✕
Una delle statue coperte di vernice rossa a Bruxelles durante le recenti proteste contro colonialismo e razzismo
 

Generazione decolonizzazione

Colti, interconnessi, militanti: ecco come in Belgio nei decenni si è costruita una fetta di società capace di alimentare il dibattito sul passato coloniale. Oggi la saldatura con la mobilitazione anti-razzismo in solidarietà con il movimento Black Lives Matter (Le Soir)
7 minuti di lettura
Radunatisi davanti al palazzo di Giustizia di Bruxelles, dieci-quindicimila persone hanno sfidato il 7 di giugno la legge sul distanziamento sociale per manifestare la loro indignazione. L’irruzione del movimento Black Lives Matter stupisce, soprattutto per le dimensioni inedite della loro mobilitazione in questa città. Tuttavia, se l’assassinio di George Floyd è stato la scintilla che ha dato fuoco alle polveri, il movimento era pronto. “Questa manifestazione non segna l’inizio di un movimento: ne è il punto culminante” riassume Aïda Yancy, militante queer (movimento che rivendica il non binarismo di genere e difende le battaglie dei LGBTQI+), antirazzista e afro-femminista. “Dietro al movimento ci sono militanti che agiscono nell’ombra da tempo” dice. Questa generazione si va affermando da una decina di anni: molto connessa in rete, con un alto livello di istruzione e trasversale, ha fatto della decolonizzazio…
Radunatisi davanti al palazzo di Giustizia di Bruxelles, dieci-quindicimila persone hanno sfidato il 7 di giugno la legge sul distanziamento sociale per manifestare la loro indignazione. L’irruzione del movimento Black Lives Matter stupisce, soprattutto per le dimensioni inedite della loro mobilitazione in questa città. Tuttavia, se l’assassinio di George Floyd è stato la scintilla che ha dato fuoco alle polveri, il movimento era pronto. “Questa manifestazione non segna l’inizio di un movimento: ne è il punto culminante” riassume Aïda Yancy, militante queer (movimento che rivendica il non binarismo di genere e difende le battaglie dei LGBTQI+), antirazzista e afro-femminista. “Dietro al movimento ci sono militanti che agiscono nell’ombra da tempo” dice. Questa generazione si va affermando da una decina di anni: molto connessa in rete, con un alto livello di istruzione e trasversale, ha fatto della decolonizzazione dello spazio pubblico, della memoria e soprattutto delle mentalità la tappa indispensabile della lotta contro il razzismo della società belga.

Disinibita
“Sono nata a Bruxelles, sono cresciuta nelle Ardenne e so suonare il violino: difficile essere più belgi di così!” scherza Aïda Yancy. “Eppure, ovunque io vada, mi chiedono sempre qual è la mia provenienza”. Come molti altri giovani di origini africane della sua età, la storica appartiene alla prima generazione nata qui a Bruxelles o arrivata assai giovane, sradicata dalle sue radici africane e integrata dalla scuola. “La generazione dei nostri genitori era in fuga dal nostro Paese e aveva ben altre preoccupazioni. Il loro obiettivo era entrare a far parte del sistema, senza provocare reazioni forti. E pazienza per gli insulti!”. I loro genitori avevano “sempre la valigia in mano”, riassume Mireille-Tsheusi Robert, fondatrice di ASBL Bamko, “coltivavano il sogno del ritorno, ma senza trasmettere ai figli la lingua e la loro cultura”.

