Covid, frontiera Albania: "Per noi medici l’Italia è stata una lezione"
dal nostro inviato PIETRO DEL REParla uno dei dottori inviati a Brescia per aiutare durante la pandemia: "Lì ho capito il senso del giuramento di Ippocrate per la prima volta"
TIRANA - Era certo che venendo in Italia il Covid 19 l'avrebbe contagiato, eppure Ermal Pashaj è partito ugualmente. "Ho perfino litigato con mia moglie, che non voleva che partecipassi alla missione mentre, per non farli stare in ansia, ai miei genitori non ho detto nulla", racconta questo chirurgo nato a Tirana 35 anni fa, uno dei 30 medici che il governo albanese ha spedito in Lombardia alla fine di marzo, nel momento più buio della pandemia.
La "piccola" Albania correva in soccorso dell'Italia perché, come disse il premier Edi Rama "non saremo ricchi, ma neppure privi di memoria e non dimentichiamo chi ci ha aiutato", riferendosi anche al tempestivo intervento della nostra protezione civile dopo il terremoto che lo scorso novembre devastò Durazzo.
Atterrato a Roma, trasferito con un volo militare a Verona e da lì all'Ospedale di Brescia, ecco la situazione che trovò: "Quando arrivai in riani…
La "piccola" Albania correva in soccorso dell'Italia perché, come disse il premier Edi Rama "non saremo ricchi, ma neppure privi di memoria e non dimentichiamo chi ci ha aiutato", riferendosi anche al tempestivo intervento della nostra protezione civile dopo il terremoto che lo scorso novembre devastò Durazzo.
Atterrato a Roma, trasferito con un volo militare a Verona e da lì all'Ospedale di Brescia, ecco la situazione che trovò: "Quando arrivai in riani…
TIRANA - Era certo che venendo in Italia il Covid 19 l'avrebbe contagiato, eppure Ermal Pashaj è partito ugualmente. "Ho perfino litigato con mia moglie, che non voleva che partecipassi alla missione mentre, per non farli stare in ansia, ai miei genitori non ho detto nulla", racconta questo chirurgo nato a Tirana 35 anni fa, uno dei 30 medici che il governo albanese ha spedito in Lombardia alla fine di marzo, nel momento più buio della pandemia.
La "piccola" Albania correva in soccorso dell'Italia perché, come disse il premier Edi Rama "non saremo ricchi, ma neppure privi di memoria e non dimentichiamo chi ci ha aiutato", riferendosi anche al tempestivo intervento della nostra protezione civile dopo il terremoto che lo scorso novembre devastò Durazzo.
Atterrato a Roma, trasferito con un volo militare a Verona e da lì all'Ospedale di Brescia, ecco la situazione che trovò: "Quando arrivai in rianimazione c'erano 60 posti letto, tutti occupati. Ogni giorno, morivano dai due ai tre pazienti. La pneumologa italiana nella cui équipe ero stato inserito, risultò positiva poche ore dopo il mio arrivo, sebbene avesse sempre indossato la mascherina. Capii allora quanto fosse insidioso il coronavirus e cominciai ad avere paura. Partendo da Tirana pensavo che durante in Italia avrei smesso di fumare, ma dal primo giorno raddoppiai il numero delle sigarette".
Il chirurgo albanese aveva seguito in tv quanto stava accadendo in Italia, e prima della sua partenza era stato formato a Tirana da un medico dell'ospedale Spallanzani. "Ma nessun servizio televisivo poteva rendere l'atmosfera che si respirava nei reparti dell'ospedale. Dopo qualche giorno, ho cominciato ad abituarmi e ho potuto a gestire lo stress".
Ad aiutarlo sono stati anche i colleghi italiani, che l'hanno accolto con gratitudine e generosità. "Quanto a me, ho cercato di rendermi il più utile possibile, per esempio con i turni. Anche perché vivevo in hotel, e a differenza dei medici italiani non avevo una famiglia dove rientrare dopo il lavoro".
Ma è con i pazienti che Pashaj ha instaurato i rapporti più belli. "Provavo un gran pena per quelli che temevano di essere stati abbandonati dalla famiglia, perché nessuno poteva andare a trovarli. La sera telefonavo ai parenti per informarli sullo stato di salute dei malati. Ricorderò sempre uno di loro che mi disse: "Dottore, faccia il possibile per salvare mio padre perché ieri ho sepolto mia madre".
Da quella tragedia, confessa di aver imparato molto. "Da giovane medico, per la prima volta ho capito il significato del giuramento di Ippocrate e che cosa vuol dire assistere chi è nel bisogno, senza nessun tipo di condizionamento. Mi considero perciò molto fortunato di aver vissuto quell'esperienza".
