Cybercriminali al soldo dello Stato: ecco Li e Dong le spie di Pechino
dal nostro corrispondente FILIPPO SANTELLIIl regime lascia campo libero a gruppi hacker in cambio di informazioni tecnologiche
PECHINO - Li Xiaoyu aveva un problema. Dopo centinaia di intrusioni di successo, quella al computer di un attivista del Myanmar proprio non gli riusciva. Per fortuna sapeva a chi rivolgersi. Un messaggio, ed ecco che il suo contatto al ministero per la Sicurezza gli passa un "malware", un software da scasso di quelli speciali. Roba da spionaggio di Stato.
Nell'accusa appena depositata dagli Stati Uniti contro due hacker cinesi, il 34enne Li Xiaoyu e il 33enne Dong Jiazhi, è proprio questo il punto forte. Anche in Cina, come in Russia, Iran e Corea del Nord, sembrano saltati i confini tra cyber criminali in proprio e di Stato.
Il regime lascia a gruppi come Apt10 o Apt42 la libertà di arricchirsi con le loro scorribande digitali, a patto che consegnino informazioni preziose per la causa nazionale. Tecnologia, soprattutto. Caso numero due: gli hacker di Apt10, tali Zhu e Zhang, già messi sotto accusa dagli Stati Uniti alla fine del 2018 e ora nel mir…
Nell'accusa appena depositata dagli Stati Uniti contro due hacker cinesi, il 34enne Li Xiaoyu e il 33enne Dong Jiazhi, è proprio questo il punto forte. Anche in Cina, come in Russia, Iran e Corea del Nord, sembrano saltati i confini tra cyber criminali in proprio e di Stato.
Il regime lascia a gruppi come Apt10 o Apt42 la libertà di arricchirsi con le loro scorribande digitali, a patto che consegnino informazioni preziose per la causa nazionale. Tecnologia, soprattutto. Caso numero due: gli hacker di Apt10, tali Zhu e Zhang, già messi sotto accusa dagli Stati Uniti alla fine del 2018 e ora nel mir…
PECHINO - Li Xiaoyu aveva un problema. Dopo centinaia di intrusioni di successo, quella al computer di un attivista del Myanmar proprio non gli riusciva. Per fortuna sapeva a chi rivolgersi. Un messaggio, ed ecco che il suo contatto al ministero per la Sicurezza gli passa un "malware", un software da scasso di quelli speciali. Roba da spionaggio di Stato.
Nell'accusa appena depositata dagli Stati Uniti contro due hacker cinesi, il 34enne Li Xiaoyu e il 33enne Dong Jiazhi, è proprio questo il punto forte. Anche in Cina, come in Russia, Iran e Corea del Nord, sembrano saltati i confini tra cyber criminali in proprio e di Stato.
Il regime lascia a gruppi come Apt10 o Apt42 la libertà di arricchirsi con le loro scorribande digitali, a patto che consegnino informazioni preziose per la causa nazionale. Tecnologia, soprattutto. Caso numero due: gli hacker di Apt10, tali Zhu e Zhang, già messi sotto accusa dagli Stati Uniti alla fine del 2018 e ora nel mirino anche dell'Europa. Anche per loro sono documentati contatti con il ministero per la Sicurezza. Anche loro hanno alternato per anni lucrative truffe private alla sistematica penetrazione di società hi-tech. Rappresentano minacce "avanzate" e "persistenti", da qui la sigla Apt, che ora gli Stati Uniti hanno messo nel mirino. O meglio rimesso nel mirino, dopo la tregua siglata nel 2015 tra Barack Obama e Xi Jinping.
L'anno precedente gli Stati Uniti avevano per la prima volta puntato il dito, con nomi e cognomi, contro cinque esponenti della leggendaria unità 61398 dell'Esercito di liberazione, un corpo scelto di smanettoni incaricati di combattere da un palazzo di Shanghai la guerra digitale, ma che in uno dei loro attacchi avevano lasciato troppe impronte. Spalle al muro, Xi aveva accettato il patto.
Ora è evidente a tutti che non l'ha rispettato, una delle giravolte che ha convinto l'establishment americano della sua inaffidabilità. Nel settembre del 2017 il colosso Usa del merito creditizio Equifax si vede soffiare i dati di 143 milioni di cittadini, gli indizi puntano di nuovo verso l'esercito cinese. E nel frattempo Pechino affianca agli hacker in uniforme queste milizie private in borghese, giovani e ambiziosi cani sciolti, spesso sinceri nazionalisti, che secondo necessità possono essere tollerati, guidati o rinnegati.
