Il nuovo Medioevo dell'America
di LAURE MANDEVILLEIl demografo Joel Kotkin: "Oligarchia, clero e dogma delle identità. Gli Stati Uniti stanno vivendo un periodo buio segnato da un inquietante accrescimento delle disuguaglianze" (Le Figaro)
Il mondo nuovo descritto da Aldous Huxley si appresta a mettere fuori il naso in California, prima di conquistare l’America? Nel suo nuovo libro The Coming of Neo-Feudalism: A Warning to the Global Middle Class (L’avvento del neofeudalesimo: un ammonimento per la classe media mondiale), il geografo e demografo americano Joel Kotkin, che scruta da anni con inquietudine la distruzione del ceto medio a opera della delocalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, si interroga sulla "tirannia" disegnata dalla comparsa di un’un’oligarchia ultrapotente, che controlla una tecnologia invadente.
Joel Kotkin descrive l’alleanza dell’oligarchia della Silicon Valley, composta da miliardari devoti al transumanesimo e convinti che la tecnologia sia la risposta a tutti i problemi, con una classe intellettuale di "sacerdoti" che si comporta come un nuovo "clero" e instaura nuovi dogmi – sulla globalizzazione, sul g…
Joel Kotkin descrive l’alleanza dell’oligarchia della Silicon Valley, composta da miliardari devoti al transumanesimo e convinti che la tecnologia sia la risposta a tutti i problemi, con una classe intellettuale di "sacerdoti" che si comporta come un nuovo "clero" e instaura nuovi dogmi – sulla globalizzazione, sul g…
Il mondo nuovo descritto da Aldous Huxley si appresta a mettere fuori il naso in California, prima di conquistare l’America? Nel suo nuovo libro The Coming of Neo-Feudalism: A Warning to the Global Middle Class (L’avvento del neofeudalesimo: un ammonimento per la classe media mondiale), il geografo e demografo americano Joel Kotkin, che scruta da anni con inquietudine la distruzione del ceto medio a opera della delocalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, si interroga sulla "tirannia" disegnata dalla comparsa di un’un’oligarchia ultrapotente, che controlla una tecnologia invadente.
Joel Kotkin descrive l’alleanza dell’oligarchia della Silicon Valley, composta da miliardari devoti al transumanesimo e convinti che la tecnologia sia la risposta a tutti i problemi, con una classe intellettuale di "sacerdoti" che si comporta come un nuovo "clero" e instaura nuovi dogmi – sulla globalizzazione, sul genere, sul "privilegio bianco" – con un fervore tutto religioso. Diventa pericoloso esprimere il proprio disaccordo, rimpiange questo ex socialdemocratico che spiega di non riuscire più a trovarsi a suo agio a sinistra. Una situazione di intolleranza che le polemiche dimissioni della giornalista Bari Weiss dal New York Times, costretta ad abbandonare la nave sotto la pressione di colleghi divenuti "censori", hanno appena illustrato con eloquenza.
Lei ha pubblicato The Coming of Neo-Feudalism, un’opera che descrive la comparsa in America, e ancora di più in Cina, in Europa e anche in Giappone, di un sistema caratterizzato da una concentrazione sempre più disuguale della ricchezza e del potere nelle mani di una piccola minoranza di "signori" della tecnologia e della finanza. Stiamo veramente tornando a un Medioevo in versione high-tech?
