Cambia il clima, foreste tedesche in agonia
Giampaolo Cadalanu , dal nostro inviato GIAMPAOLO CADALANUL'inquinamento delle centrali a carbone indebolisce abeti, querce e faggi, che poi diventano preda dei parassiti. In un anno persi 400mila ettari di bosco
BERLINO – “Irto di foreste”, era il territorio di quella che allora si chiamava Germania magna, nel racconto di Tacito. Lo storico del primo secolo guardava con rispetto alla presenza incombente di alberi immensi, all’oscuro della selva, all’ignoto nascosto nel verde, così diverso dai rassicuranti paesaggi mediterranei, dove già da centinaia di anni i boschi avevano lasciato spazio a campi coltivati, frutteti, centri urbani. All’arrivo dei Romani, le foreste facevano da confine fra le zone di insediamento delle tribù germaniche, e lo sfruttamento umano era limitato, perché tutto era provvisorio: la partenza dei gruppi nomadi permetteva ai boschi di rivendicare lo spazio e recuperare la forza attraverso un rinnovamento completo.
Poi la Storia ci racconta di nuove città, da Magonza a Treviri, a Colonia, costruite con il legname di quei boschi, e con esso riscaldate, spesso nutrite con le carni degli animali cacciati…
Poi la Storia ci racconta di nuove città, da Magonza a Treviri, a Colonia, costruite con il legname di quei boschi, e con esso riscaldate, spesso nutrite con le carni degli animali cacciati…
BERLINO – “Irto di foreste”, era il territorio di quella che allora si chiamava Germania magna, nel racconto di Tacito. Lo storico del primo secolo guardava con rispetto alla presenza incombente di alberi immensi, all’oscuro della selva, all’ignoto nascosto nel verde, così diverso dai rassicuranti paesaggi mediterranei, dove già da centinaia di anni i boschi avevano lasciato spazio a campi coltivati, frutteti, centri urbani. All’arrivo dei Romani, le foreste facevano da confine fra le zone di insediamento delle tribù germaniche, e lo sfruttamento umano era limitato, perché tutto era provvisorio: la partenza dei gruppi nomadi permetteva ai boschi di rivendicare lo spazio e recuperare la forza attraverso un rinnovamento completo.
Poi la Storia ci racconta di nuove città, da Magonza a Treviri, a Colonia, costruite con il legname di quei boschi, e con esso riscaldate, spesso nutrite con le carni degli animali cacciati nel folto, o con quelli allevati sui pascoli strappati alla foresta. La progressiva crescita delle città e l’avanzare della tecnologia, com’era inevitabile, ha significato la riduzione della superficie ricoperta di alberi, nel cuore d’Europa come ovunque. Ma la selva, mai del tutto addomesticata, è rimasta a sfondo di ogni immagine della Germania, dalle favole dei fratelli Grimm ai dépliant del turismo nella Foresta nera, fino alle immagini inquietanti di serie tv come “Dark”.
Adesso però basta guardare dal finestrino, viaggiando sulla vasta rete delle autostrade tedesche, per capire che la copertura boscosa è minacciata in maniera radicale. “Sembra la pelliccia di un animale rognoso”, scrive senza pietà un commentatore dello Spiegel: “Ovunque brutte macchie scure, aree sparse con alberi che sin da lontano si riconoscono come morti”. E le immagini che illustrano una serie di servizi sul sito del settimanale non potrebbero essere più eloquenti.
Il più colpito è l’abete rosso, che soffre la siccità: se nella foresta non c’è un adeguato tasso di umidità, gli abeti diventano preda dei parassiti, in particolare gli scarabei della corteccia. E lo stesso succede a faggi e querce. Solo quest’anno, scrive lo Spiegel, la deforestazione si porterà via 400mila ettari, due volte l’area del Land Saarland. I danni economici si misurano in miliardi, che diventano cifre incalcolabili se si valuta anche la possibilità di incendi.
A causare la malattia dei boschi è l’inquinamento da Co2, a sua volta provocato dalle centrali a carbone che la legge tedesca ancora autorizza a funzionare fino al 2038. Per quell’anno, a forza di sovvenzioni che dovrebbero stimolare il passaggio a energie rinnovabili, queste centrali avranno incassato 4,35 miliardi di euro. Nel frattempo, producono 131 milioni di tonnellate di Co2 l’anno (il dato è del 2018), più di tutte le altre centrali d’Europa messe assieme. L’ufficio federale per l’Ambiente stima il danno causato in 23,6 miliardi di euro.
