"Io figlio segreto di Escobar adottato da uno 007 infiltrato tra i narcos"
dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERAPhillip, alias Roberto, è il primogenito segreto dell’ex re della droga e in un libro svela tutto
LONDRA - Non ce lo aveva detto nemmeno Netflix nella serie “Narcos”. Il figlio di uno dei più grandi trafficanti di droga della storia salvato e adottato da un agente segreto britannico dell’MI6, e poi coinvolto con quest’ultimo in infiltrazioni e collusioni con i cartelli sudamericani. «Perché, per esperienza, l’agente segreto non è un tipo solitario e sigaretta, come Ian Fleming ci ha fatto credere con James Bond. Macché. Gli 007 invece devono mostrare di avere una famiglia, giocare a golf nel weekend, avere moglie e figli...».
A parlare è Phillip Witcomb, alias Roberto Sandoya Escobar, nientemeno che il primogenito segreto di uno dei re del narcotraffico, il colombiano Pablo Escobar, ma anche figlio adottivo di colui che ha chiamato sempre “dad”, papà, e cioè Patrick Witcomb, inglese spilungone di Hull ed ex pilota, che nel 1959 insieme alla moglie Joan viene mandato dal Foreign …
A parlare è Phillip Witcomb, alias Roberto Sandoya Escobar, nientemeno che il primogenito segreto di uno dei re del narcotraffico, il colombiano Pablo Escobar, ma anche figlio adottivo di colui che ha chiamato sempre “dad”, papà, e cioè Patrick Witcomb, inglese spilungone di Hull ed ex pilota, che nel 1959 insieme alla moglie Joan viene mandato dal Foreign …
LONDRA - Non ce lo aveva detto nemmeno Netflix nella serie “Narcos”. Il figlio di uno dei più grandi trafficanti di droga della storia salvato e adottato da un agente segreto britannico dell’MI6, e poi coinvolto con quest’ultimo in infiltrazioni e collusioni con i cartelli sudamericani. «Perché, per esperienza, l’agente segreto non è un tipo solitario e sigaretta, come Ian Fleming ci ha fatto credere con James Bond. Macché. Gli 007 invece devono mostrare di avere una famiglia, giocare a golf nel weekend, avere moglie e figli...».
A parlare è Phillip Witcomb, alias Roberto Sandoya Escobar, nientemeno che il primogenito segreto di uno dei re del narcotraffico, il colombiano Pablo Escobar, ma anche figlio adottivo di colui che ha chiamato sempre “dad”, papà, e cioè Patrick Witcomb, inglese spilungone di Hull ed ex pilota, che nel 1959 insieme alla moglie Joan viene mandato dal Foreign office nella colombiana Bogotà. Qui, Witcomb lavora ufficialmente nella stamperia di denaro De La Rue, mentre, sotto copertura, collabora con servizi occidentali e forze speciali colombiane per stanare i cartelli della droga.
Tutto inizia nel 1965, come ora racconta lo stesso figlio segreto del narcotrafficante nella biografia “Son of Escobar, First Born”, pubblicata in Inghilterra e serializzata dal tabloid “Sun”. Witcomb guida una spedizione punitiva con le forze speciali colombiane a caccia di una gang che giorni prima in un raid aveva rubato alla “De La Rue” una grande quantità di denaro. È un massacro. L’agente inglese entra nel casolare di campagna alla ricerca di sopravvissuti, quando una ragazzina urla da un bagno di sangue “mi hjio!”, “mio figlio!”.
È Roberto, un bambino di pochi mesi, fortunatamente illeso in un angolo della stanza. La madre, Maria Sendoya, 14 anni, muore poco dopo. Suo padre biologico, il 16enne Pablo Escobar, un delinquente (ancora) di bassa lega, ha mollato entrambi quando lei è rimasta incinta. Witcomb si intenerisce, prende il bambino con sé e lo adotta col nome di Philip. Perché? «Credo perché mi abbia voluto bene all’istante», racconta ora Witcomb junior. Del resto, i figli sono pezzi di cuore anche nel narcotraffico, ricordate “Blow” con Johnny Depp? Però Philip ha ancora dubbi: «Forse facevo parte della sua copertura “familiare”… le sue informazioni venivano inviate anche alla Cia».
