Così ci affezioneremo ai robot
di MICHEL AUDETATCome sarà la convivenza con degli strumenti in grado di cogliere le nostre emozioni? La ricercatrice Laurence Devillers da vent'anni studia i rapporti tra uomo e macchina e ha scritto "I robot emozionali": un appassionante saggio in cui sostiene l'importanza di una regolamentazione etica di questo nuovo mondo (Tribune de Genève)
Forse ci diventeranno familiari quanto dei vicini di casa: alcuni ricercatori stanno lavorando alla realizzazione di robot in grado di cogliere le nostre emozioni e rispondere a esse attraverso la simulazione di reazioni empatiche. Che rapporti avremo con queste macchine, destinate a migliorare la nostra vita? Siamo destinati a cedere alle lusinghe dell'empatia artificiale? Laurence Devillers, che da vent'anni studia i rapporti tra uomo e macchina, ha scritto “I robot emozionali”: un appassionante saggio in cui fa il punto sullo stato della ricerca e sostiene l'importanza di una regolamentazione etica di questo nuovo mondo.
Il suo libro inizia con un breve racconto di fantascienza ambientato nel 2025, un'epoca in cui gli esseri umani vivranno sotto il controllo costante dell'orologio, del frigo o del robot aspirapolvere. Un mondo tanto connesso non sarebbe forse un inferno?
"Sì. E infatti non voglio che diventi realtà. Eppure l…
Il suo libro inizia con un breve racconto di fantascienza ambientato nel 2025, un'epoca in cui gli esseri umani vivranno sotto il controllo costante dell'orologio, del frigo o del robot aspirapolvere. Un mondo tanto connesso non sarebbe forse un inferno?
"Sì. E infatti non voglio che diventi realtà. Eppure l…
Forse ci diventeranno familiari quanto dei vicini di casa: alcuni ricercatori stanno lavorando alla realizzazione di robot in grado di cogliere le nostre emozioni e rispondere a esse attraverso la simulazione di reazioni empatiche. Che rapporti avremo con queste macchine, destinate a migliorare la nostra vita? Siamo destinati a cedere alle lusinghe dell'empatia artificiale? Laurence Devillers, che da vent'anni studia i rapporti tra uomo e macchina, ha scritto “I robot emozionali”: un appassionante saggio in cui fa il punto sullo stato della ricerca e sostiene l'importanza di una regolamentazione etica di questo nuovo mondo.
Il suo libro inizia con un breve racconto di fantascienza ambientato nel 2025, un'epoca in cui gli esseri umani vivranno sotto il controllo costante dell'orologio, del frigo o del robot aspirapolvere. Un mondo tanto connesso non sarebbe forse un inferno?
"Sì. E infatti non voglio che diventi realtà. Eppure la situazione che ho descritto non è così poi bizzarra: è quella che ci aspetterebbe se lasciassimo che i colossi americani e cinesi decidessero esclusivamente in base ai loro interessi. Occorre definire e mettere in atto delle misure di salvaguardia che riconoscano la preminenza dei nostri valori e li tutelino. Sono questioni sulle quali occorre fare una riflessione a livello mondiale. Non credo che il rifiuto di queste tecnologie, giustificato dalla convinzione che le nostre libertà vengono prima di ogni altra, possa rappresentare una soluzione. Quel breve racconto mostra le insidie cui andremmo incontro se decidessimo di non reagire. Abbiamo ogni interesse a prendere parte attiva in questo gioco".
I robot in grado di captare e decifrare le nostre emozioni appartengono al futuro o sono una realtà già esistente?
"È evidente che i robot non provano emozioni come gli esseri umani: le macchine che costruiamo imitano i sentimenti senza provarli, parlano senza comprendere e ragionano pur non avendo una coscienza. Da un punto di vista pratico occorre distinguere tre livelli: il rilevamento delle emozioni negli esseri umani (che può basarsi sui tratti del volto o della voce, ma anche sulle parole che pronunciamo), l'elaborazione delle emozioni che la macchina è riuscita a cogliere, e la reazione che deriva da tale processo. Possono ad esempio rallegrarci con una musica gradevole e dirci che siamo degli esseri formidabili. La prima fase, quella del rilevamento delle emozioni umane, sta procedendo a rilento perché queste sono troppo legate al singolo individuo, alla sua cultura o al contesto per poter essere considerate universali".