La versione ufficiale è che la Cina "ha sempre represso il crimine digitale in ogni sua forma". Non credibile, come del resto l'innocenza americana. Tra i documenti resi pubblici da Edward Snowden alcuni descrivono le sistematiche operazioni della Nsa per bucare le reti telefoniche cinesi, la super università Tsinghua e, guarda un po', il quartier generale di Huawei, per cercare nei suoi prodotti delle porte sul retro attraverso cui spiare chi li installa. Esatto, la stessa cosa di cui ora Trump accusa la Cina.
I documenti sono del 2010, ma è ingenuo pensare che da quel momento la Cia abbia smesso di fare il suo mestiere. Il problema per Washington è che anche Pechino ora lo fa bene e in forze, e il sospetto, sostenuto da indizi, è che usi gli hacker per rubare conoscenze chiave per il suo balzo avanti tecnologico.
Secondo gli investigatori americani nel bottino ammassato negli anni da Li e Dong, da Apt10 e Apt42, oltre alle mail di qualche attivista sgradito, c'è tantissimo hi-tech, dalle turbine alle antenne, dai progetti militari ai laser. Hanno bucato Ericsson, la rivale di Huawei, e hanno cercato vulnerabilità, senza successo, nei server delle aziende che fanno ricerca sul vaccino anti Covid. L'innovazione è il cuore della sfida tra Cina e Stati Uniti. Si gioca solo in parte alla luce del sole.
Nell'accusa appena depositata dagli Stati Uniti contro due hacker cinesi, il 34enne Li Xiaoyu e il 33enne Dong Jiazhi, è proprio questo il punto forte. Anche in Cina, come in Russia, Iran e Corea del Nord, sembrano saltati i confini tra cyber criminali in proprio e di Stato.
Il regime lascia a gruppi come Apt10 o Apt42 la libertà di arricchirsi con le loro scorribande digitali, a patto che consegnino informazioni preziose per la causa nazionale. Tecnologia, soprattutto. Caso numero due: gli hacker di Apt10, tali Zhu e Zhang, già messi sotto accusa dagli Stati Uniti alla fine del 2018 e ora nel mirino anche dell'Europa. Anche per loro sono documentati contatti con il ministero per la Sicurezza. Anche loro hanno alternato per anni lucrative truffe private alla sistematica penetrazione di società hi-tech. Rappresentano minacce "avanzate" e "persistenti", da qui la sigla Apt, che ora gli Stati Uniti hanno messo nel mirino. O meglio rimesso nel mirino, dopo la tregua siglata nel 2015 tra Barack Obama e Xi Jinping.
L'anno precedente gli Stati Uniti avevano per la prima volta puntato il dito, con nomi e cognomi, contro cinque esponenti della leggendaria unità 61398 dell'Esercito di liberazione, un corpo scelto di smanettoni incaricati di combattere da un palazzo di Shanghai la guerra digitale, ma che in uno dei loro attacchi avevano lasciato troppe impronte. Spalle al muro, Xi aveva accettato il patto.
Ora è evidente a tutti che non l'ha rispettato, una delle giravolte che ha convinto l'establishment americano della sua inaffidabilità. Nel settembre del 2017 il colosso Usa del merito creditizio Equifax si vede soffiare i dati di 143 milioni di cittadini, gli indizi puntano di nuovo verso l'esercito cinese. E nel frattempo Pechino affianca agli hacker in uniforme queste milizie private in borghese, giovani e ambiziosi cani sciolti, spesso sinceri nazionalisti, che secondo necessità possono essere tollerati, guidati o rinnegati.
La versione ufficiale è che la Cina "ha sempre represso il crimine digitale in ogni sua forma". Non credibile, come del resto l'innocenza americana. Tra i documenti resi pubblici da Edward Snowden alcuni descrivono le sistematiche operazioni della Nsa per bucare le reti telefoniche cinesi, la super università Tsinghua e, guarda un po', il quartier generale di Huawei, per cercare nei suoi prodotti delle porte sul retro attraverso cui spiare chi li installa. Esatto, la stessa cosa di cui ora Trump accusa la Cina.
I documenti sono del 2010, ma è ingenuo pensare che da quel momento la Cia abbia smesso di fare il suo mestiere. Il problema per Washington è che anche Pechino ora lo fa bene e in forze, e il sospetto, sostenuto da indizi, è che usi gli hacker per rubare conoscenze chiave per il suo balzo avanti tecnologico.
Secondo gli investigatori americani nel bottino ammassato negli anni da Li e Dong, da Apt10 e Apt42, oltre alle mail di qualche attivista sgradito, c'è tantissimo hi-tech, dalle turbine alle antenne, dai progetti militari ai laser. Hanno bucato Ericsson, la rivale di Huawei, e hanno cercato vulnerabilità, senza successo, nei server delle aziende che fanno ricerca sul vaccino anti Covid. L'innovazione è il cuore della sfida tra Cina e Stati Uniti. Si gioca solo in parte alla luce del sole.