"Viviamo effettivamente in un’epoca che ricorda il Medioevo, con la sua oligarchia, il suo clero e i suoi dogmi. Una sorta di aristocrazia della tecnologia è emersa e si è alleata con la classe intellettuale, per attuare una nuova visione della società, che ha come ambizione la sostituzione dei valori più tradizionali incarnati dalla classe media nel dopoguerra. La posta in gioco futura della politica sta nel capire se il Terzo stato di oggi – i ceti medi impoveriti e i ceti popolari – si sottometterà al loro controllo. Siamo entrati nel paradigma di un’oligarchia che concentra la ricchezza nazionale a un livello mai raggiunto nell’epoca contemporanea. Il grosso della ricchezza nazionale in America è detenuto da cinque aziende! Una manciata di padroni della tecnologia e i loro cani da guardia della finanza controllano ognuno fortune da decine di miliardi di dollari in media; e hanno appena quarant’anni, il che significa che dovremo convivere con loro e con il potere che esercitano per tutto il resto della nostra vita! La globalizzazione e la finanziarizzazione sono stati fattori importanti in questa concentrazione sfrenata della ricchezza. La delocalizzazione dell’industria verso la Cina è costata 1,5 milioni di impieghi manifatturieri in Gran Bretagna e 3,4 milioni in America. Le piccole e medie imprese, le imprese a conduzione familiare e l’artigianato hanno subito enormi danni, determinando una pauperizzazione dei ceti medi, che erano il cuore del modello capitalista liberale americano. La crisi del coronavirus ha accelerato la tendenza. Le aziende tecnologiche escono come le grandi vincitrici da questa prova. Jeff Bezos, il padrone di Amazon, ha appena annunciato che la capitalizzazione della sua società è aumentata di 30 miliardi di dollari, mentre le piccole imprese affogano! Le disuguaglianze di classe non fanno che accelerare, con un’élite intellettuale e manageriale che se la cava benissimo (i famosi "sacerdoti" che possono lavorare a distanza) e il resto del ceto medio che si impoverisce. Le classi popolari, da parte loro, hanno subito in pieno gli effetti del virus, corrono molti più rischi di contagio, hanno sofferto il confinamento dentro i loro piccoli appartamenti e in molti casi hanno perso il lavoro. È un quadro molto cupo quello che emerge, con una casta ristrettissima di potenti e di nuovi servi, senza niente di sostanziale in mezzo: il 70 per cento degli americani pensa che i propri figli se la passeranno peggio di loro".
Lei scrive che la Silicon Valley è una sorta di laboratorio futurista di quello che attende l’America. Non è una descrizione molto lusinghiera…
"La Silicon Valley, un tempo terra promessa dei self-made men, è diventata il volto della disuguaglianza e delle nuove fortezze industriali. I colossi tecnologici come Google o Facebook hanno ucciso la cultura delle startup nata nei garage californiani negli anni 70 e che ha perdurato fino agli anni 90, perché risucchiano tutta l’innovazione. Ovviamente sono per la difesa dell’ambiente, ma anche l’ideologia verde ultraradicale che prevale in California avvantaggia le grandi aziende, perché solo loro possono reggere a queste drastiche normative ambientali, mentre le piccole e medie imprese non resistono o si trasferiscono altrove. Questo aspetto socioeconomico della transizione ecologica, che esclude le classi popolari e spiega per esempio il movimento dei gilet gialli in Francia, come racconta il geografo Christophe Guilluy, viene sottovalutato. Con questa concentrazione di ricchezze, il mercato immobiliare californiano ha raggiunto dei prezzi record e le classi popolari sono state cacciate da San Francisco, che pure è un bastione del progressismo politico. La città, che si considera l’avanguardia dell’antirazzismo e un tempo ospitava una vivacissima comunità afroamericana, ormai non ha quasi più abitanti neri, appena il 5 per cento: un altro paradosso del progressismo attuale".
Lei parla di alleanza di questa oligarchia con una sorta di nuovo "clero", guardiano dei nuovi "dogmi". Che intende dire?
