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(reuters)

Così i Quattro cavalieri hanno attraversato il Rubicone delle regole

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Dopo l'audizione dei ceo di Amazon, Google, Apple e Facebook, "Big Tech" cessa di essere un'industria di tendenza per nerd e inizia il lungo viaggio verso leggi che ne limitano l'influenza
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Vennero, videro, pareggiarono. Gli “imperatori” della tecnologia, come li ha chiamati ieri il deputato americano David Cicilline, hanno superato la prima battaglia con l’arcigno Congresso senza grandi perdite. Ma, purtroppo per loro, hanno attraversato il Rubicone della regolamentazione: da oggi “Big Tech” cessa di essere un’industria di tendenza per appassionati, ingegneri e nerd ed incomincia il lungo viaggio verso leggi che ne limiteranno l’influenza, come le banche o le compagnie aeree.

I Fantastici Quattro — o, per chi non li ama, “i Quattro Cavalieri della Tech-apocalisse” — si sono disimpegnati bene di fronte a politici affamati di protagonismo e pronti ad attaccarli su tutti i fronti: anti-trust, privacy, libertà di parola, disinformazione ecc. ecc. Tim Cook di Apple, Mark Zuckerberg di Facebook, Sundar Pichai di Alphabet/Google e Jeff Bezos di Amazon, quest’ultimo al debutto di fronte al Congresso…
Vennero, videro, pareggiarono. Gli “imperatori” della tecnologia, come li ha chiamati ieri il deputato americano David Cicilline, hanno superato la prima battaglia con l’arcigno Congresso senza grandi perdite. Ma, purtroppo per loro, hanno attraversato il Rubicone della regolamentazione: da oggi “Big Tech” cessa di essere un’industria di tendenza per appassionati, ingegneri e nerd ed incomincia il lungo viaggio verso leggi che ne limiteranno l’influenza, come le banche o le compagnie aeree.

I Fantastici Quattro — o, per chi non li ama, “i Quattro Cavalieri della Tech-apocalisse” — si sono disimpegnati bene di fronte a politici affamati di protagonismo e pronti ad attaccarli su tutti i fronti: anti-trust, privacy, libertà di parola, disinformazione ecc. ecc. Tim Cook di Apple, Mark Zuckerberg di Facebook, Sundar Pichai di Alphabet/Google e Jeff Bezos di Amazon, quest’ultimo al debutto di fronte al Congresso, hanno parato bene le schermaglie abbastanza prevedibili dei rappresentanti del popolo Usa. Ma l’abilità oratoria del quartetto non basterà a fermare l’inesorabile marcia della legislazione, almeno negli Usa. Non è una strada né ovvia né inevitabilmente giusta.

Prendiamo come esempio l’anti-trust, il tema “ufficiale” dell’udienza di ieri: non è chiaro che le aziende siano colpevoli. Vale la pena ascoltare Cook quando dice: «Apple non ha una quota di mercato dominante in alcun mercato in cui è presente». (Dovrebbe aggiungere: «con l’eccezione dell’Apple Store», ma lui sostiene di no). Google l’egemonia nella ricerca Internet ce l’ha, ma è frutto della scelta dei consumatori o di attività anti-concorrenziali? La Commissione Europea è convinta che sia la seconda ragione — e ha fatto pagare a Google una salatissima multa di più di 4 miliardi di euro. Ma i rimedi “strutturali” tanto amati da Bruxelles non hanno eroso il dominio dell’internet di Google. Il motivo? Google ha un prodotto che è notevolmente superiore agli altri. Amazon è lo stesso discorso, anche se le accuse di aver utilizzato i dati di altri “negozi” per favorire le proprie merci sono preoccupanti. Facebook e Google sono un duopolio nel campo della pubblicità digitale, ma anche lì la questione è se siano i più efficaci o i più malvagi. Il problema delle autorità anti-trust, ben evidenziato in Congresso, è che sono costrette a utilizzare regole disegnate per un mondo “analogo” per frenare giganti digitali.

Il classico modello per incoraggiare la concorrenza, a Washington come a Bruxelles, è allentare la morsa di giganti aziendali sull’offerta dei prodotti. Ma Google, Facebook e compagnia derivano il proprio potere di mercato dal controllo della domanda: nessuno ci costringe a utilizzare Google, comprare i libri su Amazon o avere un profilo su Facebook. Lo facciamo perché è comodo, utile, divertente. L’impotenza dell’anti-trust non garantisce a Big Tech di uscire indenne da questo conflitto. Negli Usa la temperatura politica è altissima, soprattutto su privacy e disinformazione, e la storia insegna: quando un settore diventa “troppo” importante, il Congresso passa leggi speciali per ridimensionarlo. È successo all’industria petrolifera, ad automobili, sigarette e finanza. Come ha scritto di recente Benedict Evans, veterano di Silicon Valley, «la tecnologia è passata da essere una delle tante industrie ad essere d’importanza sistemica per la società».

I giganti della tecnologia sono vittime del loro successo. Nel ’94 quando Netscape aprì Internet alle masse, c’erano 100 milioni di computer nel mondo. Oggi, 4 miliardi di persone, tre quarti della popolazione adulta, hanno uno smartphone. La crescita stratosferica della tecnologia ha creato una nuova categoria di miliardari: i quattro titani seduti (virtualmente) di fronte al Congresso hanno un valore netto più grande dell’economia del Portogallo. E i politici non amano la ricchezza sfrenata, nemmeno in America. Ci sono voluti 75 anni prima che il Congresso rendesse obbligatorie le cinture di sicurezza, ma Facebook e Google, che hanno 16 e 22 anni rispettivamente, verranno regolate molto prima. L’unica differenza, che potrebbe essere fondamentale per le decisioni legislative, è che la gente non odia Big Tech. Quando gli Usa attaccarono le aziende petrolifere o i produttori di nicotina o le banche, l’opinione pubblica era a favore di misure dure. The Verge ha chiesto agli americani che effetto avessero queste aziende sulla società e più del 70% ha detto che Google e Amazon facevano del bene. Persino Facebook ha ottenuto il 40% dei “voti”. Aveva ragione Marc Andreessen, co-fondatore di Netscape, quando predisse che «il software si mangerà il mondo». Ma cosa succede se il mondo trova il software indigesto?