Esiste il rischio che l’empatia artificiale finisca per sembrarci più gradevole e rassicurante di quella umana?
"Dovremmo domandarci se la reazione affettiva – immancabilmente positiva e disponibile – di queste macchine possa farcele preferire agli esseri umani. Con il rischio che possano manipolarci. Gli esperimenti a lungo termine condotti su questo argomento sono ancora pochi, e le riflessioni al riguardo solo agli inizi. Spero, però, che a forza di sperimentare e demistificare queste macchine si arrivi a comprendere che ciò che esse ci offrono non rientra nella stessa categoria dei rapporti personali tra esseri umani. Ci stiamo addentrando in un'epoca in cui i rapporti tra macchine e uomini diventeranno inestricabili: il rapporto che ci lega alle macchine si baserà sempre più spesso sulla fiducia e sull'affetto, e la linea che separa uomini e macchine – che oggi ci appare tanto netta – andrà attenuandosi".
Esiste la tendenza a rivolgersi agli assistenti virtuali come se fossero persone in carne e ossa, usando ad esempio delle parole gentili. È possibile resistere ai sentimenti empatici che queste macchine suscitano in noi?
"Occorre far capire alle persone che siamo naturalmente portati a proiettare intenzioni ed emozioni sui robot. Non dobbiamo reprimere la nostra propensione all'empatia, ma piuttosto imparare a creare una distanza".
Lei fa notare che i progettisti di robot e chatbot sono, nell'ottanta percento dei casi, uomini. La robotica è dunque una scienza sessista?
"La maggior parte delle chatbot e dei robot umanoidi in grado di conversare hanno un nome femminile – Alexa, Sophia, Samantha, Azuma, Nadine… – e non a caso. Le aziende produttrici spiegano questa predilezione con il fatto che il modo in cui reagiamo a una voce sintetica dipende dal suo genere, e che di norma preferiamo le voci femminili a quelle maschili. Non esiste un obbligo a rispettare sempre e comunque la parità. Credo che l'intelligenza artificiale e la robotica tendano ad amplificare gli stereotipi. Viene da chiedersi: in un mondo in cui l'automobile, l'orologio o il frigo si rivolgeranno a noi con voce femminile, come si ripercuoterà questo sulle donne?"
Ritiene che i robot sessuali siano destinati ad avere successo?
"Credo di sì. Il piacere sessuale fa parte della nostra vita, e se queste macchine dovessero rivelarsi 'efficaci' si diffonderanno sicuramente. Per il momento rappresentano un mercato di nicchia, che tuttavia è in piena fase di sviluppo. Un ingegnere di Norimberga ha inventato First Android: una bambola sessuale dotata di un sistema circolatorio che la rende tiepida al tatto e di un movimento della cassa toracica che dà l'illusione del respiro. A maggio del 2018 è nato invece il primo robot sessuale maschile. Si chiama Henry, e costa undicimila dollari. Dovremmo capire quale valenza culturale vogliamo attribuire a questi fenomeni. Possiamo supporre che i rapporti con queste macchine sessuali non sostituiranno i rapporti tra esseri umani. Ma quanto sarà facile tenere separati gli uni dagli altri? È un argomento su cui si potrebbe dibattere a lungo. Un giornalista una volta mi ha chiesto se andare a letto con un robot equivale a tradire il proprio partner...".
Lei ritiene che sarebbe un tradimento?
"La logica del mio libro dovrebbe indurmi a rispondere di no. Ma se una persona, per qualche proiezione antropomorfica, ritiene che una macchina abbia preso il suo posto a fianco del suo compagno o della sua compagna, e ciò le causa sofferenza... Cosa volete dirgli? È una questione complessa. La mia risposta, quindi, è che ognuno ha diritto al proprio punto di vista".
Non crede che tutti questi robot siano innanzitutto dei predatori di dati personali?
"Non è necessario essere un robot per frugare nei nostri dati. Anche Siri, la app di comando vocale contenuta nel vostro smartphone, è una predatrice di dati. È meno appariscente di un robot e suscita in noi una diffidenza minore rispetto a un robot il cui aspetto assomiglia al nostro. Se installate in un altoparlante portatile e in un robot lo stesso sistema di dialogo, le persone vi diranno sempre, anche a parità di prestazioni, che il robot è più intelligente".
