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(reuters)

La presa di Santa Sofia: Erdogan prega nel tempio ora moschea

Due settimane dopo averlo riconvertito, il leader turco legge il Corano nel luogo simbolo della laicità a Istanbul. Coperti i mosaici cristiani
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ISTANBUL - Dietro la mascherina gli occhi del leader osservano tutto. Girano intorno alla grande sala di Santa Sofia, giudicano e comandano. Non lo avevamo mai visto così, Recep Tayyip Erdogan: tela protettiva in volto, zuccotto islamico bianco sulla testa. Simboli esterni, che mostrano spiritualità e devozione. E gli occhi fermi, dietro la maschera, da capo politico: calcolatore e attento.

Erdogan ha vinto ancora una volta. Santa Sofia, basilica ortodossa e cattolica per mille anni, moschea per cinquecento, museo per meno di cento, è tornata un luogo religioso islamico. "Il sogno che avevo da bambino", ha spiegato il presidente. Accovacciato in prima fila sui tappeti che hanno ricoperto i mosaici preziosi, con le icone bizantine della Vergine e dell'Arcangelo Gabriele oscurate da un sipario, l'uomo che ormai il mondo ribattezza Sultano ha letto una sura: "In quest'ora sacra, in questo luogo sacro, stiamo assistendo a un momento storico…
ISTANBUL - Dietro la mascherina gli occhi del leader osservano tutto. Girano intorno alla grande sala di Santa Sofia, giudicano e comandano. Non lo avevamo mai visto così, Recep Tayyip Erdogan: tela protettiva in volto, zuccotto islamico bianco sulla testa. Simboli esterni, che mostrano spiritualità e devozione. E gli occhi fermi, dietro la maschera, da capo politico: calcolatore e attento.

Erdogan ha vinto ancora una volta. Santa Sofia, basilica ortodossa e cattolica per mille anni, moschea per cinquecento, museo per meno di cento, è tornata un luogo religioso islamico. "Il sogno che avevo da bambino", ha spiegato il presidente. Accovacciato in prima fila sui tappeti che hanno ricoperto i mosaici preziosi, con le icone bizantine della Vergine e dell'Arcangelo Gabriele oscurate da un sipario, l'uomo che ormai il mondo ribattezza Sultano ha letto una sura: "In quest'ora sacra, in questo luogo sacro, stiamo assistendo a un momento storico. Oggi finisce l'attesa che ha spezzato il cuore alla nostra nazione".

Trecentocinquantamila persone, lo ha annunciato lui stesso, hanno partecipato alla riconversione del colossale edificio di cui due minareti furono disegnati dall'architetto imperiale Sinan. Gli hanno fatto sentire il calore e il fiato del popolo musulmano che lo sostiene. E al diavolo il distanziamento e la laicità della Turchia voluta da Mustafa Kemal il modernizzatore. Orde di fedeli vicini l'uno all'altro, la testa avvolta da una fascia rossa, nelle mani la bandiera verde dell'Islam e il rosario islamico da sgranare, sono scesi lungo le strade che portano a Piazza Sultanahmet, intasandola al grido di "Allah u akbar", Dio è grande.

È, questo, il quadrato magico di Istanbul. Dove ai quattro lati si ergono i simboli, anche turistici, della storia e della forza della Turchia passata e forse anche attuale. C'è la Moschea Blu, visitata persino dai Papi. Il Topkapi, Palazzo imperiale dei Sultani. La Cisterna favolosa di acque e giochi di luce. Nel mezzo, Ayasofya, non più Santa Sofia, perno religioso e ora anche politico di un programma che il capo ha in mente, e in buona parte già esprime.

Erdogan in preghiera nell'ex basilica di Santa Sofia 

La Turchia ferita dalla pandemia, ma soprattutto dalla devastante crisi economica, punta nel suo disegno a rafforzare i seguaci conservatori religiosi assieme ai nazionalisti spinti dai Lupi grigi. Chi c'è difatti accanto al leader, mentre prega? Il numero uno del Movimento di azione nazionalista, Devlet Bahceli, suo alleato di governo. Ma il sindaco repubblicano? Neppure invitato.
Nel piano che prende forma, c'è poi il mondo. Molti progetti di espansione, e tre guerre in campo: Sud est dell'Anatolia, Siria, Libia. Forse una quarta si prospetta, mentre le navi con la mezzaluna e la stella trivellano già oltre le acque greche e cipriote.

Segnali per tutti. Pure per il frastagliato mondo sunnita: cenni di intesa ai Fratelli musulmani e al Qatar, al Pakistan e all'Indonesia. Distanza, ora sì, con Egitto, Arabia Saudita, Emirati. Poi la data: il 24 aprile non è scelto a caso. È l'anniversario del Trattato di Losanna: la spartizione della Turchia. Un patto da rivedere, nelle intenzioni: non farsi smembrare, come accadde nel 1923, ma conquistare. In un gioco di rimandi, pure il mondo però osserva la Turchia. La guarda con un misto di ammirazione, per la capacità del leader, e di spavento, dopo la caduta dell'ultimo baluardo laico.

Lo strappo con l'Occidente cristiano non può essere più forte. E da Bruxelles a Washington, le cancellerie lamentano maldipancia. "Se la Turchia vuole lavorare con l'Europa sulla base dei nostri principi e valori, quello che sta accadendo a Santa Sofia non è un buon punto di partenza", commenta il vicepresidente della Commissione Ue, Margaritis Schinas. "Un affronto alla civiltà del 21mo secolo", dichiara il premier greco Kyriakos Mitsotakis. Che aggiunge: "La Turchia crea scompiglio".

Sul muro di un'altra moschea attraversata dalla folla in marcia, c'è la scritta "Iste Dede, iste Torun". Questo il nonno, questo il nipote. Le foto sono quelle del Sultano Mehmet II e di Recep Tayyip Erdogan. Il conquistatore dell'Impero bizantino, e nelle interpretazioni il suo successore. Alla fine della preghiera, Erdogan si alza e va proprio a omaggiare la tomba dell'antico Sultano. Nella simbologia cui ci ha abituato, non è un gesto che avviene per caso.