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(reuters)

La scommessa persa di Macron

Aveva puntato tutto sul maresciallo Haftar, alleandosi con Egitto ed Emirati. Ma con la Turchia in campo gli equilibri sono cambiati e la Francia si è trovata spiazzata
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PARIGI - E se Emmanuel Macron avesse sbagliato tutto in Libia? Il dubbio ormai serpeggia tra molti esperti francesi di geopolitica. Con il parlamento egiziano che ha votato a favore di un possibile intervento militare per difendere Sirte e le truppe del maresciallo Haftar, la posizione della Francia diventa sempre più complicata, schiacciata com'è nello scontro tra i due nuovi padroni, Turchia e Russia. Macron ha chiamato il presidente Al Sisi per scongiurare un'escalation e la diplomazia francese continua a ripetere che l'unica soluzione al caos libico deve essere politica e non militare. Ma sono in tanti a pensare Oltralpe che il peso della Francia nello scenario libico sia ormai quello di una piuma. "C'è stato un peccato di hybris, un errore strategico che rischiamo di pagare caro", commenta a Repubblica il geopolitologo Dominique Moïsi ricordando la scelta di Parigi di puntare su Haftar nel 2014, isolandosi dagli altri partner eu…
PARIGI - E se Emmanuel Macron avesse sbagliato tutto in Libia? Il dubbio ormai serpeggia tra molti esperti francesi di geopolitica. Con il parlamento egiziano che ha votato a favore di un possibile intervento militare per difendere Sirte e le truppe del maresciallo Haftar, la posizione della Francia diventa sempre più complicata, schiacciata com'è nello scontro tra i due nuovi padroni, Turchia e Russia. Macron ha chiamato il presidente Al Sisi per scongiurare un'escalation e la diplomazia francese continua a ripetere che l'unica soluzione al caos libico deve essere politica e non militare. Ma sono in tanti a pensare Oltralpe che il peso della Francia nello scenario libico sia ormai quello di una piuma. "C'è stato un peccato di hybris, un errore strategico che rischiamo di pagare caro", commenta a Repubblica il geopolitologo Dominique Moïsi ricordando la scelta di Parigi di puntare su Haftar nel 2014, isolandosi dagli altri partner europei.

"All'epoca la Francia si era convinta che fosse il cavallo vincente", ricorda Moïsi secondo cui uno dei motivi di quell'appoggio era fare asse con Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita. Sostenere l'uomo forte della Cirenaica, spiega l'analista dell'Institut Montaigne, doveva permettere a Parigi di "consolidare la sua vicinanza" con paesi che sono anche importanti acquirenti di armi. Il patto con Haftar è stato siglato da Jean-Yves Le Drian, allora ministro della Difesa sotto alla presidenza di François Hollande. Le Drian, all'epoca soprannominato dai media "Monsieur Rafale" per la capacità di strappare contratti di vendita dei caccia francesi, è oggi il ministro degli Esteri che qualche giorno fa ha lanciato l'allarme sulla "sirianizzazione" del conflitto in Libia, alle porte dell'Europa.

Dopo l'offensiva lanciata da Haftar contro Tripoli nella primavera di un anno fa, la Francia tenta ora di prendere le distanze dal maresciallo. La diplomazia si è avvicinata a quella italiana, Macron spinge per una posizione comune europea. "E' un po' tardi per ricordarsi che l'Europa dovrebbe agire unita sul dossier libico", nota Moïsi. Il danno ormai è fatto. Dopo la Russia, anche la Turchia è entrata nel gioco. L'ultimo tentativo di mediazione diplomatica non si è svolto a Parigi, ma a Berlino con la conferenza guidata da Angela Merkel nel gennaio scorso. La Francia ripete che bisogna "fermare le ingerenze straniere", denunciando le violazioni della Turchia sull'embargo Onu sulle armi ma parla meno di uomini e mezzi mandati da Egitto, Emirata Arabi, Russia.

