Il fortino anti donne nelle aziende tedesche in Borsa
dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONIQuattro anni fa la legge per incentivare le "quote rosa", ma ben 115 società quotate hanno consigli d'amministrazione di soli uomini. Angela Merkel: "Non è ragionevole"
Ancora una volta, i numeri dimostrano inequivocabilmente che le quote servono. Che i muri di cravatte non si abbattono da soli. In Germania, nella patria della donna più potente del mondo, la resistenza delle aziende quotate in Borsa ad ammettere donne ai vertici continua a essere inscalfibile. A distanza di quattro anni dall'entrata in vigore della legge che obbliga a una quota femminile del 30% tutte le imprese in cogestione (quelle con una rappresentanza dei lavoratori nei consigli), le altre continuano a nicchiare. Peggio: non si vergognano di dichiarare pubblicamente che non hanno alcuna intenzione di assumerne.
Ben 115 aziende quotate al Dax o al MDax vantano zero donne nei consigli. E 75 di esse dichiarano tranquillamente di non volerne ammettere neanche in futuro. Tra di esse, marchi noti come lo spauracchio degli affittuari tedeschi, il colosso immobiliare Deutsche Wohnen. O Hello Fresh, diffusissimo servizio di consegne a casa di beni alimentari.
Gli ultimi…
Ben 115 aziende quotate al Dax o al MDax vantano zero donne nei consigli. E 75 di esse dichiarano tranquillamente di non volerne ammettere neanche in futuro. Tra di esse, marchi noti come lo spauracchio degli affittuari tedeschi, il colosso immobiliare Deutsche Wohnen. O Hello Fresh, diffusissimo servizio di consegne a casa di beni alimentari.
Gli ultimi…
Ancora una volta, i numeri dimostrano inequivocabilmente che le quote servono. Che i muri di cravatte non si abbattono da soli. In Germania, nella patria della donna più potente del mondo, la resistenza delle aziende quotate in Borsa ad ammettere donne ai vertici continua a essere inscalfibile. A distanza di quattro anni dall'entrata in vigore della legge che obbliga a una quota femminile del 30% tutte le imprese in cogestione (quelle con una rappresentanza dei lavoratori nei consigli), le altre continuano a nicchiare. Peggio: non si vergognano di dichiarare pubblicamente che non hanno alcuna intenzione di assumerne.
Ben 115 aziende quotate al Dax o al MDax vantano zero donne nei consigli. E 75 di esse dichiarano tranquillamente di non volerne ammettere neanche in futuro. Tra di esse, marchi noti come lo spauracchio degli affittuari tedeschi, il colosso immobiliare Deutsche Wohnen. O Hello Fresh, diffusissimo servizio di consegne a casa di beni alimentari.
Gli ultimi aggiornamenti su una discussione che in Germania va avanti da anni sono stati resi noti dall'associazione di donne manager Fidar. Tra le aziende che non rientrano nella legge sulle quote entrata in vigore nel 2016, la presenza femminile è inchiodata complessivamente al 22,8%. Mentre nelle 105 imprese che rientrano nei parametri, quel valore è schizzato grazie alla quota obbligatoria di quasi quindici punti. Nel 2015, prima della legge, era al 21,3%. Oggi è salita di oltre il 50%, al 35,2%.
Ma forse qualcosa potrebbe cambiare. Persino Angela Merkel, tradizionalmente scettica sulle quote obbligatorie, si è mostrata irritata per il soffitto di cristallo che continua ad affliggere il Dax. "Trovo del tutto insoddisfacente che esistano ancora aziende quotate in Borsa in cui non ci sia neanche una donna ai vertici. E' una situazione che nessuno può ritenere ragionevole". Una posizione che potrebbe segnare una svolta in una discussione che ha girato a vuoto per anni.
Franziska Giffey (Spd), ministra della Famiglia, sta proponendo da tempo una legge proprio per ampliare le quote obbligatorie nelle imprese quotate. E ha espresso tutta la sua irritazione sugli ultimi dati resi noti da Fidar: "E' qualcosa che proprio non capisco, soprattutto in tempi di coronavirus. Lo vediamo cosa fanno donne in posizioni apicali, ad esempio quando fanno i capi di governo che superano con successo la pandemia: sono calme, pragmatiche, concentrate sull'obiettivo". Ogni riferimento alla cancelliera è puramente casuale.
