Così il Belgio scava nel suo passato coloniale
di COLETTE BRAECKMANLa classe politica in Belgio finalmente è pronta a creare una commissione sulla colonizzazione del Congo. E la cosa non riguarda solo i parlamentari, ma dovrebbe interessare ogni cittadino belga. La prima motivazione della colonizzazione, che re Leopoldo II ostentava senza imbarazzo, era il miraggio del guadagno: “L'impresa Congo” doveva fruttare, e infatti l'avorio e il caucciù non tardarono a ripagare dei costi della conquista
Tra il fracasso delle statue che schiantano al suolo e delle urla di protesta dei contestatori, in Belgio i politici si sono finalmente scossi, domandandosi il motivo di tanta collera. Era ora che si ponessero questa domanda, e chissà che non sia troppo tardi.
Istituendo una commissione parlamentare che faccia il punto su quanto realmente accadde ai tempi dello Stato libero del Congo e durante gli ottant'anni di colonizzazione belga, i politici battono sul tempo molti cittadini, alcuni storici, qualche opinionista e, soprattutto, gli economisti. Della cronologia degli eventi nessuno, naturalmente, ignora più nulla. Ma le motivazioni che indussero alla dominazione forse non sono mai state davvero eradicate.
Ve n'erano due, e la prima - che Leopoldo II ostentava senza imbarazzo – era rappresentata dal miraggio del guadagno: “l'impresa Congo” doveva fruttare. L'avorio e il caucciù infatti non tardarono a ripagare d…
Istituendo una commissione parlamentare che faccia il punto su quanto realmente accadde ai tempi dello Stato libero del Congo e durante gli ottant'anni di colonizzazione belga, i politici battono sul tempo molti cittadini, alcuni storici, qualche opinionista e, soprattutto, gli economisti. Della cronologia degli eventi nessuno, naturalmente, ignora più nulla. Ma le motivazioni che indussero alla dominazione forse non sono mai state davvero eradicate.
Ve n'erano due, e la prima - che Leopoldo II ostentava senza imbarazzo – era rappresentata dal miraggio del guadagno: “l'impresa Congo” doveva fruttare. L'avorio e il caucciù infatti non tardarono a ripagare d…
Tra il fracasso delle statue che schiantano al suolo e delle urla di protesta dei contestatori, in Belgio i politici si sono finalmente scossi, domandandosi il motivo di tanta collera. Era ora che si ponessero questa domanda, e chissà che non sia troppo tardi.
Istituendo una commissione parlamentare che faccia il punto su quanto realmente accadde ai tempi dello Stato libero del Congo e durante gli ottant'anni di colonizzazione belga, i politici battono sul tempo molti cittadini, alcuni storici, qualche opinionista e, soprattutto, gli economisti. Della cronologia degli eventi nessuno, naturalmente, ignora più nulla. Ma le motivazioni che indussero alla dominazione forse non sono mai state davvero eradicate.
Ve n'erano due, e la prima - che Leopoldo II ostentava senza imbarazzo – era rappresentata dal miraggio del guadagno: “l'impresa Congo” doveva fruttare. L'avorio e il caucciù infatti non tardarono a ripagare dei costi della conquista. Nel 1908, quando il Parlamento belga assunse il controllo diretto dello Stato libero del Congo, il principio rimase lo stesso, benché fosse formulato in maniera diversa: “Il Congo non deve costarci nulla”. E a molti belgi - che fossero eredi di Leopoldo o privati cittadini - fruttò molto: benefici di ogni sorta e dividendi e salari di gran lunga superiori a quelli della metropoli.
Quei conti non sono mai stati fatti, soprattutto a livello delle grandi imprese che all'epoca, e in periodi successivi, erano presenti in Congo. Questo è il motivo per cui, oltre che da storici di fama dovremmo farci assistere anche da dei franchi tiratori. Dopotutto non sono stati Jules Marchal, un ex-diplomatico, a ispirare lo scrittore Adam Hochschild? Ludo de Witte a condurre l'inchiesta sull'assassinio di Lumumba? David Van Reybroeck a toccare l’opinione pubblica con il suo monumentale affresco “Congo?”. Ma sarà necessario interrogare anche gli stessi congolesi, le loro ricerche e la memoria popolare.
La seconda motivazione, ancor più delicata e difficile da eradicare della prima, è da ricercarsi in una forma latente di razzismo che nel corso degli anni ha assunto forme diverse. Un razzismo mai dichiarato, la cui espressione va dal rifiuto violento – una posizione oggi difficile da difendere pubblicamente – alla discriminazione punibile per legge, a comportamenti di esclusione più discreti: diseguaglianze finemente dissimulate che riguardano il mondo del lavoro, la disponibilità degli alloggi o il distanziamento sociale.
Occorrerà dimostrare che l'impresa coloniale fu resa possibile anche perché la differenza di trattamento su base razziale rappresentava un dato di fatto, accettato dagli stessi dominati.
Già ai suoi tempi Lumumba si domandava: “Perché a un nero ci si rivolge con il tu?”. E perché ancora oggi ci si permette di dare del “tu” a degli sconosciuti che non possono fare altrettanto con noi?
Al di là dei parlamentari e del necessario lavoro dei politici, la questione riguarda tutti: la colonizzazione appartiene ai tempi lunghi della storia, ma i rapporti con il Congo e con l'Africa non si sono interrotti negli anni Sessanta: continuano a far parte del nostro immaginario, delle nostre debolezze, ma anche – ed è la cosa più importante – della nostra solidarietà e dei nostri affetti personali. Nella nostra società variegata e meticcia, la conoscenza del passato deve poter fornire un'indicazione per il futuro.
(Traduzione di Marzia Porta)
Istituendo una commissione parlamentare che faccia il punto su quanto realmente accadde ai tempi dello Stato libero del Congo e durante gli ottant'anni di colonizzazione belga, i politici battono sul tempo molti cittadini, alcuni storici, qualche opinionista e, soprattutto, gli economisti. Della cronologia degli eventi nessuno, naturalmente, ignora più nulla. Ma le motivazioni che indussero alla dominazione forse non sono mai state davvero eradicate.
Ve n'erano due, e la prima - che Leopoldo II ostentava senza imbarazzo – era rappresentata dal miraggio del guadagno: “l'impresa Congo” doveva fruttare. L'avorio e il caucciù infatti non tardarono a ripagare dei costi della conquista. Nel 1908, quando il Parlamento belga assunse il controllo diretto dello Stato libero del Congo, il principio rimase lo stesso, benché fosse formulato in maniera diversa: “Il Congo non deve costarci nulla”. E a molti belgi - che fossero eredi di Leopoldo o privati cittadini - fruttò molto: benefici di ogni sorta e dividendi e salari di gran lunga superiori a quelli della metropoli.
Quei conti non sono mai stati fatti, soprattutto a livello delle grandi imprese che all'epoca, e in periodi successivi, erano presenti in Congo. Questo è il motivo per cui, oltre che da storici di fama dovremmo farci assistere anche da dei franchi tiratori. Dopotutto non sono stati Jules Marchal, un ex-diplomatico, a ispirare lo scrittore Adam Hochschild? Ludo de Witte a condurre l'inchiesta sull'assassinio di Lumumba? David Van Reybroeck a toccare l’opinione pubblica con il suo monumentale affresco “Congo?”. Ma sarà necessario interrogare anche gli stessi congolesi, le loro ricerche e la memoria popolare.
La seconda motivazione, ancor più delicata e difficile da eradicare della prima, è da ricercarsi in una forma latente di razzismo che nel corso degli anni ha assunto forme diverse. Un razzismo mai dichiarato, la cui espressione va dal rifiuto violento – una posizione oggi difficile da difendere pubblicamente – alla discriminazione punibile per legge, a comportamenti di esclusione più discreti: diseguaglianze finemente dissimulate che riguardano il mondo del lavoro, la disponibilità degli alloggi o il distanziamento sociale.
Occorrerà dimostrare che l'impresa coloniale fu resa possibile anche perché la differenza di trattamento su base razziale rappresentava un dato di fatto, accettato dagli stessi dominati.
Già ai suoi tempi Lumumba si domandava: “Perché a un nero ci si rivolge con il tu?”. E perché ancora oggi ci si permette di dare del “tu” a degli sconosciuti che non possono fare altrettanto con noi?
Al di là dei parlamentari e del necessario lavoro dei politici, la questione riguarda tutti: la colonizzazione appartiene ai tempi lunghi della storia, ma i rapporti con il Congo e con l'Africa non si sono interrotti negli anni Sessanta: continuano a far parte del nostro immaginario, delle nostre debolezze, ma anche – ed è la cosa più importante – della nostra solidarietà e dei nostri affetti personali. Nella nostra società variegata e meticcia, la conoscenza del passato deve poter fornire un'indicazione per il futuro.
(Traduzione di Marzia Porta)