"C’è un parallelismo reale tra la situazione di oggi e l’alleanza fra aristocrazia e clero prima della Rivoluzione Francese. E questo vale per tutti i Paesi occidentali. Questo clero mette insieme le élite intellettuali di oggi, che sono quasi tutte schierate a sinistra. Se le chiamo così è per sottolineare il carattere quasi religioso dell’ortodossia che intendono imporre, come un tempo la Chiesa cattolica. Nel XIII secolo, all’Università di Parigi, nessuno avrebbe osato dubitare dell’esistenza di Dio. Oggi, nessuno osa contestare impunemente i nuovi dogmi, e io ne so qualcosa. Eppure sono tutt’altro che un conservatore, sono un socialdemocratico della vecchia scuola, che giudica le disuguaglianze di classe più pertinenti delle questioni di identità, di genere: ma non c’è più posto per persone come me nell’universo mentale e politico di queste élite. Vogliono rimpiazzare i valori della famiglia e della libertà individuale, che hanno fatto il successo dell’America del dopoguerra e la prosperità della classe media, con un credo che mette insieme difesa del globalismo, giustizia sociale [definita come la difesa delle minoranze razziali e sessuali], modello di sviluppo sostenibile imposto dall’alto e ridefinizione dei ruoli familiari. Affermano che lo sviluppo sostenibile è più importante della crescita, che permetteva di far uscire le classi popolari dalla povertà. Questo punto creerà una tensione sociale reale. La cosa che colpisce è l’uniformità di questo clero. Fra i giornalisti, quelli che si dichiarano repubblicani sono solo il 7 per cento. Ed è la stessa cosa, se non peggio, nelle università, nel cinema, nella musica. Non si ha più il diritto di essere in disaccordo su nulla! Scrivere che il problema della comunità nera è più un problema socioeconomico che razziale è diventato azzardato, si corre il rischio di essere additati come razzisti! Ho lavorato per molto tempo come giornalista prima di insegnare, in particolare per il Washington Post, il Los Angeles Times e altri… Mi capita di trovarci ancora degli ottimi articoli, ma nel complesso non posso più leggerli, tanto sono sbilanciati sui temi legati alla questione razziale, a Trump o alla politica! Non ho nessuna simpatia per Donald Trump, che considero tossico, ma l’odio che suscita si spinge troppo in là. Vediamo svilupparsi un giornalismo di opinione sbilanciato a sinistra, che porta a quello che la Rand Corporation [un prestigioso istituto di ricerca, fondato inizialmente per le necessità dell’esercito americano] definisce 'decomposizione della verità'.
Devo dire di essere rimasto molto scioccato anche dal 'progetto 1619' [un progetto che afferma che l’America non nasce nel 1776, con la proclamazione dell’indipendenza, ma nel 1619, con l’arrivo delle navi di schiavi sulle coste americane], lanciato dal New York Times, che vuole dimostrare che tutta la storia americana è la storia di un Paese razzista. Sì, la schiavitù è stata una cosa orribile, ma il successo e il progresso dell’America non possono essere negati in nome dei crimini commessi. Non ho niente in contrario a buttare giù le statue dei generali confederati, che hanno combattuto per il Sud schiavista. Ma voler rimuovere le statue del generale Ulysses Grant, il grande protagonista della vittoria sui confederati, o addirittura di George Washington, è assurdo. La distruzione sistematica del nostro passato, e del senso di quello che ci unisce, è molto pericolosa. Riporta alla mente lo spirito della Rivoluzione Culturale cinese. Se continuiamo così, rimarranno soltanto delle tribù".
Lei sottolinea il pericolo specifico dell’alleanza dell’oligarchia tecnologica e delle élite, a causa del ruolo sempre più importante della tecnologia…
"Credo che sia Huxley, nel Mondo nuovo, che affermava che una tirannia che fa leva sulla tecnologia non si può sconfiggere. La potenza delle oligarchie e delle élite culturali attuali è rafforzata dal ruolo crescente della tecnologia, che aumenta il grado di controllo di quello che pensiamo, leggiamo, ascoltiamo. Quando comparve internet, suscitò un’immensa speranza. Si pensava che avrebbe aperto un’era di libertà fertile per le idee, ma è diventata, al contrario, uno strumento di controllo dell’informazione e del pensiero! Anche se il proliferare di blog conferisce un’apparenza di democrazia e diversità, la realtà attuale è rappresentata da una manciata di aziende della Silicon Valley che esercitano un controllo sempre più pesante sul flusso di informazioni. Quasi i due terzi dei giovani si informano sui social network. Come se non bastasse, Google, Facebook, Amazon stanno rastrellando quello che rimane dei media tradizionali, quelli che non hanno ammazzato. Controllano gli studi di produzione di film, YouTube… Henry Ford e Andrew Carnegie non erano delle anime pie, ma non vi dicevano che cosa dovevate pensare".