Macron ha ereditato la posizione francese in Libia al suo arrivo nel maggio 2017. "Mi fa pensare a Jfk sull'invasione della Baia dei Porci, non è lui che l'ha decisa ma prende la paternità del fiasco", osserva Moïsi. Pochi mesi dopo la sua elezione, il giovane leader convoca la conferenza di Celle-Saint-Cloud, scatenando l'ira dell'Italia. "È stato come un giocatore di poker che ha voluto sferrare un colpo giocando la carta libica. I francesi pensavano che avremmo potuto fare la differenza da soli". Il jolly della Francia è Haftar che, nella versione ufficiale, doveva servire a fare muro contro i gruppi terroristi che infiltravano il sud della Libia. Laurent Chalard, dell'European Center for International Affairs, parla di una "scelta pragmatica". "Imparando la lezione dalle sue disavventure siriane, la diplomazia francese ha scelto di affidarsi discretamente all'uomo che gli sembrava il più capace di riprendere il controllo dell'intero territorio". Agli occhi del Quai d'Orsay, il maresciallo si presentava come qualcuno di affidabile. "Il ricordo del capriccioso colonnello Gheddafi ossessiona ancora oggi i diplomatici francesi", ricorda Chalard. La Dgse - l'agenzia dei servizi segreti esterni - offre mezzi e formazione alle truppe di Haftar, anche se mai in via ufficiale.
 
Nel 2016 due incidenti legati al conflitto libico, come ha ricostruito Jean Guisnel nel suo "Histoire secrète de la Dgse", provocano la morte di sei agenti francesi. Tre uomini del gruppo speciale Cpis (Centre parachutiste d'instruction spécialisée) di Perpignan muoiono dentro un elicottero dell'esercito di Haftar. Altri tre interpreti della Dgse sono vittime di un misterioso incidente aereo durante una missione di ricognizione partita da Malta. "La presenza in Libia di uomini del Service Action della Dgse, l'unità di élite, è un segreto di Pulcinella", racconta Guisnel. "Nel novembre 2018 - dice - mentre il governo di Roma convocava una conferenza di pace sulla Libia, i francesi erano schierati con le truppe di Haftar per la conquista della provincia meridionale di Fezzan". Un anno fa, quattro missili francesi vengono scoperti in un campo delle truppe di Haftar.

Oggi le mire di egemonia di Parigi sono svanite. "La scommessa persa della Francia in Libia", ha titolato Le Monde a fine giugno in un'analisi impietosa sugli errori di questi anni. Diverse fonti militari sostengono la presenza sul campo sia ridotta ai minimi. Dal punto di vista diplomatico, Macron rimane esposto perché non può rinnegare la sua alleanza con gli egiziani e gli emiratini. Restano valide anche le altre motivazioni: l'importanza strategica per il Mediterraneo, il controllo dei flussi migratori, gli interessi energetici, la lotta ai gruppi terroristi. "La Francia non può disimpegnarsi dallo scenario libico" dice Chalard. "L'instabilità politica sta avendo ripercussioni in tutta la regione, e può causare conflitti negli stati vicini, compreso il Mali". La Francia guida ora la posizione più dura in Occidente contro la Turchia. L'orientalista e politilogo Olivier Roy pensa sia un altro azzardo. "E' diventato un conflitto personale, cosa che non mi pare opportuna", spiega a Repubblica. "Sulla Libia Macron non ha lezioni da dare a Erdogan visto che dal punto di vista del diritto internazionale la Francia ha sostenuto una forza ribelle mentre la Turchia, come l'Italia del resto, si sono schierati con il governo ufficiale". Il 10 giugno due fregate turche hanno fatto manovre ostili contro la fregata francese Coubert, che cercava di impedire il contrabbando di armi in Libia nel Mediterraneo, secondo una denuncia presentata da Parigi alla Nato. "La Libia è lo specchio perfetto del nuovo Medio Oriente: un paese disorganizzato, senza padroni, dove tutti si affrontano in una complessità totale e quasi incomprensibile per i diplomatici", osserva Moïsi. "In questi casi - conclude - sarebbe ragionevole non esporsi troppo".