Il presidente polacco Duda dopo la vittoria elettorale (ansa)
La fine della democrazia in Polonia
di YASCHA MOUNK
Dopo una vittoria di stretta misura nelle elezioni per la presidenza di domenica scorsa, il governo populista ha altri tre anni per fare piazza pulita della democrazia polacca. E, probabilmente, riuscirà nel suo intento
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
Per trent'anni la Polonia è stata la più esemplare storia di successo della democrazia del mondo postcomunista. Mentre molte altre democrazie muovevano i primi passi e cadevano in mano a dittatori, sprofondavano nella corruzione o soffrivano di una stagnazione economica duratura, il Paese più grande dell'Europa centrale è rimasto sempre tra i migliori della categoria.
In trent'anni, la sua economia è cresciuta di quasi dieci volte. E se nella chiassosa sfera pubblica polacca gli estremisti hanno sempre fatto sentire la loro voce, in più occasioni il governo è passato di mano in mano con elezioni libere e giuste. Agli inizi degli anni Dieci di questo secolo, i politologi ormai erano convinti che il sistema democratico del Paese si fosse infine "consolidato". Yascha Mounk, 38 anni, politologo tedesco-americano specializzato in teoria politica e …!-->
Per trent'anni la Polonia è stata la più esemplare storia di successo della democrazia del mondo postcomunista. Mentre molte altre democrazie muovevano i primi passi e cadevano in mano a dittatori, sprofondavano nella corruzione o soffrivano di una stagnazione economica duratura, il Paese più grande dell'Europa centrale è rimasto sempre tra i migliori della categoria.
In trent'anni, la sua economia è cresciuta di quasi dieci volte. E se nella chiassosa sfera pubblica polacca gli estremisti hanno sempre fatto sentire la loro voce, in più occasioni il governo è passato di mano in mano con elezioni libere e giuste. Agli inizi degli anni Dieci di questo secolo, i politologi ormai erano convinti che il sistema democratico del Paese si fosse infine "consolidato". Yascha Mounk, 38 anni, politologo tedesco-americano specializzato in teoria politica e democrazia. Attualmente insegna alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University di Washington DC
A posteriori, però, è evidente che lo status della Polonia di democrazia consolidata era una pia illusione. Le lacerazioni interne al Paese sono più spinose e l'attaccamento della popolazione ai valori della democrazia liberale è più allentato di quanto gli esperti si rendessero conto. E così, dall'elezione di un governo populista sotto la leadership di Jaroslaw Kaczynski appena cinque anni fa, la Polonia ha smesso di essere il caso più famoso dei benefici della democrazia liberale ed è diventata l'esempio più eclatante della sua perenne fragilità.
Purtroppo, il risultato delle elezioni di domenica scorsa innalza a un livello superiore i rischi per la democrazia polacca. Dopo una campagna incresciosa e fanatica, Andrzej Duda è riuscito a farsi rieleggere presidente del Paese con un margine tra i più risicati. Questo concederà al partito Diritto e Giustizia - che già ha la maggioranza parlamentare - una più ampia libertà d'azione nel portare avanti i suoi attacchi ai mezzi di informazione e all'indipendenza del ramo giudiziario. Tenuto conto che mancano tre anni alle elezioni legislative che potrebbero costituire un test concreto per il governo al potere, Kaczynski e i suoi alleati probabilmente hanno tutti i mezzi a loro disposizione per riuscire a far piazza pulita della democrazia polacca.
IL MANUALE DELL'AUTOCRATE ELETTO
Il governo polacco propugna molte cose che io disprezzo. Nelle ultime settimane della campagna elettorale, Duda ha messo in guardia dagli omosessuali che, a suo dire, cercherebbero di corrompere i bambini polacchi, e ha affermato che il suo rivale avrebbe esaudito le richieste delle comunità ebraiche all'estero desiderose di vendicarsi della nazione polacca.
Agli ignobili sostenitori dell'Ungheria di Viktor Orbán e della Polonia di Jaroslaw Kaczynski - che purtroppo includono molti conservatori americani ritenuti illustri, da Patrick Deneen a Michael Brendan Dougherty - sfugge però il fatto che non è questo a rendere antidemocratico il governo.
In una democrazia liberale, dobbiamo tollerare l'esistenza di profondi dissensi sui valori di fondo, anche quando siamo risolutamente convinti che i nostri avversari sono fanatici. Quello che non possiamo tollerare, invece, sono gli attacchi alle istituzioni che si presume debbano garantire un'equa possibilità di mandare a casa un governo quando si svolgono le prossime elezioni.
Malgrado la deliberata cecità di individui come Deneen e Dougherty, questo è il principio di fondo che il governo polacco ha mandato in frantumi con tenacia e sistematicità. Come ha osservato R. Daniel Kelemen, politologo della Rutgers University, gli autocrati eletti tendono a seguire questi sei passi: vincere le elezioni; assumere il pieno comando di arbitri quali tribunali e altre istituzioni indipendenti; attaccare o mettere sotto controllo i media; esecrare e compromettere l'opposizione; cambiare le regole del gioco; vincere le elezioni successive, che non saranno più libere.
Anche prima del voto di domenica scorsa, il governo polacco era già sulla buona strada verso la concretizzazione di questi obbiettivi. Quando Diritto e Giustizia è andato al potere, il partito ha promesso moderazione culturale e prosperità economica. Mentre approvava una legge molto popolare che assicura sussidi all'infanzia, però, ha anche intrapreso varie azioni per polarizzare la società e perseguire i suoi avversari.