Arrivata in Belgio a quattro anni, Achaïso Ambali parlava lingala e swahili. Suo padre poco dopo le ha proibito di parlare entrambe quelle lingue in casa. “Andavamo a scuola: lì si parlava francese e dovevamo esprimerci sempre in francese” spiega la giornalista della rivista ‘La diaspora chuchote’. Per mio padre quella era una garanzia di riuscita”. Da quella integrazione forzata deriva spesso una ricerca di identità. Dido Lakama, dell’associazione Change ASBL che ha coordinato la manifestazione del 7 giugno, analizza oggi il suo percorso di ex-delinquente come una reazione a quei disturbi di identità che adesso tenta di affrontare e risolvere in maniera diversa con tutti i giovani che incontra. Quanto ad Achaïso, ha capito chi era al suo arrivo a 19 anni a Bruxelles, quando ha incontrato una comunità africana che, all’inizio, non riconosceva come propria ma che l’attirava: “Era una comunità disinibita, che parlava swahili per strada e vestiva così”, dice indicando con un sorriso il suo ampio vestito verde smeraldo.
 
Anche l’inserimento nella pubblica istruzione dà risultati. Ma i numeri dello studio della Fondation Roi Baudouin sono sulla bocca di tutti: il 60 per cento dei belgi-congolesi, belgi-ruandesi e belgi-burundesi consegue il diploma delle scuole superiori (contro il 40 per cento della popolazione complessiva), ma ha un tasso di disoccupazione superiore di tre o quattro volte a quello della media. “Ci hanno cresciuto dicendo che avremmo dovuto lavorare il doppio per ottenere le stesse cose degli altri”, riprende Aïda Yancy. “Ci hanno fatto credere nel sogno del successo grazie allo studio, ma poi ci siamo resi conto che le cose non funzionano così. Siamo stufi marci di essere considerati cittadini di serie B!”
 
Indipendente
Se non serve seguire il percorso indicato dal “sistema”, allora si deve uscire da esso. E ciò significa anche uscire dall’associazionismo tradizionale, come sostengono molti militanti che preferiscono tirare avanti facendo a meno dei sussidi. È il caso del collettivo Memoria coloniale e lotta contro la discriminazione, creato nel 2012 da molti attivisti tra i quali Mireille-Tsheusi Robert e Kalvin Soiresse Njall, oggi deputato dei Verdi a Bruxelles. “La generazione precedente di attivisti era caduta nella trappola dei sussidi, senza mantenere capacità effettive di pressione politica”, è l’analisi dell’attivista. “Dall’inizio degli anni 2010, abbiamo fatto il giro di tutti i partiti dicendo: non ci metteremo più in ginocchio per avere i sussidi, ma vi faremo alcune proposte. E, se ci verrete incontro, noi daremo il via ad azioni politiche per concretizzarle”. Il collettivo, che ha partecipato in massa per rimettere in agenda la lotta per la decolonizzazione, ha combattuto per anni fino a ottenere una targa commemorativa per l’indipendenza del Congo affissa a Mons nel 2017 e poi l’intitolazione a Lumumba di una piazza a Bruxelles nel 2018.

Questa medesima volontà di indipendenza anima anche Gia Abrassart, fondatrice del Café Congo, in un primo tempo blog, poi “terzo-luogo”, come lo presenta alludendo al concetto di Ray Oldenburg, professore emerito di sociologia urbana. “Non si tratta di un luogo coloniale, né di un luogo post-coloniale, bensì di un luogo ibrido, destinato alle resistenze, alla solidarietà antirazzista, decoloniale, queer e afro-femminista. È un po’ un posto di resistenza e liberazione: qui si riflette, si medita, e si guarisce”. Gia Abrassart ha un ricordo amaro di una collaborazione con un’istituzione culturale generalista: “C’è sempre un’estrazione, un’appropriazione della nostra saggezza e delle nostre esperienze che viene messa al servizio in primo luogo dell’associazione e non della nostra lotta”. Oggi, malgrado le difficoltà, non vuole “dover più giustificare i sussidi pubblici”.
 
