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La partenza della regata Vendée-Arctic-Les Sables d'Olonne (reuters)

In barca a vela a caccia di microplastiche

Uno dei velieri partecipanti alla regata atlantica Vendée-Arctique è stato dotato di sensori con piccoli filtri metallici destinati a raccogliere campioni inquinanti in zone vicine al circolo polare artico finora non sufficientemente esaminate dagli scienziati (Le Figaro)
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Nelle ore che precedono la partenza della regata atlantica Vendée-Arctique, Stefan Raimund, ingegnere della SubCtech, completa la messa a punto dei sensori installati sul veliero di Fabrice Amedeo, un ex giornalista del Figaro. Con tocco preciso avvita alla strumentazione di bordo tre piccoli filtri metallici, destinati a raccogliere la campionatura di microplastiche presenti nell’acqua di mare. Un gruppo di ricercatori, in partnership con lo skipper del monoscafo Newrest-Arts & Fenêtres, attendeva con impazienza questi dispositivi nuovi di zecca. «Durante la competizione Fabrice Amedeo cambierà i filtri ogni giorno e li conserverà in appositi sacchetti, per permetterci, al suo ritorno, di analizzare i tipi di microplastica raccolti», spiega  Catherine Dreanno, ricercatrice dell’Ifremer a Brest. Il percorso originale di questa prova di qualificazione della Vendée Globe, modificato a causa del Covid-19 - che ha reso imp…
Nelle ore che precedono la partenza della regata atlantica Vendée-Arctique, Stefan Raimund, ingegnere della SubCtech, completa la messa a punto dei sensori installati sul veliero di Fabrice Amedeo, un ex giornalista del Figaro. Con tocco preciso avvita alla strumentazione di bordo tre piccoli filtri metallici, destinati a raccogliere la campionatura di microplastiche presenti nell’acqua di mare. Un gruppo di ricercatori, in partnership con lo skipper del monoscafo Newrest-Arts & Fenêtres, attendeva con impazienza questi dispositivi nuovi di zecca. «Durante la competizione Fabrice Amedeo cambierà i filtri ogni giorno e li conserverà in appositi sacchetti, per permetterci, al suo ritorno, di analizzare i tipi di microplastica raccolti», spiega  Catherine Dreanno, ricercatrice dell’Ifremer a Brest. Il percorso originale di questa prova di qualificazione della Vendée Globe, modificato a causa del Covid-19 - che ha reso impossibile la partenza da New York - suscita un particolare interesse negli scienziati. «L’imbarcazione passerà vicino al circolo polare, una zona di convergenza di cui disponiamo di poche informazioni: quei dati sono dunque molto attesi», aggiunge Christophe Maes, ricercatore dell’IRD, l’Istituto francese di Ricerca e Sviluppo, nel laboratorio di oceanografia fisica e spaziale di Brest. La presenza di un rivelatore di questo tipo, a bordo di un’imbarcazione da regata in solitario in mare aperto, è una novità assoluta. 

L’esperienza di raccogliere dati oceanografici non è invece nuova per Fabrice Amedeo, che già l’anno scorso era partito per la Transat Jacques Vabre portando con sé degli strumenti per analizzare l’acqua di mare – salinità, temperatura e livello di CO2. «Di ritorno dall’ultima Vandée Globe mi sono chiesto come dare un senso alla prosecuzione della mia carriera professionale, al di là della ricerca nell’ambito delle prestazioni sportive - racconta lo skipper - Desideravo poter contribuire alla difesa dell’ambiente e dopo un incontro con Stefan Raimund ho deciso di raccogliere dati oceanografici per gli scienziati». L’investimento di 110.000 euro realizzato dalla SubCtech per installare i sensori, rientra nel budget del progetto.

