Alta tensione tra Libano e Israele, scontri alla frontiera
di SHARON NIZZA
(afp)
Un commando di cinque uomini di Hezbollah ha tentato di infiltrarsi in territorio israeliano nei pressi dell’avamposto militare Har Dov e ha aperto il fuoco contro soldati israeliani
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TEL AVIV - Scontri armati si sono verificati oggi pomeriggio al confine tra Israele e Libano. Per poco più di un’ora si è registrata alta tensione e l’esercito ha istruito i residenti dell’Alta Galilea, a ridosso del confine, a rimanere chiusi in casa.
Un commando di cinque uomini di Hezbollah ha tentato di infiltrarsi in territorio israeliano nei pressi dell’avamposto militare Har Dov e ha aperto il fuoco contro soldati israeliani. I colpi d’arma da fuoco sono andati avanti fino a che il commando si è ritirato. Nella risposta israeliana una granata ha colpito una casa nel villaggio libanese di Hebariya, senza causare vittime. Il portavoce dell’esercito israeliano ha negato il report dell’emittente libanese Al-Mayadin secondo cui Hezbollah avrebbe anche lanciato un missile contro un carro armato israeliano. Il portavoce ha confermato che non ci sono state vittime da parte israeliana e, secondo quanto riportato da Al-Mayadin, non ve ne sono state neanche da parte libanese.
Non si è trattato di un attacco inaspettato. Da una settimana Israele era in stato d’allerta e venerdì il ministro della Difesa Benny Gantz aveva ordinato di rafforzare il dispiegamento di forze al confine nord. Ciò a seguito di un attacco, attribuito all’aviazione israeliana, all’aeroporto di Damasco il 20 luglio, mirato a colpire una cellula che trasportava armamenti iraniani, in cui era rimasto ucciso un uomo di Hezbollah, Ali Kamel Mohsen. La risposta era attesa, secondo la formula ribadita anche ieri da Naim Qassem, il vice di Hassan Nasrallah, in un’intervista televisiva: “Per ogni nostro combattente morto, vi sarà una risposta equivalente”. E’ un paradigma che Israele già conosce. Era accaduto anche nel 2015 quando, in risposta all’attacco che uccise Jihad Mughniyah, alto comandante di Hezbollah e figlio del terrorista Imad Mughniyah, il Partito di Dio sferrò un attacco missilistico in cui rimasero uccisi due soldati israeliani. Un altro missile lanciato nel settembre 2019 fu la risposta di Nasrallah all’invio di due droni israeliani nella Dahiyeh, il quartiere di Beirut fortezza dell’organizzazione sciita. In entrambi i casi gli scontri non hanno portato ad escalation.
“L’impressione è che anche in questo caso si tratti di un episodio circoscritto” ci dice Orna Mizrahi, ricercatrice dell’Institute of National Security Studies di Tel Aviv. “La battaglia vera non si svolge alla luce del sole, come in Siria e in Iran. Episodi come quello di oggi hanno l’obiettivo di ripristinare la deterrenza, da entrambe le parti”. Gantz venerdì ha dichiarato che Israele non è interessato a un’escalation. “Anche in Libano è così, stanno attraversando una crisi politica ed economica senza precedenti, un confronto con Israele è troppo rischioso per Hezbollah in questo momento. Quello che Israele continua a monitorare è l’arsenale missilistico di Hezbollah e soprattutto la nuova generazione di missili ad alta precisione che stanno sviluppando con l’aiuto iraniano. L’occhio è puntato su questo progetto, che è la vera linea rossa per Israele”.
A confermare che l’attacco di oggi è stato una rappresaglia per l’uccisione di Mohsen, anche un evento, tra bandiere di Hezbollah e distribuzione di dolciumi, organizzato dai suoi famigliari nel villaggio di Aaitit, nel Sud del Libano, in apprezzamento al gesto della milizia sciita che ha vendicato lo shahid. Nonostante ciò, Hezbollah in una nota rilasciata in serata ha negato che vi sia stato uno scontro, affermando che “la risposta all’uccisione di Ali Kamel Mohsen arriverà. I sionisti si aspettino la punizione per i loro crimini”.
Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Gantz hanno interrotto le riunioni di partito alla Knesset per entrare in consultazioni con il Capo di stato maggiore. Netanyahu ha detto “noi monitoriamo costantemente quello che succede al confine Nord. La nostra politica è chiara. Primo: non permetteremo all’Iran di posizionarsi al nostro confine con la Siria. Secondo: Hezbollah è responsabile di qualsiasi attacco dal suolo libanese. Terzo: Israele difende la propria sicurezza su tutti i fronti, sia vicino ai nostri confini sia lontano da essi”. Parole che sembrano confermare che la partita vera si gioca in silenzio e su altri campi, come il recente attacco al sito nucleare di Natanz, non ufficialmente rivendicato da Israele, potrebbe indicare.