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Il monumento a Bismarck con le macchie di vernice e la scritta "Decolonize Berlin" (ansa)

Berlino, vernice sulle statue dei colonialisti

Imbrattato il monumento di Bismarck e quello dei generali prussiani, polemica sulla "Via dei Mori"
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BERLINO – Sulle speranze degli oppressi, Otto von Bismarck aveva una visione tutta sua: “La tendenza – scriveva - a entusiasmarsi per le nazioni straniere e per le loro aspirazioni, magari a danno del proprio Paese, è una malattia politica, la cui diffusione purtroppo è limitata alla Germania”. Ai tempi del cancelliere il razzismo era un concetto molto diverso da quello attuale. Così nell’ondata di manifestazioni e gesti dimostrativi contro simboli e icone del colonialismo, non ci si può stupire che sia finita nel mirino anche la statua dell’artefice del Reich prussiano. Sul monumento, a due passi dalla Colonna della Vittoria nel parco del Tiergarten, i militanti di “Decolonize Berlin” hanno lanciato “bombe” di vernice, imbrattando soprattutto le statue alla base  del complesso scolpito da Reinhold Begas: l’Atlante in ginocchio, la Sibilla che legge la Storia, la Germania che reprime dis…
BERLINO – Sulle speranze degli oppressi, Otto von Bismarck aveva una visione tutta sua: “La tendenza – scriveva - a entusiasmarsi per le nazioni straniere e per le loro aspirazioni, magari a danno del proprio Paese, è una malattia politica, la cui diffusione purtroppo è limitata alla Germania”. Ai tempi del cancelliere il razzismo era un concetto molto diverso da quello attuale. Così nell’ondata di manifestazioni e gesti dimostrativi contro simboli e icone del colonialismo, non ci si può stupire che sia finita nel mirino anche la statua dell’artefice del Reich prussiano. Sul monumento, a due passi dalla Colonna della Vittoria nel parco del Tiergarten, i militanti di “Decolonize Berlin” hanno lanciato “bombe” di vernice, imbrattando soprattutto le statue alla base  del complesso scolpito da Reinhold Begas: l’Atlante in ginocchio, la Sibilla che legge la Storia, la Germania che reprime discordia e rivolte.

Al cancelliere prussiano, considerato dagli storici un precursore del colonialismo, era già successo a giugno, quando una sua statua era stata imbrattata ad Amburgo, sull’onda delle manifestazioni negli Stati Uniti e in Inghilterra dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. Ma Berlino è una città molto attenta ai simboli, e qui l’offensiva è articolata: nella Zietenplatz, nel quartiere di Mitte, l’attacco con la vernice è stato rivolto alle statue dei generali prussiani.

Ancora più significativa, però, è l’azione compiuta, sempre con la vernice, contro i cartelli della Mohrenstrasse. Fra i giornalisti non più giovanissimi questa strada è famosa perché ospitava il Centro stampa internazionale della Germania est, cioè il luogo in cui il 9 novembre 1989 il funzionario del Politburo tedesco orientale Günter Schabowski rispose alla domanda di un cronista italiano annunciando che Berlino avrebbe cambiato “subito” le regole per l’emigrazione, spingendo così migliaia di persone al Muro e di fatto provocandone la caduta.

Ma oggi l’attenzione alla strada è legata a ragioni più lontane nella Storia. “Il nome storico Mohrenstrasse significa Via dei Mori, anche se qualcuno in passato aveva ironicamente aggiunto una dieresi sulla ‘o’, trasformandola in Möhrenstrasse, cioè via delle Carote”, spiega Christian Kopp, portavoce dell’organizzazione Berlin Postkolonial, che già da 15 anni è impegnata a far cambiare i nomi considerati più offensivi. Al centro dell’azione c’è soprattutto il cosiddetto Quartiere africano di Berlino, a Wedding, ribattezzando le vie oggi dedicate a protagonisti della colonizzazione e dando loro nomi politicamente più corretti, magari a celebrare un’attivista anti-apartheid come Anna Mungunda o un protagonista della resistenza camerunense come Rudolf Manga-Bell.

Il nuovo nome proposto per la Mohrenstrasse è quello di Anton Wilhelm Amo: filosofo originario di quello che oggi è il Ghana, fu il primo studente africano a frequentare un’università in Europa, per poi diventarne docente, a Jena e Halle. L’attuale, secondo le tesi più diffuse, deriva proprio dal fatto che nel quartiere abitavano persone di colore, o forse proprio ex schiavi.

E in Germania la sensibilità su questi temi è elevata. Ancora adesso ci si chiede se cancellare quasi ogni traccia della DDR, come prima fu spazzato  via ogni segno del nazismo, non rischi di far dimenticare la Storia, cioè di portare a rifare gli errori del passato. “E’ vero”, dice Kopp, “questo pericolo c’è. Ma credo che cambiare i nomi sia necessario, quando questi sono ancora offensivi per molti”.