Costi a parte, il progetto provoca un impatto anche sulle performances dell’imbarcazione: vi aggiunge infatti circa trenta chili di peso e, soprattutto, un consumo elettrico continuo, che rappresenta il 15% della potenza necessaria a bordo. «È una penalizzazione per Fabrice Amedeo, ma non lo sarebbe se questi dispositivi divenissero la norma su tutti i velieri Imoca, e cioè i monoscafi da 18 metri che partecipano alla Vendée Globe»: è il sogno di Martin Kramp, coordinatore dei programmi oceanografici sulle cosiddette imbarcazioni-opportunità all’Unesco. «Oggi, nel mondo, 2000 barche partecipano volontariamente a programmi di osservazione, svolti con regolarità, per favorire le previsioni meteorologiche; soltanto 150, però, sono coinvolte nei rilevamenti oceanografici. Le barche da regata ci interessano in modo particolare quando solcano mari poco frequentati dalle rotte commerciali e luoghi da cui disponiamo di pochi dati».

È il caso della Vendée-Arctique, una gara che spingerà i partecipanti fino al nord dell’Atlantico, ma soprattutto della Vandée Globe, la cui partenza, nonostante la pandemia, è ancora prevista per l’8 novembre 2020. Il giro del mondo in solitario passa invece per i mari del Sud, intorno all’Antartico, e perfino in quelle remote latitudini gli scienziati si aspettano di trovare resti di microplastiche. «Ormai sappiamo che le sostanze inquinanti sono presenti ovunque, in tutti gli oceani del pianeta, fa presente Catherine Dreanno. In alcuni luoghi le loro tracce sono numerose, in altri molto più deboli, ma finora abbiamo mosso solo i primissimi passi per mappare lo stato in cui versano certi luoghi a causa di questi agenti inquinanti».

Durante la Vendée Globe Fabrice Amedeo avrà con sé 85 ricambi di filtri, per raccogliere la microplastica di ogni giornata di navigazione. I campioni da lui riuniti saranno poi inviati ai laboratori che partecipano alla ricerca: l’Ifremer di Brest e l’università di Bordeaux. «Sarà particolarmente interessante osservare le variazioni nella concentrazione delle microplastiche; i rilevamenti possono essere influenzati da fenomeni come le correnti e i gorghi», racconta Christophe Maes. «Analizzeremo anche gli inquinanti che si accumulano sulla superficie delle materie plastiche e che rischiano di essere ingeriti dagli organismi viventi», spiega Jérôme Cachot, specialista di ecotossicologia acquatica all’università di Bordeaux. «Gli inquinanti di questo tipo, così come alcuni prodotti chimici o metalli, possono accumularsi negli organismi viventi in dosi tossiche e avere effetti negativi sul loro sviluppo».
 
Uno studio pubblicato alla metà di giugno sulla rivista Biology Letters riferisce della scoperta di microplastiche «all’interno della catena alimentare situata in uno dei luoghi più remoti del pianeta». Gli autori della ricerca hanno trovato un pezzo di polistirolo sull’Isola di Re Giorgio, uno dei pochissimi punti dell’Antartico non ricoperti dai ghiacci. Il polistirolo era rivestito di alghe di cui si nutrono i Collemboli antartici, piccoli e rari organismi che sono riusciti ad adattarsi alle condizioni climatiche estreme che lì imperano. Sottoposti a prove diagnostiche microscopiche a infrarossi, questi artropodi presentavano «senza ombra di dubbio» tracce di polistirolo nelle viscere.

I potenziali effetti nocivi della plastica sono molteplici. Tuttavia questi studiosi hanno «notato la presenza della plastica, ma non hanno detto nulla sugli effetti che la plastica provoca negli organismi analizzati», osserva Jean-François Ghiglione, direttore al CNRS (il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica francese, N.d.T.), di Banyuls-sur-Mer, sede dell’osservatorio oceanologico. Secondo gli autori dello studio, questa tipologia di plastiche «rappresenta un nuovo fattore di stress potenziale per gli ecosistemi polari, già sottoposti al cambiamento climatico e all’aumento delle attività dell’uomo». È un’ulteriore dimostrazione del fatto che i miliardi di tonnellate di plastica riversate negli oceani ogni anno superano qualsiasi frontiera, sia nel mare che sulla terra emersa. Ne sono stata rilevate tracce perfino sul fondo della fossa delle Marianne, a più di 8.000 metri di profondità, e sulla cima delle montagne più remote.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)