far pendere l’ago della bilancia a suo favore”, ha spiegato il generale statunitense Stephen Townsend, comandante di Africom: "Proprio come si è osservato in Siria ora i russi cercano di penetrare militarmente anche in Africa”. In Siria il Cremlino ha già una base navale sul Mediterraneo e una base aerea. Presto potrebbe ottenerle anche in Libia. Per la Russia Haftar vale oro. Il generale controlla pur sempre ancora più di due terzi della Libia, compresi importanti giacimenti di greggio e i porti da cui il paese esporta il petrolio. Negli imminenti negoziati per l’armistizio – e in altri futuri – il generale ha decisiva voce in capitolo. E con lui la Russia. Una tregua darebbe tempo a Mosca di adeguare la propria strategia militare e ampliare ulteriormente la propria influenza in Libia. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov questa settimana ha espresso chiaramente qual è l’interesse del suo paese: "Non appena la situazione si stabilizzerà le imprese russe torneranno”.

La Turchia conta a sua volta grandi progetti in Libia. Un armistizio rafforzerebbe il governo di Serraj, riconosciuto a livello internazionale, pronto alla cooperazione e anche ideologicamente vicino al governo di Ankara. "Uno dei motivi alla base del sostegno turco al governo è che nel Parlamento di Tripoli siedono in maggioranza deputati vicini alla Fratellanza musulmana", scrive l’ex ministro degli Esteri turco Yasar Yakis in un articolo recente. Premesse ideali quindi per trasformare la Libia in un pilastro militare ed economico della Turchia.

Pare che l’esercito turco abbia già cominciato a costruire una base militare e programmi di portare in Libia altri mercenari islamisti dalla Siria. Inoltre il governo di Erdogan intende trarre vantaggio economico dalla ricostruzione. Tripoli ha già dato l’assenso a un accordo per l’estrazione di materie prime nel Mediterraneo.

Il punto forte del governo turco potrebbe essere però un altro progetto: un gasdotto in collegamento con l’Europa. L’Ue non dovrebbe però rallegrarsene. Perché la nuova posizione di potere della Turchia rappresenta una minaccia. La Libia è paese di transito per i migranti provenienti da tutto il mondo. La Turchia potrebbe inviare in Europa decine di migliaia di persone sui barconi o minacciare un’azione del genere per far leva sull’Ue. Non sarebbe la prima volta che Ankara sfrutta i migranti in questo senso. Non più tardi di febbraio ha aperto i confini con la Grecia provocando una crisi dei profughi.

(Copyright Die Welt/Lena-Leading Europena Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi)