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Fan dei Bts, una delle più celebri band sudcoreane di K-Pop (afp)

K-Pop, la rivoluzione dei teenager: dal tifo per le band musicali alle battaglie civili

La svolta con il sostegno al movimento Black Lives Matter, poi il boicottaggio del comizio di Trump a Tulsa. Milioni di appassionati che finora passavano il tempo ad appoggiare sui social i loro idoli sudcoreani, ora diventano potenziali attivisti
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PECHINO - Creare e cavalcare onde di viralità è il loro mestiere. Passano le giornate a studiare gli algoritmi dei social network, da Twitter a TikTok, per capire come diffondere un messaggio più velocemente possibile. Sanno organizzarsi in mobilitazioni (virtuali) di massa, istantanee e mirate. I fan del K-Pop sono un'“armata” digitale, definizione ormai ufficiale. Se gli androgini e pallidi Bts, massima espressione della boyband sudcoreana, e gli altri gruppi prodotti dall’industria musicale di Seul stanno conquistato il mondo, ben oltre i confini nazionali e il loro valore artistico, devono ringraziare questi fedeli soldati. Milioni di appassionati organizzati in gruppi, che giorno e notte, senza scopo di lucro, ne promuovono il nome e i video online, comprano a ripetizione i loro album per proiettarli ai vertici delle classifiche, lasciano andare la loro musica in streaming per ore per farla salire nei rating, sommergono sui social chiunq…
PECHINO - Creare e cavalcare onde di viralità è il loro mestiere. Passano le giornate a studiare gli algoritmi dei social network, da Twitter a TikTok, per capire come diffondere un messaggio più velocemente possibile. Sanno organizzarsi in mobilitazioni (virtuali) di massa, istantanee e mirate. I fan del K-Pop sono un'“armata” digitale, definizione ormai ufficiale. Se gli androgini e pallidi Bts, massima espressione della boyband sudcoreana, e gli altri gruppi prodotti dall’industria musicale di Seul stanno conquistato il mondo, ben oltre i confini nazionali e il loro valore artistico, devono ringraziare questi fedeli soldati. Milioni di appassionati organizzati in gruppi, che giorno e notte, senza scopo di lucro, ne promuovono il nome e i video online, comprano a ripetizione i loro album per proiettarli ai vertici delle classifiche, lasciano andare la loro musica in streaming per ore per farla salire nei rating, sommergono sui social chiunque osi parlarne male. Ma che succede se, anziché passare il tempo a pompare i loro idoli, queste orde di fan sfegatati mettono la loro forza al servizio di battaglie diverse? Battaglie civili? Succede che il K-Pop diventa improvvisamente un movimento di attivisti, potentissimo. Una forza in grado di condizionare perfino la campagna elettorale americana.

Lo si è visto nei giorni scorsi, con grande sorpresa di chi non conosce questa subcultura ormai globale. Dopo l’uccisione di George Floyd, i fan del K-Pop si sono schierati al fianco del movimento Black Lives Matter, a modo loro. Quando la polizia di Atlanta ha chiesto ai cittadini di caricare su una app le immagini di atti illegali compiuti dai dimostranti, quelli hanno iniziato a mandare video dei loro idoli, le cosiddette “fancam”, fino a farla andare in tilt. Quando gruppi di suprematisti bianchi hanno coniato l’hashtag #whitelivesmatter, loro lo hanno disinnescato appropriandosene e associandogli dei contenuti a favore del movimento. Poi, la scorsa settimana, il bersaglio che più grosso non si può: Donald Trump.

Qui la viralità del K-Pop ne ha incrociata un’altra, quella di TikTok, il nuovo social media del cazzeggio adolescenziale che dalla Cina ha ipnotizzato il mondo. Periodicamente tra i video di TikTok spunta un challenge, una sfida a cui tutti partecipano, e in questo caso è stata gonfiare i numeri del comizio elettorale di Trump a Tulsa, in Oklahoma. Virali ma sotto traccia, come solo loro sanno fare, migliaia di fan si sono registrati, convincendo il comitato elettorale del presidente che l’affluenza sarebbe stata enorme. Ovviamente nessuno di loro si è presentato e l’esibizione di Trump nel palazzetto semivuoto si è rivelata un enorme flop. 