Femminista
Nel “piccolo” Café Congo, ovvero il primo luogo interessato dal progetto di Gia Abrassart, la biblioteca accoglie come è naturale i libri di Kimberlé Crenshaw, Bell Hooks o Angela Davis, alcune delle pioniere del femminismo americano di colore e teoriche dell’“intersezionalità”. Questo strumento di analisi e di lotta che articola i differenti sistemi di oppressione (genere, razza, classe sociale, e così via) è una testimonianza per tutte le interlocutrici di quel giornale. Infatti, essendo donne e nere, per forza di cose subiscono quanto meno due tipi di discriminazione, perfino negli ambienti più militanti.  
 
Mireille-Tsheusi Robert ha lasciato il collettivo Mémoire coloniale, di cui è stata cofondatrice, non appena si è resa conto che, essendo l’unica donna, si ritrovava a “preparare il caffè” e a “occuparsi della logistica”, aspetto che Kalvin Soiresse contesta, pur riconoscendo che essendo lei l’unica donna la sua posizione doveva essere difficile. Oggi le giovani afro-femministe animano anche il collettivo. Al contrario, Aïda Yancy si è ritrovata in minoranza nel collettivo che ha organizzato lo sciopero femminista dell’8 marzo, sostenuto in particolare da giovani donne bianche.
 
Militante lesbica, attiva negli ambienti queer, ricorda che il movimento BLM è stato creato negli Stati Uniti da tre donne, di cui due queer, e che le minoranze multi-discriminate spesso sono in prima fila quando c’è da lottare. Anche in Belgio i collettivi afro-femministi, queer e trans fanno passi avanti da alcuni anni, pur essendoci talvolta divergenze nei punti di vista o tensioni vere e proprie tra generazioni o organizzazioni, per esempio tra i sostenitori di una certa non-mescolanza che credono che la presenza di persone bianche alle quali bisogna sempre rendere conto sia un freno, e coloro che pensano che “non si vince una guerra senza alleati”. Kalvin Soiresse Njall dice che “è indispensabile rimettere gli alleati al loro posto. Non devono parlare al posto nostro, ma sono importanti. Questa è la grande differenza rispetto a dieci anni fa: nel 2010 non ci sarebbero mai stati così tanti bianchi a una manifestazione come questa”.
 
Teorie intersezionali, pensiero decoloniale: la nuova generazione di militanti discendenti da africani è iper-colta, a rischio di perdere il legame con il territorio? Questo è un altro motivo di divergenza tra alcune associazioni. Change ASBL, che ne raggruppa una quarantina, si presenta come un attore locale, in contatto con i giovani in situazione di disagio: “Noi siamo gli unici ad avere gruppi giovanili” rivendica Dido Lakama. “È indispensabile rendere i giovani più consapevoli, affinché si battano contro questo complesso di inferiorità che comporta problemi di identità personale. Nelle nostre comunità, infatti, esiste un pericolo reale di radicalizzazione”. Anche Achaïso Ambali mette in guarda dal “rischio implicito di militanza”: “Si incontrano ancora le persone che pensiamo di tutelare? Che fine hanno fatto i neri senza documenti, gli studenti in situazione di precariato, le madri single? Il giorno in cui non si riconosceranno più come tali, non si sentiranno più ascoltati e si daranno la zappa sui piedi da soli”.
 