E che cosa pensano questi nuovi oligarchi del XXI secolo?
"Sono convinti che tutti i problemi abbiamo una risposta tecnologica. Sono dei tecnici brillanti, grandi adepti del transumanesimo, poco preoccupati dal calo della natalità o dalla questione della mobilità sociale, e molto più scollegati dalle classi popolari di quanto non fossero i padroni delle ferriere di una volta. Il loro livello di ignoranza sul piano storico o letterario è abissale, e in questo senso probabilmente fanno ancora più paura dell’aristocrazia dell’Ancien Régime. Inoltre, concentrarsi sui temi simbolici come il genere, il transgender, i cambiamenti climatici, gli permette di rimuovere i temi di 'classe', che potrebbero minacciare il loro potere.
Che ne pensa della battaglia fra Zuckerberg, che ha rifiutato di mettere al bando i tweet di Trump, e gli altri grandi magnati dell’high-tech, che vogliono mettere al bando i "cattivi pensieri"?
"Io penso che Zuckerberg abbia ragione e che ha avuto coraggio, ma sembra che lo stiano spingendo ad adottare un ruolo di censore. Uno scrittore che conosco, ambientalista dissidente, si è appena visto sopprimere la sua pagina Facebook. È una tendenza pericolosa, perché lasciare a una manciata di gruppi privati il potere di controllare l’informazione apre la strada alla tirannia. Questo mi riporta al tema centrale di questo libro, che vuole essere un manifesto in favore della classe media, minacciata di distruzione dopo essere stata il pilastro delle nostre democrazie. Per la democrazia è fondamentale che la proprietà privata sia diffusa. Per questo ho sempre avuto ammirazione per i Paesi Bassi, una nazione che ha sempre creato terra strappandola al mare, e dunque ha sempre assicurato la crescita della sua classe media. Quando questa crescita viene meno e la ricchezza si concentra in poche mani, si torna a un controllo della società dall’alto, non importa se a imporlo sono regimi di destra o di sinistra".
Di fronte a questa situazione, Trump e la rivolta antiestablishment che ha cavalcato potrebbero vincere nuovamente?
"Trump è un idiota e un personaggio detestabile, che spero venga rinnegato, perché suscita molte tensioni negative. Ma non ho mai visto trattare nessun presidente come è stato trattato lui. La volontà di destituirlo era chiara ancora prima che mettesse piede alla Casa Bianca! Penso anche che la stampa non sia onesta nei suoi confronti. Prendiamo per esempio il suo discorso al monte Rushmore, uno dei migliori che abbia fatto, dove cerca di conciliare il sostegno al bisogno di giustizia razziale con la difesa del patrimonio storico americano. In quel discorso ha citato molti personaggi importanti, come Frederick Douglass o Harriet Tubman, eppure la stampa ha scritto che si trattava di un discorso razzista, fatto per compiacere i suprematisti bianchi! Lo si accusa di tirannia, ma la tirannia più grande che ci minaccia è l’alleanza degli oligarchi e del 'clero'. Il solo vantaggio di Trump è di essere un contropotere rispetto a loro. Purtroppo, però, questo non significa che abbia una visione coerente. Soprattutto, divide terribilmente il Paese, mentre abbiamo bisogno di una forma minima di unità. In questo momento, direi che Trump difficilmente potrà vincere: gli do solo un terzo di possibilità di farcela. Potrebbe tornare in gara se si delineasse una qualche forma di ripresa economica o se diventasse evidente che Joe Biden non è più in possesso di tutte le sue capacità intellettuali. Se i democratici dovessero vincere, pronostico che si faranno prendere la mano e che emergerà come un boomerang una nuova rivolta, che ci farà rimpiangere Trump. A meno che non riesca a venir fuori una nuova generazione di giovani conservatori, come Josh Hawley, J. D. Vance o Marco Rubio, in grado di difendere le classi popolari e di ostacolare la rivoluzione culturale della sinistra. Mi piacerebbe anche veder emergere a sinistra un movimento che rimetta veramente l’elemento sociale al centro della scena, ma non ci credo troppo, vista l’ossessione per l’identità… Quel che è certo è che lo spirito del 2016 e dei gilet gialli non scomparirà. Guardate quello che è successo in Australia: si pensava che avrebbero vinto i laburisti e invece sono i populisti che hanno prevalso, perché la sinistra verde era diventata talmente antindustriale che le classi popolari l’hanno abbandonata!
