Tensioni Usa-Cina, gli americani lasciano il consolato di Chengdu
dal nostro corrispondente FILIPPO SANTELLI
(ansa)
Bandiera a stelle e strisce ammainata. I cinesi prendono il controllo della sede: ritorsione per la serrata della rappresentanza a Houston, in Texas. Oggi in tribunale la ricercatrice Juan Tang che si è rifugiata nel consolato di San Francisco
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PECHINO - All'alba la bandiera americana è stata ammainata, se per l'ultima volta o solo per il momento nessuno lo può dire. Lunedì mattina la Cina ha ripreso possesso del consolato americano di Chengdu, sgomberato dai diplomatici statunitensi. Le immagini, ampiamente diffuse dai media di regime, mostrano un gruppo di funzionari in camicia bianca entrare dall'ingresso principale della struttura, quindi appendere un drappo grigio sopra le insegne del governo americano.
La ritorsione della Repubblica Popolare per la chiusura del consolato cinese a Houston è così completa, ulteriore conferma del fatto che le relazioni tra le superpotenze hanno raggiunto il punto più basso dal grande disgelo degli Anni '70. Sui social la rappresentanza americana posta un video che ricorda la storia della sede, inaugurata da Bush Padre nel 1985, con un messaggio di commiato: "Oggi diciamo addio al Consolato generale di Chengdu. Ci mancherai per sempre". Buona parte dei commenti da parte degli utenti cinesi sono irridenti o ostili.
L'escalation di tensione tra Cina e Stati Uniti ora coinvolge anche la diplomazia, una delle ancore del rapporto bilaterale. Ad averla alzata di livello è stata Washington, accusando il consolato cinese di Houston di aver coordinato azioni di spionaggio industriale e tecnologico, e ordinandone la chiusura.
La ritorsione cinese era annunciata e tra le cinque sedi diplomatiche americane in Cina continentale la scelta è caduta su quella nel capoluogo del Sichuan, la porta verso il grande Ovest cinese, verso regioni sensibili come il Tibet e lo Xinjiang.
Venerdì scorso le autorità di Pechino hanno dato ai diplomatici americani 72 ore per lasciare la struttura, lo stesso margine concesso ai cinesi a Houston. Nel fine settimane attorno alla sede si è raccolta una folla di persone, alcune venute a festeggiare lo sgombero dei rivali, in un clima di confronto nazionalistico sempre più accesso, alcune per assistere al momento storico. Sui social cinesi, uno dei commenti più condivisi è quello che propone di trasformare la struttura in un ristorante di "hotpot", la specialità culinaria del Sichuan. Ma c’è anche un vecchio cittadino in lacrime, che davanti al consolato dice che “Cina e Stati Uniti dovrebbero essere amici”.
Le ultime settimane hanno visto quasi quotidianamente aprirsi nuovi fronti di scontro tra le due superpotenze. E negli ultimissimi giorni il più caldo è stato lo spionaggio. In rapida successione, il governo americano ha accusato due hacker cinesi di aver preso di mira per anni aziende internazionali per contro del governo di Pechino, poi ha raccolto la dichiarazione di colpevolezza di un cittadino di Singapore, che ha ammesso di aver spiato per conto della Cina, quindi ha accusato il consolato di Houston di aver coordinato operazioni volte a sottrarre brevetti e tecnologia, infine accusato quattro scienziati cinesi che facevano ricerca in università americane di aver falsificato le informazioni per il visto, nascondendo la loro affiliazione con l'esercito popolare.
Una di loro, la 37enne Juan Tang, che si era rifugiata nel consolato cinese di San Francisco prima di essere presa in custodia dalle autorità americane, dovrebbe apparire oggi di fronte a un giudice di Sacramento per rispondere dell'accusa di frode. Tang stava svolgendo un periodo di ricerca nel dipartimento di Radiologia oncologica dell'Università della California. La Cina ha respinto tutte le accuse di spionaggio.
Giovedì scorso il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha tenuto un discorso molto duro, contrapponendo il "mondo libero" al Partito comunista cinese e invitando cittadini del Dragone e alleati americani a cambiare la traiettoria della Cina. Secondo i media di regime, gli Stati Uniti stanno portando le relazioni "al punto dell'isteria".
Finora la reazione di Pechino è stata contenuta e proporzionale: non è interesse della leadership peggiorare ulteriormente il clima con gli Stati Uniti, in attesa di capire se l'esito delle elezioni di novembre stempererà almeno in parte la tensione.