Trump vs Biden verso la sfida finale: cento giorni al voto per la Casa Bianca
Alberto Flores D'Arcais , di ALBERTO FLORES D'ARCAISTutti i sondaggi danno oggi il democratico in vantaggio, ma in poco più di tre mesi molte cose possono cambiare: gestione del coronavirus, questione razziale e crisi economica sono le incognite maggiori
Donald John Trump vs. Joseph Robinette Biden. La sfida finale dei ‘cento giorni’ per conquistare la Casa Bianca parte oggi in un’America ancora lontana dall’uscita del tunnel coronavirus. In quattordici settimane, The Donald e ‘Sleepy Joe’ dovranno convincere gli elettori che il 3 novembre si recheranno alle urne (e i molti che voteranno per posta) di essere l’uomo giusto per guidare le grandi sfide (interne e internazionali) che attendono gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni.
Se a votare fossero gli attuali sondaggi il presidente in carica diventerebbe automaticamente quello uscente. L’ultimo ‘poll’ della Cnn lo dà indietro in tre Stati decisivi come la Florida (51 a 46 a favore di Biden), l’Arizona (49 a 45) e il Michigan (52 a 40), dove Trump aveva trionfato nel 2016. Se la Florida è sempre in bilico (e alla fine quasi sempre repubblicana), se il Michigan fu una vera sorpresa per…
Se a votare fossero gli attuali sondaggi il presidente in carica diventerebbe automaticamente quello uscente. L’ultimo ‘poll’ della Cnn lo dà indietro in tre Stati decisivi come la Florida (51 a 46 a favore di Biden), l’Arizona (49 a 45) e il Michigan (52 a 40), dove Trump aveva trionfato nel 2016. Se la Florida è sempre in bilico (e alla fine quasi sempre repubblicana), se il Michigan fu una vera sorpresa per…
Donald John Trump vs. Joseph Robinette Biden. La sfida finale dei ‘cento giorni’ per conquistare la Casa Bianca parte oggi in un’America ancora lontana dall’uscita del tunnel coronavirus. In quattordici settimane, The Donald e ‘Sleepy Joe’ dovranno convincere gli elettori che il 3 novembre si recheranno alle urne (e i molti che voteranno per posta) di essere l’uomo giusto per guidare le grandi sfide (interne e internazionali) che attendono gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni.
Se a votare fossero gli attuali sondaggi il presidente in carica diventerebbe automaticamente quello uscente. L’ultimo ‘poll’ della Cnn lo dà indietro in tre Stati decisivi come la Florida (51 a 46 a favore di Biden), l’Arizona (49 a 45) e il Michigan (52 a 40), dove Trump aveva trionfato nel 2016. Se la Florida è sempre in bilico (e alla fine quasi sempre repubblicana), se il Michigan fu una vera sorpresa per la sua tradizione democratica, a spaventare i consiglieri della Casa Bianca sono soprattutto i numeri che arrivano dall’Arizona, dove dal 1948 i democratici hanno vinto una sola volta (Clinton nel 1996, ma grazie ai voti che Ross Perot sottrasse a Bush padre) e dove la popolarità negativa di The Donald ha raggiunto il 54 per cento. Numeri simili anche negli altri sondaggi: Real Clear Politics (che fa una media di tutti i sondaggi) dà a Biden un vantaggio nazionale di 8,7 punti (49,6 a 40,9) che considerato il sistema elettorale americano (dove non vince chi ha la maggioranza totale dei voti ma chi conquista 270 ‘voti elettorali’ sul totale di 538 divisi nei 50 Stati) può anche dire poco; ma assegna allo sfidante democratico 222 voti elettorali certi contro i 115 di The Donald. E tra quelli ancora in bilico (201) ci sono Stati ultra-repubblicani come il Texas e la Georgia.