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Allliance. Traduzione di Fabio Galimberti)
Joel Kotkin descrive l’alleanza dell’oligarchia della Silicon Valley, composta da miliardari devoti al transumanesimo e convinti che la tecnologia sia la risposta a tutti i problemi, con una classe intellettuale di "sacerdoti" che si comporta come un nuovo "clero" e instaura nuovi dogmi – sulla globalizzazione, sul genere, sul "privilegio bianco" – con un fervore tutto religioso. Diventa pericoloso esprimere il proprio disaccordo, rimpiange questo ex socialdemocratico che spiega di non riuscire più a trovarsi a suo agio a sinistra. Una situazione di intolleranza che le polemiche dimissioni della giornalista Bari Weiss dal New York Times, costretta ad abbandonare la nave sotto la pressione di colleghi divenuti "censori", hanno appena illustrato con eloquenza.
Lei ha pubblicato The Coming of Neo-Feudalism, un’opera che descrive la comparsa in America, e ancora di più in Cina, in Europa e anche in Giappone, di un sistema caratterizzato da una concentrazione sempre più disuguale della ricchezza e del potere nelle mani di una piccola minoranza di "signori" della tecnologia e della finanza. Stiamo veramente tornando a un Medioevo in versione high-tech?
"Viviamo effettivamente in un’epoca che ricorda il Medioevo, con la sua oligarchia, il suo clero e i suoi dogmi. Una sorta di aristocrazia della tecnologia è emersa e si è alleata con la classe intellettuale, per attuare una nuova visione della società, che ha come ambizione la sostituzione dei valori più tradizionali incarnati dalla classe media nel dopoguerra. La posta in gioco futura della politica sta nel capire se il Terzo stato di oggi – i ceti medi impoveriti e i ceti popolari – si sottometterà al loro controllo. Siamo entrati nel paradigma di un’oligarchia che concentra la ricchezza nazionale a un livello mai raggiunto nell’epoca contemporanea. Il grosso della ricchezza nazionale in America è detenuto da cinque aziende! Una manciata di padroni della tecnologia e i loro cani da guardia della finanza controllano ognuno fortune da decine di miliardi di dollari in media; e hanno appena quarant’anni, il che significa che dovremo convivere con loro e con il potere che esercitano per tutto il resto della nostra vita! La globalizzazione e la finanziarizzazione sono stati fattori importanti in questa concentrazione sfrenata della ricchezza. La delocalizzazione dell’industria verso la Cina è costata 1,5 milioni di impieghi manifatturieri in Gran Bretagna e 3,4 milioni in America. Le piccole e medie imprese, le imprese a conduzione familiare e l’artigianato hanno subito enormi danni, determinando una pauperizzazione dei ceti medi, che erano il cuore del modello capitalista liberale americano. La crisi del coronavirus ha accelerato la tendenza. Le aziende tecnologiche escono come le grandi vincitrici da questa prova. Jeff Bezos, il padrone di Amazon, ha appena annunciato che la capitalizzazione della sua società è aumentata di 30 miliardi di dollari, mentre le piccole imprese affogano! Le disuguaglianze di classe non fanno che accelerare, con un’élite intellettuale e manageriale che se la cava benissimo (i famosi "sacerdoti" che possono lavorare a distanza) e il resto del ceto medio che si impoverisce. Le classi popolari, da parte loro, hanno subito in pieno gli effetti del virus, corrono molti più rischi di contagio, hanno sofferto il confinamento dentro i loro piccoli appartamenti e in molti casi hanno perso il lavoro. È un quadro molto cupo quello che emerge, con una casta ristrettissima di potenti e di nuovi servi, senza niente di sostanziale in mezzo: il 70 per cento degli americani pensa che i propri figli se la passeranno peggio di loro".
Lei scrive che la Silicon Valley è una sorta di laboratorio futurista di quello che attende l’America. Non è una descrizione molto lusinghiera…
"La Silicon Valley, un tempo terra promessa dei self-made men, è diventata il volto della disuguaglianza e delle nuove fortezze industriali. I colossi tecnologici come Google o Facebook hanno ucciso la cultura delle startup nata nei garage californiani negli anni 70 e che ha perdurato fino agli anni 90, perché risucchiano tutta l’innovazione. Ovviamente sono per la difesa dell’ambiente, ma anche l’ideologia verde ultraradicale che prevale in California avvantaggia le grandi aziende, perché solo loro possono reggere a queste drastiche normative ambientali, mentre le piccole e medie imprese non resistono o si trasferiscono altrove. Questo aspetto socioeconomico della transizione ecologica, che esclude le classi popolari e spiega per esempio il movimento dei gilet gialli in Francia, come racconta il geografo Christophe Guilluy, viene sottovalutato. Con questa concentrazione di ricchezze, il mercato immobiliare californiano ha raggiunto dei prezzi record e le classi popolari sono state cacciate da San Francisco, che pure è un bastione del progressismo politico. La città, che si considera l’avanguardia dell’antirazzismo e un tempo ospitava una vivacissima comunità afroamericana, ormai non ha quasi più abitanti neri, appena il 5 per cento: un altro paradosso del progressismo attuale".
Lei parla di alleanza di questa oligarchia con una sorta di nuovo "clero", guardiano dei nuovi "dogmi". Che intende dire?
"C’è un parallelismo reale tra la situazione di oggi e l’alleanza fra aristocrazia e clero prima della Rivoluzione Francese. E questo vale per tutti i Paesi occidentali. Questo clero mette insieme le élite intellettuali di oggi, che sono quasi tutte schierate a sinistra. Se le chiamo così è per sottolineare il carattere quasi religioso dell’ortodossia che intendono imporre, come un tempo la Chiesa cattolica. Nel XIII secolo, all’Università di Parigi, nessuno avrebbe osato dubitare dell’esistenza di Dio. Oggi, nessuno osa contestare impunemente i nuovi dogmi, e io ne so qualcosa. Eppure sono tutt’altro che un conservatore, sono un socialdemocratico della vecchia scuola, che giudica le disuguaglianze di classe più pertinenti delle questioni di identità, di genere: ma non c’è più posto per persone come me nell’universo mentale e politico di queste élite. Vogliono rimpiazzare i valori della famiglia e della libertà individuale, che hanno fatto il successo dell’America del dopoguerra e la prosperità della classe media, con un credo che mette insieme difesa del globalismo, giustizia sociale [definita come la difesa delle minoranze razziali e sessuali], modello di sviluppo sostenibile imposto dall’alto e ridefinizione dei ruoli familiari. Affermano che lo sviluppo sostenibile è più importante della crescita, che permetteva di far uscire le classi popolari dalla povertà. Questo punto creerà una tensione sociale reale. La cosa che colpisce è l’uniformità di questo clero. Fra i giornalisti, quelli che si dichiarano repubblicani sono solo il 7 per cento. Ed è la stessa cosa, se non peggio, nelle università, nel cinema, nella musica. Non si ha più il diritto di essere in disaccordo su nulla! Scrivere che il problema della comunità nera è più un problema socioeconomico che razziale è diventato azzardato, si corre il rischio di essere additati come razzisti! Ho lavorato per molto tempo come giornalista prima di insegnare, in particolare per il Washington Post, il Los Angeles Times e altri… Mi capita di trovarci ancora degli ottimi articoli, ma nel complesso non posso più leggerli, tanto sono sbilanciati sui temi legati alla questione razziale, a Trump o alla politica! Non ho nessuna simpatia per Donald Trump, che considero tossico, ma l’odio che suscita si spinge troppo in là. Vediamo svilupparsi un giornalismo di opinione sbilanciato a sinistra, che porta a quello che la Rand Corporation [un prestigioso istituto di ricerca, fondato inizialmente per le necessità dell’esercito americano] definisce 'decomposizione della verità'.