Oggi Philip, 55 anni, fa l’artista e vive a Maiorca insieme alla moglie Julie con la quale ha due figli: «Papà Patrick mi ha svelato tutta la storia solo nel 1989, per mettermi in guarda perché l’altro mio padre Escobar era in declino e quindi si abbandonava ad azioni sempre più efferate». Fino a quando, il 2 dicembre 1993, il giorno dopo il suo 44esimo compleanno, la polizia colombiana fredda Escobar su un tetto alla periferia di Medellin. Nel libro Philip/Roberto racconta di quando, alla vigilia di Natale del 1969, incontra per la prima volta in un hotel di Medellin quello che solo molti anni dopo saprà essere il suo padre naturale, d’accordo con Witcomb senior che sorveglia la scena insieme ai suoi, perché teme che Escobar possa portarselo via. Difatti negli anni successivi proverà per due volte a rapirlo, ma senza successo, tanto che l’inglese rimanderà subito in patria tutta la sua famiglia. «Escobar puzzava di acqua di colonia da quattro soldi», ricorda Roberto/Philip mettendo insieme anche i resoconti del padre adottivo Patrick, «mi disse in uno spagnolo rozzo “Don Roberto!”, e poi “Adiós mi hjio”, ci rivedremo presto.
A parlare è Phillip Witcomb, alias Roberto Sandoya Escobar, nientemeno che il primogenito segreto di uno dei re del narcotraffico, il colombiano Pablo Escobar, ma anche figlio adottivo di colui che ha chiamato sempre “dad”, papà, e cioè Patrick Witcomb, inglese spilungone di Hull ed ex pilota, che nel 1959 insieme alla moglie Joan viene mandato dal Foreign office nella colombiana Bogotà. Qui, Witcomb lavora ufficialmente nella stamperia di denaro De La Rue, mentre, sotto copertura, collabora con servizi occidentali e forze speciali colombiane per stanare i cartelli della droga.
Tutto inizia nel 1965, come ora racconta lo stesso figlio segreto del narcotrafficante nella biografia “Son of Escobar, First Born”, pubblicata in Inghilterra e serializzata dal tabloid “Sun”. Witcomb guida una spedizione punitiva con le forze speciali colombiane a caccia di una gang che giorni prima in un raid aveva rubato alla “De La Rue” una grande quantità di denaro. È un massacro. L’agente inglese entra nel casolare di campagna alla ricerca di sopravvissuti, quando una ragazzina urla da un bagno di sangue “mi hjio!”, “mio figlio!”.
È Roberto, un bambino di pochi mesi, fortunatamente illeso in un angolo della stanza. La madre, Maria Sendoya, 14 anni, muore poco dopo. Suo padre biologico, il 16enne Pablo Escobar, un delinquente (ancora) di bassa lega, ha mollato entrambi quando lei è rimasta incinta. Witcomb si intenerisce, prende il bambino con sé e lo adotta col nome di Philip. Perché? «Credo perché mi abbia voluto bene all’istante», racconta ora Witcomb junior. Del resto, i figli sono pezzi di cuore anche nel narcotraffico, ricordate “Blow” con Johnny Depp? Però Philip ha ancora dubbi: «Forse facevo parte della sua copertura “familiare”… le sue informazioni venivano inviate anche alla Cia».
Oggi Philip, 55 anni, fa l’artista e vive a Maiorca insieme alla moglie Julie con la quale ha due figli: «Papà Patrick mi ha svelato tutta la storia solo nel 1989, per mettermi in guarda perché l’altro mio padre Escobar era in declino e quindi si abbandonava ad azioni sempre più efferate». Fino a quando, il 2 dicembre 1993, il giorno dopo il suo 44esimo compleanno, la polizia colombiana fredda Escobar su un tetto alla periferia di Medellin. Nel libro Philip/Roberto racconta di quando, alla vigilia di Natale del 1969, incontra per la prima volta in un hotel di Medellin quello che solo molti anni dopo saprà essere il suo padre naturale, d’accordo con Witcomb senior che sorveglia la scena insieme ai suoi, perché teme che Escobar possa portarselo via. Difatti negli anni successivi proverà per due volte a rapirlo, ma senza successo, tanto che l’inglese rimanderà subito in patria tutta la sua famiglia. «Escobar puzzava di acqua di colonia da quattro soldi», ricorda Roberto/Philip mettendo insieme anche i resoconti del padre adottivo Patrick, «mi disse in uno spagnolo rozzo “Don Roberto!”, e poi “Adiós mi hjio”, ci rivedremo presto.