Una sfida che ha già un vincitore annunciato? Assolutamente no, perché la storia e la tradizione americana ci dicono che nei decisivi ultimi ‘cento giorni’ può accadere ancora di tutto. Nell’ultimo anno Joe Biden, vecchio e astuto politicante del Congresso, la cui immagine nazionale si è rafforzata negli otto anni alla Casa Bianca con Obama, si è trovato a sfidare nelle primarie democratiche il più grande (e diversificato) gruppo di candidati della storia e dopo un inizio difficile - che lo ha visto sull’orlo del ritiro - alla fine li ha sconfitti tutti. Donald Trump, cui qualche poco astuto deputato al Congresso sperava di sfilare la rielezione grazie all’impeachment, nel corso del processo (“una caccia alle streghe!”) si è impadronito definitivamente del ‘Grand Old Party’, con i senatori e i deputati repubblicani (salvo rarissime eccezioni) che lo hanno sostenuto fino in fondo ed ha guadagnato ancora più consensi in quell’elettorato (a maggioranza bianca e populista) che lo adora qualunque cosa faccia.
L’elezione di quest’anno è unica nel suo genere, perché gli Stati Uniti si presentano al rush finale dei ‘cento giorni’ con una drammatica pandemia (150 mila morti e oltre 4 milioni di contagiati ad oggi) ancora in corso e due mesi di proteste e violenze seguite all’uccisione di George Floyd che stanno radicalmente cambiando la percezione del razzismo (e della storia Usa) anche tra i bianchi. Con uffici, scuole, stadi e sedi di concerti chiusi a causa della pandemia, è difficile trovare qualcuno che non stia facendo i conti con il futuro della nazione e la dissennata politica di Trump sul coronavirus (con le sue incredibili negazioni e giravolte) non fa che aumentare le chance di Biden. In poco più di tre mesi molte cose possono cambiare. Nelle ultime settimane di campagna ci sono sempre momenti chiave che riescono a far cambiare opinione ad elettori incerti e ad influenzare quella vasta area (gli indipendenti, ma non solo) di chi ancora non sa se andrà a votare: le Convention, i duelli televisivi, la ‘October Surprise’’, la sorpresa inaspettata che arriva a pochi giorni dalle urne (come la crisi economica del 2008, che diede la spinta finale a Barack Obama). Nel caso di Biden può influire la scelta del vice (ha promesso che sarà una donna). Gli esempi non mancano. Era il 1948 quando il presidente in carica Truman - che secondo il biografo David McCullough “poteva essere intemperante, profano, permaloso, poteva usare insulti razziali e religiosi, si scontrava con i media e insultava i suoi avversari” - a cento giorni dal voto aveva 10 punti in meno del suo avversario Dewey: alla fine lo superò del 4,5 per cento. Nel 1988 il democratico Dukakis aveva un vantaggio di 17 punti su George H.W. Bush (all’epoca vicepresidente) che alla fine vinse comodamente. Anche se proprio Bush, quattro anni dopo, fu l’ultimo presidente uscente a perdere un’elezione.
La forza di The Donald, quella che può fargli ribaltare i pronostici sfavorevoli, sono la compattezza del suo elettorato e la capacità di ridicolizzare e mettere in difficoltà i suoi avversari. Come sempre si mostra ottimista: “Siamo a soli 100 giorni di distanza da quella che sarà l’elezione più importante nella storia della nostra Nazione. Con il vostro aiuto, sono pronto a vincere di nuovo!”.
Se a votare fossero gli attuali sondaggi il presidente in carica diventerebbe automaticamente quello uscente. L’ultimo ‘poll’ della Cnn lo dà indietro in tre Stati decisivi come la Florida (51 a 46 a favore di Biden), l’Arizona (49 a 45) e il Michigan (52 a 40), dove Trump aveva trionfato nel 2016. Se la Florida è sempre in bilico (e alla fine quasi sempre repubblicana), se il Michigan fu una vera sorpresa per la sua tradizione democratica, a spaventare i consiglieri della Casa Bianca sono soprattutto i numeri che arrivano dall’Arizona, dove dal 1948 i democratici hanno vinto una sola volta (Clinton nel 1996, ma grazie ai voti che Ross Perot sottrasse a Bush padre) e dove la popolarità negativa di The Donald ha raggiunto il 54 per cento. Numeri simili anche negli altri sondaggi: Real Clear Politics (che fa una media di tutti i sondaggi) dà a Biden un vantaggio nazionale di 8,7 punti (49,6 a 40,9) che considerato il sistema elettorale americano (dove non vince chi ha la maggioranza totale dei voti ma chi conquista 270 ‘voti elettorali’ sul totale di 538 divisi nei 50 Stati) può anche dire poco; ma assegna allo sfidante democratico 222 voti elettorali certi contro i 115 di The Donald. E tra quelli ancora in bilico (201) ci sono Stati ultra-repubblicani come il Texas e la Georgia.