Devo dire di essere rimasto molto scioccato anche dal 'progetto 1619' [un progetto che afferma che l’America non nasce nel 1776, con la proclamazione dell’indipendenza, ma nel 1619, con l’arrivo delle navi di schiavi sulle coste americane], lanciato dal New York Times, che vuole dimostrare che tutta la storia americana è la storia di un Paese razzista. Sì, la schiavitù è stata una cosa orribile, ma il successo e il progresso dell’America non possono essere negati in nome dei crimini commessi. Non ho niente in contrario a buttare giù le statue dei generali confederati, che hanno combattuto per il Sud schiavista. Ma voler rimuovere le statue del generale Ulysses Grant, il grande protagonista della vittoria sui confederati, o addirittura di George Washington, è assurdo. La distruzione sistematica del nostro passato, e del senso di quello che ci unisce, è molto pericolosa. Riporta alla mente lo spirito della Rivoluzione Culturale cinese. Se continuiamo così, rimarranno soltanto delle tribù".
Lei sottolinea il pericolo specifico dell’alleanza dell’oligarchia tecnologica e delle élite, a causa del ruolo sempre più importante della tecnologia…
"Credo che sia Huxley, nel Mondo nuovo, che affermava che una tirannia che fa leva sulla tecnologia non si può sconfiggere. La potenza delle oligarchie e delle élite culturali attuali è rafforzata dal ruolo crescente della tecnologia, che aumenta il grado di controllo di quello che pensiamo, leggiamo, ascoltiamo. Quando comparve internet, suscitò un’immensa speranza. Si pensava che avrebbe aperto un’era di libertà fertile per le idee, ma è diventata, al contrario, uno strumento di controllo dell’informazione e del pensiero! Anche se il proliferare di blog conferisce un’apparenza di democrazia e diversità, la realtà attuale è rappresentata da una manciata di aziende della Silicon Valley che esercitano un controllo sempre più pesante sul flusso di informazioni. Quasi i due terzi dei giovani si informano sui social network. Come se non bastasse, Google, Facebook, Amazon stanno rastrellando quello che rimane dei media tradizionali, quelli che non hanno ammazzato. Controllano gli studi di produzione di film, YouTube… Henry Ford e Andrew Carnegie non erano delle anime pie, ma non vi dicevano che cosa dovevate pensare".
E che cosa pensano questi nuovi oligarchi del XXI secolo?
"Sono convinti che tutti i problemi abbiamo una risposta tecnologica. Sono dei tecnici brillanti, grandi adepti del transumanesimo, poco preoccupati dal calo della natalità o dalla questione della mobilità sociale, e molto più scollegati dalle classi popolari di quanto non fossero i padroni delle ferriere di una volta. Il loro livello di ignoranza sul piano storico o letterario è abissale, e in questo senso probabilmente fanno ancora più paura dell’aristocrazia dell’Ancien Régime. Inoltre, concentrarsi sui temi simbolici come il genere, il transgender, i cambiamenti climatici, gli permette di rimuovere i temi di 'classe', che potrebbero minacciare il loro potere.