Gli alberi indeboliti dall’inquinamento, avverte Katryn Möller, biologa dell’ufficio forestale del Brandeburgo, “quest’anno sono obiettivo di insetti e parassiti come non si vedeva da decenni”. Ormai, dice la ricercatrice, un albero su tre ha gravi danni alla chioma, solo uno su cinque non mostra problemi. E persino sull’economia forestale la moria ha conseguenze pesanti: con l’aumento del legname ottenuto dagli alberi abbattuti perché malati, il prezzo è crollato, minacciando la sopravvivenza dei piccoli proprietari.
La politica propone soluzioni non sempre decisive, come l’idea di sostituire gli alberi più vulnerabili con specie più robuste. Ma i cambiamenti climatici vanno avanti, non è ben chiaro quali specie potranno sopravvivere. Tanto più che eventuali nuovi arrivati potrebbero inserirsi male nell’ecosistema, magari diventando cibo per gli animali erbivori prima di svilupparsi. Insomma, a meno di un intervento radicale, che non si limiti al sostegno per i proprietari ma vada a toccare le cause dell’inquinamento, la prossima versione di Hansel e Gretel dovrà essere ambientata nel deserto.
Poi la Storia ci racconta di nuove città, da Magonza a Treviri, a Colonia, costruite con il legname di quei boschi, e con esso riscaldate, spesso nutrite con le carni degli animali cacciati nel folto, o con quelli allevati sui pascoli strappati alla foresta. La progressiva crescita delle città e l’avanzare della tecnologia, com’era inevitabile, ha significato la riduzione della superficie ricoperta di alberi, nel cuore d’Europa come ovunque. Ma la selva, mai del tutto addomesticata, è rimasta a sfondo di ogni immagine della Germania, dalle favole dei fratelli Grimm ai dépliant del turismo nella Foresta nera, fino alle immagini inquietanti di serie tv come “Dark”.
Adesso però basta guardare dal finestrino, viaggiando sulla vasta rete delle autostrade tedesche, per capire che la copertura boscosa è minacciata in maniera radicale. “Sembra la pelliccia di un animale rognoso”, scrive senza pietà un commentatore dello Spiegel: “Ovunque brutte macchie scure, aree sparse con alberi che sin da lontano si riconoscono come morti”. E le immagini che illustrano una serie di servizi sul sito del settimanale non potrebbero essere più eloquenti.
Il più colpito è l’abete rosso, che soffre la siccità: se nella foresta non c’è un adeguato tasso di umidità, gli abeti diventano preda dei parassiti, in particolare gli scarabei della corteccia. E lo stesso succede a faggi e querce. Solo quest’anno, scrive lo Spiegel, la deforestazione si porterà via 400mila ettari, due volte l’area del Land Saarland. I danni economici si misurano in miliardi, che diventano cifre incalcolabili se si valuta anche la possibilità di incendi.
A causare la malattia dei boschi è l’inquinamento da Co2, a sua volta provocato dalle centrali a carbone che la legge tedesca ancora autorizza a funzionare fino al 2038. Per quell’anno, a forza di sovvenzioni che dovrebbero stimolare il passaggio a energie rinnovabili, queste centrali avranno incassato 4,35 miliardi di euro. Nel frattempo, producono 131 milioni di tonnellate di Co2 l’anno (il dato è del 2018), più di tutte le altre centrali d’Europa messe assieme. L’ufficio federale per l’Ambiente stima il danno causato in 23,6 miliardi di euro.
Gli alberi indeboliti dall’inquinamento, avverte Katryn Möller, biologa dell’ufficio forestale del Brandeburgo, “quest’anno sono obiettivo di insetti e parassiti come non si vedeva da decenni”. Ormai, dice la ricercatrice, un albero su tre ha gravi danni alla chioma, solo uno su cinque non mostra problemi. E persino sull’economia forestale la moria ha conseguenze pesanti: con l’aumento del legname ottenuto dagli alberi abbattuti perché malati, il prezzo è crollato, minacciando la sopravvivenza dei piccoli proprietari.
La politica propone soluzioni non sempre decisive, come l’idea di sostituire gli alberi più vulnerabili con specie più robuste. Ma i cambiamenti climatici vanno avanti, non è ben chiaro quali specie potranno sopravvivere. Tanto più che eventuali nuovi arrivati potrebbero inserirsi male nell’ecosistema, magari diventando cibo per gli animali erbivori prima di svilupparsi. Insomma, a meno di un intervento radicale, che non si limiti al sostegno per i proprietari ma vada a toccare le cause dell’inquinamento, la prossima versione di Hansel e Gretel dovrà essere ambientata nel deserto.