Così quelli che il mondo “degli adulti” descriveva come una massa di teenager, impegnati a strillare adoranti di fronte a cantanti prodotti in serie, si sono rivelati all’improvviso i portatori di una nuova coscienza civica. Progressista per giunta, viste le battaglie per i diritti delle minoranze e contro Trump, per la gioia di Alexandria Ocasio-Cortez, che non ha mancato di ringraziarli, e lo stupore dell’establishment repubblicano, che neppure ha capito bene cosa è successo (“i fan della band K-Pop”, li ha chiamati la Fox).

Ma se quella dell’armata del K-Pop era un’immagine stereotipata prima, lo resta anche ora. Gli esperti della subcultura fanno notare come centinaia di milioni di appassionati (solo i Bts ne vantano 150 milioni) siano un gruppo composito ed eterogeneo, con dibattiti molto profondi al suo interno. L’attivismo delle comunità di fan è fenomeno antico, da Star Trek a Harry Potter, e il K-Pop non fa eccezione. Di recente poi anche il profilo delle band è cambiato: proprio i Bts si sono distinti (almeno un po’) per testi più maturi e introspettivi, che affrontano temi come l’emarginazione e l’accettazione di sè.

Nel K-Pop più recente spuntano, tra balletti e visi perfetti, i valori dell’universalismo, dell’ambientalismo, dell’accettazione della diversità. Sono stati i Bts a donare un milione di dollari a Black Lives Matter, somma che i fan hanno subito raddoppiato, ben consapevoli che i loro seguaci negli Stati Uniti sono giovani meticci delle minoranze asiatiche e ispaniche, talmente multiculturali da non sapere neppure che cosa questa parola significhi, alla ricerca di un mainstream che non sia per forza quello americano. Non per inciso, sono quanto di più lontano dalla narrativa di Donald Trump, costruita per l’uomo bianco degli Stati Uniti profondi. Lo ha sintetizzato uno di loro: “Siamo tutte le persone che a Trump non piacciono. Non è che preferiamo Biden, vogliamo che Trump se ne vada”.

Ma complessità significa anche che al suo interno la comunità del K-Pop è tutt’altro che compatta. I fan di colore per esempio, sempre di più, denunciano già da tempo l’appropriazione non riconosciuta della cultura hip-hop afroamericana da parte delle band sudcoreane, hanno criticato fortemente un gruppo che si era esibito con la “blackface”, cioè dipingendosi la faccia di nero, e denunciano di essere costantemente attaccati in Rete dai fan non di colore. Allo stesso tempo in Corea del Sud molti appassionati della prima ora non vedono con favore il fatto la comunità di fan americana trascini i loro idoli nell’arena della campagna elettorale. I gruppi del K-Pop sono addestrati ad essere apolitici, e quasi tutti i loro fan condividono.

In fondo è questo il motivo per cui gli appassionati di K-Pop non saranno mai un movimento, cosa che del resto non hanno neppure la pretesa di essere. E men che meno degli epigoni di Anonymous schierati in Rete contro le forze del male, dai troll di Putin e Xi Jinping ai bot della disinformazione estremista. Le onde della viralità digitale, quelle che loro creano e cavalcano, si gonfiano e si sgonfiano nel giro di qualche giorno, poche ore. Dopo aver combattuto al fianco degli afroamericani, poi contro Trump, la loro attenzione si è già spostata altrove, senza curarsi poi troppo del risultato. Via verso un’altra sfida, con la musica dei loro idoli in sottofondo. “La rivoluzione non sarà twittata”, scriveva ormai qualche tempo fa Malcolm Gladwell, sottolineando quanto fosse effimero l’attivismo digitale. A maggior ragione, la rivoluzione non sarà neppure postata su TikTok.