Che ne pensa della battaglia fra Zuckerberg, che ha rifiutato di mettere al bando i tweet di Trump, e gli altri grandi magnati dell’high-tech, che vogliono mettere al bando i "cattivi pensieri"?
"Io penso che Zuckerberg abbia ragione e che ha avuto coraggio, ma sembra che lo stiano spingendo ad adottare un ruolo di censore. Uno scrittore che conosco, ambientalista dissidente, si è appena visto sopprimere la sua pagina Facebook. È una tendenza pericolosa, perché lasciare a una manciata di gruppi privati il potere di controllare l’informazione apre la strada alla tirannia. Questo mi riporta al tema centrale di questo libro, che vuole essere un manifesto in favore della classe media, minacciata di distruzione dopo essere stata il pilastro delle nostre democrazie. Per la democrazia è fondamentale che la proprietà privata sia diffusa. Per questo ho sempre avuto ammirazione per i Paesi Bassi, una nazione che ha sempre creato terra strappandola al mare, e dunque ha sempre assicurato la crescita della sua classe media. Quando questa crescita viene meno e la ricchezza si concentra in poche mani, si torna a un controllo della società dall’alto, non importa se a imporlo sono regimi di destra o di sinistra".
Di fronte a questa situazione, Trump e la rivolta antiestablishment che ha cavalcato potrebbero vincere nuovamente?
"Trump è un idiota e un personaggio detestabile, che spero venga rinnegato, perché suscita molte tensioni negative. Ma non ho mai visto trattare nessun presidente come è stato trattato lui. La volontà di destituirlo era chiara ancora prima che mettesse piede alla Casa Bianca! Penso anche che la stampa non sia onesta nei suoi confronti. Prendiamo per esempio il suo discorso al monte Rushmore, uno dei migliori che abbia fatto, dove cerca di conciliare il sostegno al bisogno di giustizia razziale con la difesa del patrimonio storico americano. In quel discorso ha citato molti personaggi importanti, come Frederick Douglass o Harriet Tubman, eppure la stampa ha scritto che si trattava di un discorso razzista, fatto per compiacere i suprematisti bianchi! Lo si accusa di tirannia, ma la tirannia più grande che ci minaccia è l’alleanza degli oligarchi e del 'clero'. Il solo vantaggio di Trump è di essere un contropotere rispetto a loro. Purtroppo, però, questo non significa che abbia una visione coerente. Soprattutto, divide terribilmente il Paese, mentre abbiamo bisogno di una forma minima di unità. In questo momento, direi che Trump difficilmente potrà vincere: gli do solo un terzo di possibilità di farcela. Potrebbe tornare in gara se si delineasse una qualche forma di ripresa economica o se diventasse evidente che Joe Biden non è più in possesso di tutte le sue capacità intellettuali. Se i democratici dovessero vincere, pronostico che si faranno prendere la mano e che emergerà come un boomerang una nuova rivolta, che ci farà rimpiangere Trump. A meno che non riesca a venir fuori una nuova generazione di giovani conservatori, come Josh Hawley, J. D. Vance o Marco Rubio, in grado di difendere le classi popolari e di ostacolare la rivoluzione culturale della sinistra. Mi piacerebbe anche veder emergere a sinistra un movimento che rimetta veramente l’elemento sociale al centro della scena, ma non ci credo troppo, vista l’ossessione per l’identità… Quel che è certo è che lo spirito del 2016 e dei gilet gialli non scomparirà. Guardate quello che è successo in Australia: si pensava che avrebbero vinto i laburisti e invece sono i populisti che hanno prevalso, perché la sinistra verde era diventata talmente antindustriale che le classi popolari l’hanno abbandonata!
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Allliance. Traduzione di Fabio Galimberti)