Al primo punto del loro manuale c'è stato un attacco su vasta scala all'indipendenza del ramo giudiziario. Non appena questo è stato messo sotto controllo, Diritto e Giustizia ha piegato al suo volere il potere del Tribunale costituzionale; ha modificato la composizione della Corte suprema, riempiendola di fedelissimi al partito; ha cancellato l'indipendenza dell'istituzione incaricata di nominare i giudici delle corti di primo e secondo grado; ha istituito un sistema giudiziario parallelo per sovrintendere alle elezioni; ha vietato ai giudici di criticare le politiche del governo. Secondo l'ultima relazione di Freedom House sul Paese, il sistema giudiziario polacco non è più indipendente.
Al secondo punto del loro modus operandi c'è stato un attacco altrettanto efficace all'emittente pubblica del Paese, Telewizja Polska (TVP). Come la Bbc nel Regno Unito, quel network dovrebbe lavorare esercitando la neutralità politica. Invece, il governo di Diritto e Giustizia ha trasformato un'istituzione innegabilmente carente in uno spudorato strumento di propaganda razzista e omofoba che fa sembrare Fox News come TheNew York Review of Books.
Il controllo totale sulla televisione pubblica ha permesso a Diritto e Giustizia di demonizzare l'opposizione senza più freni. Nelle ultime settimane della campagna elettorale, TVP ha accusato in vari modi Rafal Trzaskowski, lo sfidante di Duda, di voler regalare la Polonia agli ebrei, ai tedeschi e alla lobby Lgbtq. Il presentatore di un notiziario di prima serata, che si presume debba essere politicamente neutrale, a poche settimane di distanza dal primo round elettorale ha intonato questo ritornello: "Gli esperti ormai non hanno più dubbi: il flusso di denaro che adesso scorre dal bilancio dello Stato nelle tasche delle famiglie polacche si prosciugherà se Trzaskowski, dopo un'eventuale vittoria alle elezioni per la presidenza, cercasse di esaudire le richieste degli ebrei".
Adesso che il governo si è assicurato il potere per un altro triennio, la preoccupazione che esso metta a repentaglio ancor più la libertà di espressione e le istituzioni indipendenti non è un'ipotesi infelice: è una promessa, ribadita più volte nel corso della campagna dal governo stesso. Forse, il prossimo passo consisterà nell'assumere il pieno controllo dei quotidiani e delle emittenti televisive rimaste, ancora libere di criticare il governo. Poiché molti di questi mezzi di informazione appartengono a società esterne al Paese, il governo ha promesso di "ri-polonizzare i media".
Arrivato al passo finale verso l'autoritarismo assoluto, mette ancora in guardia Kelemen, il governo probabilmente inizierà a criticare e smantellare l'integrità del sistema elettorale stesso. Le occasioni per farlo sono molte: Diritto e Giustizia potrebbe cercare di dare un giro di vite alla commissione elettorale per tenerla ancor più sotto controllo; potrebbe cercare di rendere ancor più complicato ai polacchi che vivono all'estero di prendere parte alle elezioni democratiche; potrebbe cercare di esautorare i sindaci delle grandi città, che tendono a far parte del partito all'opposizione.
Nel mio libro "The People vs Democracy" ho avvisato che chi è contrario al populismo in generale ha un'unica occasione per escludere gli aspiranti autocrati da qualsiasi mandato. Nei primi quattro-cinque anni, i governi populisti al potere perlopiù evidenziano una certa tendenza a distorcere il campo di gioco in modo pericoloso, ma di solito non riescono ad assumere il pieno controllo di istituzioni indipendenti quali le commissioni elettorali. Se hanno a disposizione altri quattro o cinque anni al governo, però, la conquista del sistema politico da parte loro sarà completa.
Temo che adesso sulla Polonia incomba questo destino. Le elezioni di domenica scorsa, seppure non più eque, sono state in buona parte libere. Niente garantisce che andrà ancora così la prossima volta che Diritto e Giustizia si presenterà agli elettori.
LA LEZIONE POLACCA PER GLI ALTRI PAESI GOVERNATI DA POPULISTI
Gli studiosi tendono sempre a credere che gli eventi che i contemporanei non sono riusciti a prevedere siano nondimeno predestinati ad accadere in ogni caso. Nessuno, per esempio, previde la Rivoluzione francese, eppure le generazioni successive di storici ne hanno individuato con successo le cause profonde e incontrovertibili. (Inutile dire che ogni generazione seguente di storici ha individuato cause profonde e incontrovertibili differenti).
In verità, la Storia è piena di frangenti critici nei quali Paesi e società civili hanno imboccato cammini divergenti a causa di piccoli fattori contingenti. L'elezione in Polonia è stata uno di questi. Con un Paese profondamente spaccato tra ovest ed est, giovani e anziani, centri urbani e campagna, il margine di vittoria di Duda era molto esiguo. Strategie di poco differenti in campagna elettorale, una forte tempesta nella parte orientale del Paese o, ancora e semplicemente, un mezzo di informazione più indipendente avrebbero potuto fare la differenza in modo decisivo e sfociare in un risultato diverso.
Questi eventi, in ogni caso, non si sono verificati, e così la Polonia adesso si avvia verso la dittatura. Nei prossimi tre anni, i cambiamenti demografici probabilmente favoriranno l'opposizione, ma quando l'equilibrio precario dell'opinione pubblica penderà contro il governo, è assai possibile che il voto non sarà più né libero né giusto.
Le circostanze hanno cospirato contro la democrazia polacca. Nel migliore dei casi, resta ancora da capire se i fattori strutturali favorevoli a chi si oppone al populismo autoritario riusciranno a prevalere sul potere enorme di cui gode il governo. Chiunque in altri Paesi - dal Brasile agli Stati Uniti - dubiti dell'impellenza di escludere i populisti autoritari dal potere con il voto, prima che costoro possano consolidare la loro presa su di esso, farà bene a prestare grande attenzione.