Una sfida che ha già un vincitore annunciato? Assolutamente no, perché la storia e la tradizione americana ci dicono che nei decisivi ultimi ‘cento giorni’ può accadere ancora di tutto. Nell’ultimo anno Joe Biden, vecchio e astuto politicante del Congresso, la cui immagine nazionale si è rafforzata negli otto anni alla Casa Bianca con Obama, si è trovato a sfidare nelle primarie democratiche il più grande (e diversificato) gruppo di candidati della storia e dopo un inizio difficile - che lo ha visto sull’orlo del ritiro - alla fine li ha sconfitti tutti. Donald Trump, cui qualche poco astuto deputato al Congresso sperava di sfilare la rielezione grazie all’impeachment, nel corso del processo (“una caccia alle streghe!”) si è impadronito definitivamente del ‘Grand Old Party’, con i senatori e i deputati repubblicani (salvo rarissime eccezioni) che lo hanno sostenuto fino in fondo ed ha guadagnato ancora più consensi in quell’elettorato (a maggioranza bianca e populista) che lo adora qualunque cosa faccia.
L’elezione di quest’anno è unica nel suo genere, perché gli Stati Uniti si presentano al rush finale dei ‘cento giorni’ con una drammatica pandemia (150 mila morti e oltre 4 milioni di contagiati ad oggi) ancora in corso e due mesi di proteste e violenze seguite all’uccisione di George Floyd che stanno radicalmente cambiando la percezione del razzismo (e della storia Usa) anche tra i bianchi. Con uffici, scuole, stadi e sedi di concerti chiusi a causa della pandemia, è difficile trovare qualcuno che non stia facendo i conti con il futuro della nazione e la dissennata politica di Trump sul coronavirus (con le sue incredibili negazioni e giravolte) non fa che aumentare le chance di Biden. In poco più di tre mesi molte cose possono cambiare. Nelle ultime settimane di campagna ci sono sempre momenti chiave che riescono a far cambiare opinione ad elettori incerti e ad influenzare quella vasta area (gli indipendenti, ma non solo) di chi ancora non sa se andrà a votare: le Convention, i duelli televisivi, la ‘October Surprise’’, la sorpresa inaspettata che arriva a pochi giorni dalle urne (come la crisi economica del 2008, che diede la spinta finale a Barack Obama). Nel caso di Biden può influire la scelta del vice (ha promesso che sarà una donna). Gli esempi non mancano. Era il 1948 quando il presidente in carica Truman - che secondo il biografo David McCullough “poteva essere intemperante, profano, permaloso, poteva usare insulti razziali e religiosi, si scontrava con i media e insultava i suoi avversari” - a cento giorni dal voto aveva 10 punti in meno del suo avversario Dewey: alla fine lo superò del 4,5 per cento. Nel 1988 il democratico Dukakis aveva un vantaggio di 17 punti su George H.W. Bush (all’epoca vicepresidente) che alla fine vinse comodamente. Anche se proprio Bush, quattro anni dopo, fu l’ultimo presidente uscente a perdere un’elezione.
La forza di The Donald, quella che può fargli ribaltare i pronostici sfavorevoli, sono la compattezza del suo elettorato e la capacità di ridicolizzare e mettere in difficoltà i suoi avversari. Come sempre si mostra ottimista: “Siamo a soli 100 giorni di distanza da quella che sarà l’elezione più importante nella storia della nostra Nazione. Con il vostro aiuto, sono pronto a vincere di nuovo!”.