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Due donne in un internet caffé di Teheran (afp)

Il canale persiano

Disputa sul nucleare, questione palestinese o Hezbollah: le relazioni tra Israele e l’Iran sono tese. Tuttavia, il governo israeliano da nessun altro Paese riceve tanti feedback, molti dei quali positivi, sui suoi social-media. Com’è possibile? (Die Welt)
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A volte Sharona Avginsaz conosce i suoi follower troppo tardi. Nel novembre 2019, si è diffusa la notizia che la quattordicenne Nikta Esfandani era stata uccisa durante una manifestazione di protesta nella capitale iraniana, Teheran. Un colpo alla testa da parte delle forze di sicurezza, come hanno detto parenti e difensori dei diritti umani. Quando il corpo è stato consegnato, le autorità hanno comunicato ai genitori che non dovevano pagare per la pallottola che aveva ucciso la loro figlia. La famiglia è stata esonerata dal pagamento delle spese perché Nikta non era ancora maggiorenne.

Una volta diffusasi la notizia della vicenda, il governo iraniano ha dapprima tentato di sostenere che la ragazza era stata assassinata da altri manifestanti. Successivamente, la morte è stata addebitata a un’intossicazione alimentare. Quando Sharona Avginsaz ha voluto indagare sulla morte della ragazza, ha notato una cosa che l’ha colpita molto: &…
A volte Sharona Avginsaz conosce i suoi follower troppo tardi. Nel novembre 2019, si è diffusa la notizia che la quattordicenne Nikta Esfandani era stata uccisa durante una manifestazione di protesta nella capitale iraniana, Teheran. Un colpo alla testa da parte delle forze di sicurezza, come hanno detto parenti e difensori dei diritti umani. Quando il corpo è stato consegnato, le autorità hanno comunicato ai genitori che non dovevano pagare per la pallottola che aveva ucciso la loro figlia. La famiglia è stata esonerata dal pagamento delle spese perché Nikta non era ancora maggiorenne.

Una volta diffusasi la notizia della vicenda, il governo iraniano ha dapprima tentato di sostenere che la ragazza era stata assassinata da altri manifestanti. Successivamente, la morte è stata addebitata a un’intossicazione alimentare. Quando Sharona Avginsaz ha voluto indagare sulla morte della ragazza, ha notato una cosa che l’ha colpita molto: “Nikta seguiva il nostro account Twitter. Quello del Ministero degli Esteri israeliano”.

Quello che sta facendo la quarantaquattrenne è un caso straordinario di Public Diplomacy. Il Ministero degli Esteri israeliano gestisce canali di social media in sei lingue e su cinque piattaforme. In cifre assolute, i social in lingua araba hanno il maggior numero di lettori. Ma in nessuna lingua c’è tanta interazione quanto sui canali israeliani in lingua persiana. Gli utenti in Iran e altrove rispondono ai post del governo israeliano più di 15.000 volte - a settimana, s’intende.

Su Instagram, l’account persiano ha appena superato i 500.000 follower. Un totale di un milione di utenti legge ogni settimana ciò che viene pubblicato in Farsi sui social media sotto la direzione di Avginsaz. “Tranne che in Egitto e Giordania, non abbiamo ambasciate nei Paesi arabi e in Iran”, afferma il capo di Avginsaz, Yiftah Curiel. “Ecco perché dobbiamo cercare altri modi per comunicare con le popolazioni. Internet è una grande opportunità a questo scopo”.

In Iran, in particolare, molti cittadini criticano il comportamento del proprio governo. “Il livello di istruzione in Iran è alto e c’è un grande interesse politico”, dice Curiel. “Questo rende la comunicazione più semplice”.

Nei post di Curiel e Avginsaz si parla di economia e cultura e, naturalmente, vengono evidenziati i risultati di Israele in campo scientifico e tecnologico. Ma si parla anche delle questioni politiche che dividono Israele e l’Iran come poche altre nazioni: la disputa sul nucleare, i palestinesi o le attività della milizia Hezbollah sostenute da Teheran. L’israeliana Avginsaz, che ha vissuto in Iran fino a 13 anni, può permettersi un’opinione su come si debba parlare di tutto ciò agli iraniani.
 
“Quando la rivoluzione ha vinto in Iran, avevo quattro anni", dice Avginsaz. “Non ricordo proprio com’era l’Iran prima che gli islamisti prendessero il potere”. Ma ricorda ancora chiaramente come il clima è cambiato per la popolazione ebraica. A quel tempo, circa 80-100.000 ebrei vivevano ancora in Iran. La comunità ebraica persiana esiste da quasi tre millenni, una delle più antiche e più grandi. “Dopo la rivoluzione, la maggior parte degli ebrei è diventata molto cauta”, ricorda Avginsaz.