Pashaj dice anche che conserverà il ricordo dell'autorevolezza del primario del reparto delle malattie infettive, il professor Francesco Castelli, che descrive come "un uomo semplice, umile, senza orologi di marca o scarpe firmate", ma nei confronti del quale tutti nutrivano una grande ammirazione. "È stato un modello e vorrei tanto riuscire a somigliargli, magari tra vent'anni".
La missione è però terminata con un episodio che gli ha lasciato l'amaro in bocca, perché alla vigilia del rientro in Albania, i medici sono stati denunciati per schiamazzi notturni dal proprietario dell'hotel che li ospitava.
"È stata una farsa. Otto di noi erano in una stanza a festeggiare con un paio di birre, comprensibilmente euforici dopo un mese di duro lavoro. Sono arrivati ben 12 agenti. Mi sono presentato come il responsabile del gruppo, perché il più anziano, ho detto loro che eravamo tutti appena risultati negativi al tampone. I poliziotti hanno comunque verbalizzato l'assembramento in luogo pubblico. Purtroppo non è finita lì. Rientrati in Albania, per quella stupida vicenda siamo stati linciati da tutti. Si dice che gli albanesi perdono sempre ai tempi supplementari. È quello che è successo a noi".
La "piccola" Albania correva in soccorso dell'Italia perché, come disse il premier Edi Rama "non saremo ricchi, ma neppure privi di memoria e non dimentichiamo chi ci ha aiutato", riferendosi anche al tempestivo intervento della nostra protezione civile dopo il terremoto che lo scorso novembre devastò Durazzo.
Atterrato a Roma, trasferito con un volo militare a Verona e da lì all'Ospedale di Brescia, ecco la situazione che trovò: "Quando arrivai in rianimazione c'erano 60 posti letto, tutti occupati. Ogni giorno, morivano dai due ai tre pazienti. La pneumologa italiana nella cui équipe ero stato inserito, risultò positiva poche ore dopo il mio arrivo, sebbene avesse sempre indossato la mascherina. Capii allora quanto fosse insidioso il coronavirus e cominciai ad avere paura. Partendo da Tirana pensavo che durante in Italia avrei smesso di fumare, ma dal primo giorno raddoppiai il numero delle sigarette".
Il chirurgo albanese aveva seguito in tv quanto stava accadendo in Italia, e prima della sua partenza era stato formato a Tirana da un medico dell'ospedale Spallanzani. "Ma nessun servizio televisivo poteva rendere l'atmosfera che si respirava nei reparti dell'ospedale. Dopo qualche giorno, ho cominciato ad abituarmi e ho potuto a gestire lo stress".
Ad aiutarlo sono stati anche i colleghi italiani, che l'hanno accolto con gratitudine e generosità. "Quanto a me, ho cercato di rendermi il più utile possibile, per esempio con i turni. Anche perché vivevo in hotel, e a differenza dei medici italiani non avevo una famiglia dove rientrare dopo il lavoro".
Ma è con i pazienti che Pashaj ha instaurato i rapporti più belli. "Provavo un gran pena per quelli che temevano di essere stati abbandonati dalla famiglia, perché nessuno poteva andare a trovarli. La sera telefonavo ai parenti per informarli sullo stato di salute dei malati. Ricorderò sempre uno di loro che mi disse: "Dottore, faccia il possibile per salvare mio padre perché ieri ho sepolto mia madre".
Da quella tragedia, confessa di aver imparato molto. "Da giovane medico, per la prima volta ho capito il significato del giuramento di Ippocrate e che cosa vuol dire assistere chi è nel bisogno, senza nessun tipo di condizionamento. Mi considero perciò molto fortunato di aver vissuto quell'esperienza".
Pashaj dice anche che conserverà il ricordo dell'autorevolezza del primario del reparto delle malattie infettive, il professor Francesco Castelli, che descrive come "un uomo semplice, umile, senza orologi di marca o scarpe firmate", ma nei confronti del quale tutti nutrivano una grande ammirazione. "È stato un modello e vorrei tanto riuscire a somigliargli, magari tra vent'anni".
La missione è però terminata con un episodio che gli ha lasciato l'amaro in bocca, perché alla vigilia del rientro in Albania, i medici sono stati denunciati per schiamazzi notturni dal proprietario dell'hotel che li ospitava.
"È stata una farsa. Otto di noi erano in una stanza a festeggiare con un paio di birre, comprensibilmente euforici dopo un mese di duro lavoro. Sono arrivati ben 12 agenti. Mi sono presentato come il responsabile del gruppo, perché il più anziano, ho detto loro che eravamo tutti appena risultati negativi al tampone. I poliziotti hanno comunque verbalizzato l'assembramento in luogo pubblico. Purtroppo non è finita lì. Rientrati in Albania, per quella stupida vicenda siamo stati linciati da tutti. Si dice che gli albanesi perdono sempre ai tempi supplementari. È quello che è successo a noi".