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Pirati nel mari del sud della Cina 

Il boom dei pirati nei mari dell'Asia

Dopo anni di relativa calma che sembrava premiare gli sforzi del maggiore coordinamento tra paesi e compagnie marittime, le rapine contro le navi nelle acque asiatiche sono risalite nella prima metà del 2020 al massimo livello da cinque anni a questa parte. Tra i complici di questo ritorno gli esperti indicano la pandemia del Covid che ha colpito l'efficienza dei controlli
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BANGKOK – Nello Stretto di Singapore le navi che passano attraverso il corridoio di Malacca da e per il Mare cinese meridionale sono così tante da rendere difficile distinguere i piccoli e veloci natanti dei moderni pirati. Nessuno degli uomini che compiono gli assalti armati per depredare i cargo e le petroliere nelle acque del sudest asiatico hanno una benda sull’occhio e l’uncino al posto della mano, né l’alone esotico dei film di Johnny Depp. Sono rapidi, silenziosi e spesso membri di organizzazioni criminali estremamente efficienti, capaci di corrompere autorità e gli stessi capitani o i membri dell’equipaggio per conoscere l’ubicazione delle navi da assaltare e i porti dove fanno scalo.

Dopo anni di relativa calma che sembrava premiare gli sforzi del maggiore coordinamento tra paesi e compagnie marittime contro l’antico fenomeno della pirateria, le rapine a mano armata contro le navi nelle acque asiatiche sono risa…

BANGKOK – Nello Stretto di Singapore le navi che passano attraverso il corridoio di Malacca da e per il Mare cinese meridionale sono così tante da rendere difficile distinguere i piccoli e veloci natanti dei moderni pirati. Nessuno degli uomini che compiono gli assalti armati per depredare i cargo e le petroliere nelle acque del sudest asiatico hanno una benda sull’occhio e l’uncino al posto della mano, né l’alone esotico dei film di Johnny Depp. Sono rapidi, silenziosi e spesso membri di organizzazioni criminali estremamente efficienti, capaci di corrompere autorità e gli stessi capitani o i membri dell’equipaggio per conoscere l’ubicazione delle navi da assaltare e i porti dove fanno scalo.

Dopo anni di relativa calma che sembrava premiare gli sforzi del maggiore coordinamento tra paesi e compagnie marittime contro l’antico fenomeno della pirateria, le rapine a mano armata contro le navi nelle acque asiatiche sono risalite nella prima metà del 2020 al massimo livello da cinque anni a questa parte, quasi il doppio di quelle registrate nello stesso periodo dell'anno precedente. Molte di più, dicono gli esperti, di quelle compiute lungo le tradizionali rotte dei pirati sulle coste somale che avevano raggiunto un picco inquietante tra il 2009 e il 2012.

Tra i complici di questo ritorno in grande stile dell’abbordaggio sul mare gli esperti indicano la pandemia del Covid che ha colpito l’efficienza dei controlli e il numero di guardie armate a bordo per via del ridotto numero di trasporti di beni e carburante con i conseguenti risparmi sul personale, senza contare i numerosi casi di contagio che avvengono a bordo in spazi ristretti. Un gruppo specializzato nel monitoraggio della pirateria finanziato da 20 nazioni soprattutto asiatiche, (in sigla ReCAAP ISC) ha calcolato tra gennaio e giugno 51 incidenti dei quali solo uno è andato a vuoto. E’ il numero più alto dai 114 casi registrati nel 2015 prima che il fenomeno cominciasse a ridimensionarsi, fino al minimo di 28 casi segnalati nello stesso periodo del 2019.

Dei 51 assalti documentati, 31 si sono verificati mentre i cargo erano ancorati, mentre gli altri 20 sono avvenuti nel tradizionale stile delle rapine in mare aperto, con minacciosi avvertimenti dagli altoparlanti, accerchiamenti e spesso colpi d’arma da fuoco per fermare i natanti di passaggio tra lo Stretto di Singapore e il Mar Cinese Meridionale, al largo del Bangladesh, dell'India, dell'Indonesia, della Malesia, Filippine e Vietnam, con l’eccezione dei porti cinesi dove gli unici tre incidenti risalgono al 2019.

Nonostante la generale riduzione dei casi negli ultimi anni, secondo Brandon Prins, docente di Sicurezza globale dell’Università del Tennessee, i pirati potrebbero diventare molto più attivi nei mesi e anni a venire se continuerà l’attuale trend al risparmio sulla sicurezza delle navi commerciali che trasportano parti di automobili, petrolio, oppure per rubare all'equipaggio oggetti di valore ed eventualmente rapirli e chiedere il riscatto.

Molti indizi stanno a indicare che i pirati hanno pianificato gran parte degli attacchi con informazioni di prima mano sul contenuto dei cargo e una rete già predisposta di committenti per l’acquisto. Nel caso delle petroliere occorre tra l’altro una notevole preparazione tecnica e il supporto di navi container per travasare il greggio (il cosiddetto bunkeraggio) senza incidenti.

Un terzo degli assalti denunciati riguarda questo tipo di traffico considerando che tra il 70 e l'80% di tutto il petrolio importato dalla Cina e dal Giappone passa dagli stretti di Malacca e Singapore. Non a caso nel periodo di massima attività dei pirati tra il ’95 e il 2013 è avvenuto qui secondo un’inchiesta di Time magazine il 41% degli attacchi su scala mondiale, contro il 28% della Somalia e il 18 per cento delle coste occidentali africane, dove però si registrava il maggior numero di marittimi uccisi, 136 in otto anni.

Gli ultimi dati sui proventi della pirateria risalgono a uno studio del 2010 della “One Earth Future Foundation”, dal quale risulta che la pirateria sottraeva dai 7 ai 12 miliardi di dollari all'economia mondiale. Il nuovo trend in crescita degli attacchi preoccupa non poco i Paesi e le compagnie che continuano ad affidarsi ai trasporti via nave, vista la stessa riduzione drastica dei voli aerei e le difficoltà dei lunghi trasporti via terra.

Il sospetto è che i gruppi criminali specializzati si stiano riorganizzando in grande stile approfittando della vastità degli specchi d’acqua oceanici e la difficoltà di controllarli anche con le sofisticate apparecchiature satellitari o i droni. La velocità con la quale i moderni pirati portano a termine le loro imprese rende spesso impossibile raggiungerli in tempo per la cattura. Del resto non sempre le vedette di paesi come l’Indonesia, la Malesia o le Filippine possono operare in acque territoriali altrui senza autorizzazioni che spesso tardano ad arrivare. Anche per questo nei rapporti dei gruppi di ricerca come “Risk Intelligence” si spiega che i "dirottamenti sono spesso sottostimati. Il vero numero nel sud-est asiatico non sarà mai noto."