Diversificata
Con queste modalità operative differenziate, la militanza di questa generazione si mostra nondimeno capace di incontrare parti diverse dell’opinione pubblica. I social network facilitano i rapporti con le associazioni del nord del Paese – come è avvenuto in occasione della manifestazione di giugno – ma anche con quelle all’estero. Le marce decoloniali, “vetrina” del collettivo Mémoire coloniale, rappresentano uno strumento per rendere la società più consapevole. Anche l’arte si rivela uno strumento utile. “Con il pregiudizio artistico, si possono esprimere cose in modo diverso” spiega Joëlle Sambi, scrittrice e poetessa. “Non mi posso permettere di avere una pratica artistica superficiale e sganciata da tutto: deve essere necessariamente militante e politica”. Per Gia Abrassart, che offre uno spazio creativo a numerosi artisti africani, l’arte rende le lotte decoloniali “più accessibili al grande pubblico” e, soprattutto, “più stuzzicanti”. E, infine, c’è l’azione diretta, con le statue prese di mira da getti di vernice di colore rosso sangue, quando non le si abbatte del tutto. “Non si deve esaltare l’azione diretta” dice Baobab, che ha sbullonato la statua di Leopoldo II a Auderghem, e preferisce dare la sua testimonianza sotto pseudonimo. “Tutte le nostre azioni sono fondamentali”. Per Baobab, questo tipo di militanza “ha qualcosa di rinvigorente”: “Ti trovi nella posizione di chi agisce sul serio. Riprendi possesso del tuo corpo e della città nella quale vivi”. Per di più, l’azione diretta si distingue per l’assenza di intermediari e, secondo lei, ciò consente di costruire il dibattito in altro modo: “Le associazioni antirazziste non aspettano più di essere inserite tra un appuntamento e l’altro nell’agenda di un ministro: sono loro, siamo noi a creare l’agenda, mediatica e politica. Se non hai posto e margine di trattativa, te lo crei e abbatti le statue!”
 
Alle accuse di vandalismo o di violenza, la ventenne reagisce rimandando a quelli che considera i veri vandali “prioritari” da perseguire: stupratori impuniti, esiliati in paradisi fiscali e così via. “E poi, sinceramente, Leopoldo non si è fatto male davvero, a differenza di coloro ai quali sono state amputate le mani, quelli che hanno perso la vita, a intere generazioni ancora traumatizzate. Può anche darsi che la statua sia stata contenta di essere abbattuta, che ormai si ritenesse fuori moda. Chi decide come stanno davvero le cose?”
 
Non tutti sono del suo stesso parere, tuttavia, per ciò che concerne le statue e il loro abbattimento. Sébastien Muamba, portavoce di Change, è preoccupato da questo malessere serpeggiante e dal divario che va allargandosi tra le popolazioni. “Molte persone provano un senso di colpa che non dovrebbero avere” sostiene. “Non voglio che i belgi d’origine si sentano offesi”. Il timore più grande di tutti questi militanti, però, è che l’entusiasmo si spenga, che i passi avanti si interrompano o si rivelino solo superficiali.

Impaziente
Dopo la mobilitazione in onore di George Floyd e la serie di interventi contro le statue, il ritmo della politica si è sicuramente accelerato. Molti Comuni o istituzioni hanno annunciato di voler togliere i busti rappresentanti Leopoldo II. I partiti della maggioranza bruxellese hanno presentato una risoluzione per decolonizzare lo spazio pubblico. Il 17 giugno, la Camera ha votato a favore della formazione di una commissione, denominata “Verità e riconciliazione”, incaricata di indagare sul passato coloniale belga che dovrebbe iniziare le sue inchieste in autunno. Ma Mireille-Tsheusi Robert diffida della formazione di commissioni e mette subito in guardia da questi gruppi selezionati di persone dove, secondo lei, i discendenti di origine africana devono essere coinvolti in numero adeguato. Se anche accolgono favorevolmente questo slancio, tutti ricordano quanto sia indispensabile non perdere di vista il nocciolo della questione, una volta di più. Per Gia Abrassart, il Belgio deve impegnarsi in una “sessione terapeutica collettiva obbligatoria”, così che tra dieci anni, in occasione del prossimo anniversario, si possa ripensare alla strada percorsa. La decolonizzazione, se percepita come un passaggio obbligato, deve aprire delle indagini reali su alcuni aspetti brucianti collegati al razzismo, come l’occupazione e la violenza delle forze dell’ordine. Lo afferma Joëlle Sambi: “Se non affronteremo questi argomenti, sarà come alimentare una polveriera”. “Non sono sicura che potremo tenere a freno i nostri figli” conclude preoccupata Achaïso Ambali. “Adesso è venuto davvero il momento di affrontare questi argomenti”.
(Copyright Le Soir/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)