Nel suo libro lei evidenzia tutti i vantaggi che l'intelligenza artificiale e i robot “emozionali” potrebbero portarci, soprattutto in ambito sanitario. Non crede che tali progressi abbiano un costo elevato? Trova paradossale che in una società che si ritiene connessa le persone storcano la bocca all'idea di circondarsi di robot?
"È possibile,certo, che il costo da pagare sia molto elevato. Ma rifiutando queste tecnologie in nome della libertà diventeremmo dipendenti da altri Paesi. Avremmo scelto la libertà, ma non necessariamente l'emancipazione. Aggiungo che non amo molto l'atteggiamento ideologico di chi rifiuta per principio la sperimentazione. Abbiamo ancora molto da scoprire su noi stessi. Ho sempre pensato che correre dei rischi, dubitare e giungere a delle conclusioni fosse necessario. È questo il mio modo di vivere".
(Copyright Tribune de Genève/Lena-Leading European Newspaper Alliance.Traduzione di Marzia Porta)
Il suo libro inizia con un breve racconto di fantascienza ambientato nel 2025, un'epoca in cui gli esseri umani vivranno sotto il controllo costante dell'orologio, del frigo o del robot aspirapolvere. Un mondo tanto connesso non sarebbe forse un inferno?
"Sì. E infatti non voglio che diventi realtà. Eppure la situazione che ho descritto non è così poi bizzarra: è quella che ci aspetterebbe se lasciassimo che i colossi americani e cinesi decidessero esclusivamente in base ai loro interessi. Occorre definire e mettere in atto delle misure di salvaguardia che riconoscano la preminenza dei nostri valori e li tutelino. Sono questioni sulle quali occorre fare una riflessione a livello mondiale. Non credo che il rifiuto di queste tecnologie, giustificato dalla convinzione che le nostre libertà vengono prima di ogni altra, possa rappresentare una soluzione. Quel breve racconto mostra le insidie cui andremmo incontro se decidessimo di non reagire. Abbiamo ogni interesse a prendere parte attiva in questo gioco".
I robot in grado di captare e decifrare le nostre emozioni appartengono al futuro o sono una realtà già esistente?
"È evidente che i robot non provano emozioni come gli esseri umani: le macchine che costruiamo imitano i sentimenti senza provarli, parlano senza comprendere e ragionano pur non avendo una coscienza. Da un punto di vista pratico occorre distinguere tre livelli: il rilevamento delle emozioni negli esseri umani (che può basarsi sui tratti del volto o della voce, ma anche sulle parole che pronunciamo), l'elaborazione delle emozioni che la macchina è riuscita a cogliere, e la reazione che deriva da tale processo. Possono ad esempio rallegrarci con una musica gradevole e dirci che siamo degli esseri formidabili. La prima fase, quella del rilevamento delle emozioni umane, sta procedendo a rilento perché queste sono troppo legate al singolo individuo, alla sua cultura o al contesto per poter essere considerate universali".
Esiste il rischio che l’empatia artificiale finisca per sembrarci più gradevole e rassicurante di quella umana?
"Dovremmo domandarci se la reazione affettiva – immancabilmente positiva e disponibile – di queste macchine possa farcele preferire agli esseri umani. Con il rischio che possano manipolarci. Gli esperimenti a lungo termine condotti su questo argomento sono ancora pochi, e le riflessioni al riguardo solo agli inizi. Spero, però, che a forza di sperimentare e demistificare queste macchine si arrivi a comprendere che ciò che esse ci offrono non rientra nella stessa categoria dei rapporti personali tra esseri umani. Ci stiamo addentrando in un'epoca in cui i rapporti tra macchine e uomini diventeranno inestricabili: il rapporto che ci lega alle macchine si baserà sempre più spesso sulla fiducia e sull'affetto, e la linea che separa uomini e macchine – che oggi ci appare tanto netta – andrà attenuandosi".
Esiste la tendenza a rivolgersi agli assistenti virtuali come se fossero persone in carne e ossa, usando ad esempio delle parole gentili. È possibile resistere ai sentimenti empatici che queste macchine suscitano in noi?