Da un anno Giffey sta cercando con la collega della Giustizia, Christina Lambrecht (Spd) di varare una legge che obblighi tutte le aziende con vertici di quattro o più persone a integrarli con almeno una donna. E chi dichiara apertamente di non volerlo fare, rischierebbe sanzioni. Quanto alle aziende compartecipate per le quali la quota è obbligatoria già dal 2016, Giffey vuole rendere la norma più restrittiva in modo che dalle 100 imprese attuali si passi a 600.
La legge è incagliata da mesi a causa delle resistenze della Cdu/Csu. Non a caso, subito dopo le dichiarazioni al Bundestag di Merkel, la potente 'corrente economica' (Wirtschaftsfluegel) della Cdu ha alzato le barricate. Sostenendo che i consiglieri andrebbero scelti in base alle competenze e che al momento la priorità dovrebbe essere quella di superare la crisi da coronavirus. Come se una presenza maggiore di donne ai vertici lo impedisse.
Ben 115 aziende quotate al Dax o al MDax vantano zero donne nei consigli. E 75 di esse dichiarano tranquillamente di non volerne ammettere neanche in futuro. Tra di esse, marchi noti come lo spauracchio degli affittuari tedeschi, il colosso immobiliare Deutsche Wohnen. O Hello Fresh, diffusissimo servizio di consegne a casa di beni alimentari.
Gli ultimi aggiornamenti su una discussione che in Germania va avanti da anni sono stati resi noti dall'associazione di donne manager Fidar. Tra le aziende che non rientrano nella legge sulle quote entrata in vigore nel 2016, la presenza femminile è inchiodata complessivamente al 22,8%. Mentre nelle 105 imprese che rientrano nei parametri, quel valore è schizzato grazie alla quota obbligatoria di quasi quindici punti. Nel 2015, prima della legge, era al 21,3%. Oggi è salita di oltre il 50%, al 35,2%.
Ma forse qualcosa potrebbe cambiare. Persino Angela Merkel, tradizionalmente scettica sulle quote obbligatorie, si è mostrata irritata per il soffitto di cristallo che continua ad affliggere il Dax. "Trovo del tutto insoddisfacente che esistano ancora aziende quotate in Borsa in cui non ci sia neanche una donna ai vertici. E' una situazione che nessuno può ritenere ragionevole". Una posizione che potrebbe segnare una svolta in una discussione che ha girato a vuoto per anni.
Franziska Giffey (Spd), ministra della Famiglia, sta proponendo da tempo una legge proprio per ampliare le quote obbligatorie nelle imprese quotate. E ha espresso tutta la sua irritazione sugli ultimi dati resi noti da Fidar: "E' qualcosa che proprio non capisco, soprattutto in tempi di coronavirus. Lo vediamo cosa fanno donne in posizioni apicali, ad esempio quando fanno i capi di governo che superano con successo la pandemia: sono calme, pragmatiche, concentrate sull'obiettivo". Ogni riferimento alla cancelliera è puramente casuale.
Da un anno Giffey sta cercando con la collega della Giustizia, Christina Lambrecht (Spd) di varare una legge che obblighi tutte le aziende con vertici di quattro o più persone a integrarli con almeno una donna. E chi dichiara apertamente di non volerlo fare, rischierebbe sanzioni. Quanto alle aziende compartecipate per le quali la quota è obbligatoria già dal 2016, Giffey vuole rendere la norma più restrittiva in modo che dalle 100 imprese attuali si passi a 600.
La legge è incagliata da mesi a causa delle resistenze della Cdu/Csu. Non a caso, subito dopo le dichiarazioni al Bundestag di Merkel, la potente 'corrente economica' (Wirtschaftsfluegel) della Cdu ha alzato le barricate. Sostenendo che i consiglieri andrebbero scelti in base alle competenze e che al momento la priorità dovrebbe essere quella di superare la crisi da coronavirus. Come se una presenza maggiore di donne ai vertici lo impedisse.