Dopo che il capo della Società ebraica di Teheran, Habib Elghanian, fu giustiziato nel maggio 1979, tra l’altro per contatti con Israele, molti ebrei lasciarono l’Iran. Sharona e i suoi genitori inizialmente rimasero. “Ho sempre avuto questo nome ebraico, ma dopo la rivoluzione, mia madre in pubblico mi ha chiamato Maryam”. La famiglia ha cercato di non attirare l’attenzione. Come la maggior parte degli ebrei. “Avevamo molta paura del nuovo governo", afferma Avginsaz. “Ma in tutti gli anni trascorsi in Iran non sono mai stata trattata male da un concittadino perché sono ebrea”.

Probabilmente, oggi due cose contrassegnano il suo lavoro: le brutte esperienze con il regime clericale e le buone esperienze con il popolo iraniano. “Il nostro messaggio principale nella comunicazione online in lingua persiana è che abbiamo un problema con la leadership iraniana, ma non abbiamo alcun problema con i cittadini iraniani", dice Avginsaz.

Ad esempio, nei suoi canali pubblica video sulla festa iraniana di Nowrüz [il Capodanno persiano – n.d.t.], in cui la gente sorridente per le strade di Gerusalemme augura un felice anno nuovo. O post sulla tigre persiana che la Grecia ha donato allo zoo di Ramat Gan, nel centro di Israele.
 
Ormai, poco meno di 10.000 ebrei vivono ancora in Iran. Secondo il regime, sono membri della società pienamente integrati e dotati di uguali diritti. Stando alla narrativa dominante, non ci sono problemi con gli ebrei, ma solo con Israele. “Lì, però, le cose per gli ebrei sono sempre più difficili”, afferma Avginsaz. “Di recente, tutti i contatti con Israele, anche per telefono o via internet, sono stati sanzionati. Ora molti ebrei iraniani hanno paura di comunicare con amici e parenti di qui”.

Ma anche gli altri iraniani devono superare molte difficoltà se vogliono connettersi ai social media di Israele. Solo Instagram è liberamente accessibile, Twitter, Facebook e altri social network sono bloccati dalle autorità. La maggior parte degli utenti di Internet elude i blocchi utilizzando connessioni VPN, ovvero un reindirizzamento tramite server stranieri.

“Ovviamente, chi ci segue è generalmente di mentalità aperta”, dice Avginsaz. “La maggior parte degli utenti invia messaggi neutri o positivi. Vogliono farci sapere che non la pensano come il loro governo e che sperano che presto i nostri Paesi si scambino le ambasciate. Naturalmente, riceviamo anche feedback negativi”.

Alcuni accounts hanno pubblicato foto di bambini palestinesi uccisi e, ben più spesso, la minaccia del leader rivoluzionario Ali Khamenei, secondo il quale Israele smetterà di esistere tra 25 anni. Forse alcuni di questi sono “bot”, ovvero programmi automatici, sospetta Avginsaz. Ma anche Mohammed-Javad Azari Jahromi, ministro delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione dell’Iran, segue i post di Gerusalemme, così come un vice-portavoce del presidente Hassan Rouhani. Quando il team nota questi follower di alto livello della leadership iraniana, li saluta su tutti i canali, con particolare cortesia e nel modo più vistoso.

Naturalmente, i governanti e i cittadini iraniani non leggono solo cose amichevoli dal governo israeliano. Vengono postate anche informazioni sulla crisi economica, accompagnate dalla domanda se la Repubblica islamica non debba spendere il suo denaro per la propria popolazione piuttosto che per Hezbollah e altre milizie. Nella crisi del coronavirus, Gerusalemme ha scritto anche dell’insabbiamento iniziale della pandemia da parte delle autorità iraniane. E ha condiviso foto che nessun altro in Iran osa mostrare apertamente: manifesti con l’immagine del leader rivoluzionario Khamenei, il capo supremo del regime teocratico di quel Paese, dati a fuoco Si dice che i cittadini li abbiano incendiati per rabbia contro il sistema. “Mostriamo le proteste, ma in linea di principio non interferiamo nelle questioni interne”, afferma Avginsaz.

Lei pensa anche alla sicurezza dei suoi follower. “Non possiamo dare loro consigli su come proteggersi dalle persecuzioni”, dice. “Ma chi in Iran naviga in internet di solito sa badare molto bene a sé stesso”. Non è a conoscenza di alcun caso in cui le autorità hanno fatto causa a qualcuno perché lei o lui ha seguito i canali dei social media israeliani.
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance.Traduzione di Carlo Sandrelli)