"Occorre far capire alle persone che siamo naturalmente portati a proiettare intenzioni ed emozioni sui robot. Non dobbiamo reprimere la nostra propensione all'empatia, ma piuttosto imparare a creare una distanza".
Lei fa notare che i progettisti di robot e chatbot sono, nell'ottanta percento dei casi, uomini. La robotica è dunque una scienza sessista?
"La maggior parte delle chatbot e dei robot umanoidi in grado di conversare hanno un nome femminile – Alexa, Sophia, Samantha, Azuma, Nadine… – e non a caso. Le aziende produttrici spiegano questa predilezione con il fatto che il modo in cui reagiamo a una voce sintetica dipende dal suo genere, e che di norma preferiamo le voci femminili a quelle maschili. Non esiste un obbligo a rispettare sempre e comunque la parità. Credo che l'intelligenza artificiale e la robotica tendano ad amplificare gli stereotipi. Viene da chiedersi: in un mondo in cui l'automobile, l'orologio o il frigo si rivolgeranno a noi con voce femminile, come si ripercuoterà questo sulle donne?"
Ritiene che i robot sessuali siano destinati ad avere successo?
"Credo di sì. Il piacere sessuale fa parte della nostra vita, e se queste macchine dovessero rivelarsi 'efficaci' si diffonderanno sicuramente. Per il momento rappresentano un mercato di nicchia, che tuttavia è in piena fase di sviluppo. Un ingegnere di Norimberga ha inventato First Android: una bambola sessuale dotata di un sistema circolatorio che la rende tiepida al tatto e di un movimento della cassa toracica che dà l'illusione del respiro. A maggio del 2018 è nato invece il primo robot sessuale maschile. Si chiama Henry, e costa undicimila dollari. Dovremmo capire quale valenza culturale vogliamo attribuire a questi fenomeni. Possiamo supporre che i rapporti con queste macchine sessuali non sostituiranno i rapporti tra esseri umani. Ma quanto sarà facile tenere separati gli uni dagli altri? È un argomento su cui si potrebbe dibattere a lungo. Un giornalista una volta mi ha chiesto se andare a letto con un robot equivale a tradire il proprio partner...".
Lei ritiene che sarebbe un tradimento?
"La logica del mio libro dovrebbe indurmi a rispondere di no. Ma se una persona, per qualche proiezione antropomorfica, ritiene che una macchina abbia preso il suo posto a fianco del suo compagno o della sua compagna, e ciò le causa sofferenza... Cosa volete dirgli? È una questione complessa. La mia risposta, quindi, è che ognuno ha diritto al proprio punto di vista".
Non crede che tutti questi robot siano innanzitutto dei predatori di dati personali?
"Non è necessario essere un robot per frugare nei nostri dati. Anche Siri, la app di comando vocale contenuta nel vostro smartphone, è una predatrice di dati. È meno appariscente di un robot e suscita in noi una diffidenza minore rispetto a un robot il cui aspetto assomiglia al nostro. Se installate in un altoparlante portatile e in un robot lo stesso sistema di dialogo, le persone vi diranno sempre, anche a parità di prestazioni, che il robot è più intelligente".
Nel suo libro lei evidenzia tutti i vantaggi che l'intelligenza artificiale e i robot “emozionali” potrebbero portarci, soprattutto in ambito sanitario. Non crede che tali progressi abbiano un costo elevato? Trova paradossale che in una società che si ritiene connessa le persone storcano la bocca all'idea di circondarsi di robot?
"È possibile,certo, che il costo da pagare sia molto elevato. Ma rifiutando queste tecnologie in nome della libertà diventeremmo dipendenti da altri Paesi. Avremmo scelto la libertà, ma non necessariamente l'emancipazione. Aggiungo che non amo molto l'atteggiamento ideologico di chi rifiuta per principio la sperimentazione. Abbiamo ancora molto da scoprire su noi stessi. Ho sempre pensato che correre dei rischi, dubitare e giungere a delle conclusioni fosse necessario. È questo il mio modo di vivere".
(Copyright Tribune de Genève/Lena-Leading European Newspaper Alliance.Traduzione di Marzia Porta)