La Turchia fa affari in Libia, a rischio gli interessi italiani
Vincenzo Nigro , di VINCENZO NIGRONon solo soldati, Ankara ha dispiegato nel paese africano anche i suoi imprenditori che stanno prendendo il controllo di snodi importanti dell'economia e della produzione energetica. L'Eni resta solida, ma i contratti prima o poi scadono e Tripoli potrebbe a un certo punto essere costretta a privilegiare gli uomini di Erdogan
Mehmet Kocabasa: chi è interessato al futuro economico della Libia e alle evoluzioni della Turchia nel Mediterraneo tenga a mente questo nome. È solo l'ultimo degli imprenditori turchi ad essere sbarcato a Tripoli al seguito dei soldati, ma anche dei ministri di Erdogan che hanno difeso il governo di Fayez al Serraj. Proprietario di una società internazionale di logistica e traffici marittimi, Kocabasa ha raggiunto un primo accordo con le dogane libiche per gestire i traffici nei porti del paese. Presente già in 20 paesi africani. Kocabasa ha un'esperienza e una capacità notevoli. Con una battuta: il governo di Tripoli gli ha offerto le chiavi dei suoi porti.
In parallelo con la guerra civile in corso nell'ex colonia italiana, la Turchia sta sviluppando un piano di espansione economica molto aggressivo. Due mesi fa a Tripoli si sono presentati il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, quello dell'Economia, Nihat Zeybekci, il minist…
In parallelo con la guerra civile in corso nell'ex colonia italiana, la Turchia sta sviluppando un piano di espansione economica molto aggressivo. Due mesi fa a Tripoli si sono presentati il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, quello dell'Economia, Nihat Zeybekci, il minist…
Mehmet Kocabasa: chi è interessato al futuro economico della Libia e alle evoluzioni della Turchia nel Mediterraneo tenga a mente questo nome. È solo l'ultimo degli imprenditori turchi ad essere sbarcato a Tripoli al seguito dei soldati, ma anche dei ministri di Erdogan che hanno difeso il governo di Fayez al Serraj. Proprietario di una società internazionale di logistica e traffici marittimi, Kocabasa ha raggiunto un primo accordo con le dogane libiche per gestire i traffici nei porti del paese. Presente già in 20 paesi africani. Kocabasa ha un'esperienza e una capacità notevoli. Con una battuta: il governo di Tripoli gli ha offerto le chiavi dei suoi porti.
In parallelo con la guerra civile in corso nell'ex colonia italiana, la Turchia sta sviluppando un piano di espansione economica molto aggressivo. Due mesi fa a Tripoli si sono presentati il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, quello dell'Economia, Nihat Zeybekci, il ministro delle Finanze (e genero del leader) Berat Albayrak, il numero uno dell'intelligence Hakan Fidan, e il portavoce presidenziale (con rango di ministro) Ibrahim Kalin.
La delegazione turca ha inquadrato in maniera strategica i rapporti con il governo riconosciuto dall'Onu, mettendo sul tavolo i dossieri dei settori a cui Ankara punta. Innanzitutto, quello energetico. E non c'è solo il petrolio. In questi giorni, anche per attacchi ripetuti di milizie e gruppi armati alle centrali elettriche, Tripoli e molte città della Tripolitania soffrono di blackout elettrici continui. La Turchia propone una partnership alla GECOL (l'Enel libica) in cui fra l'altro è stata offerta una nave capace di produrre energia elettrica da ormeggiare nel porto di Tripoli. Seguono i contratti per la riabilitazione delle centrali danneggiate, la costruzione di nuovi impianti e la manutenzione delle linee di trasmissione anche queste danneggiate durante la guerra civile.
C'è poi il settore delle infrastrutture: abitazioni, ponti, strade, ospedali. La Turchia nel 2011, nei giorni caotici della rivoluzione contro Gheddafi, abbandonò di corsa (come tutti) la Libia. Centinaia e centinaia di lavoratori edili abbandonarono il paese organizzati e gestiti come un piccolo esercito: voli militari e della Turkish Airlines misero in salvo gli operai che lavoravano alle infrastrutture di Gheddafi. I contratti valevano circa 2 miliardi di dollari, e negli accordi recenti fra Serraj e Erdogan, il governo libico ha iniziato a pagarne almeno 1,8. Una montagna di crediti che verranno riscossi presto rispetto ai crediti delle piccole e medie industrie italiane che da anni aspettano di essere rimborsate di circa 800 milioni di euro.
Adesso, o meglio appena possibile, ci sarà da ricostruire la Libia del dopo guerra civile. Le delegazioni turche a Tripoli hanno iniziato a discutere di progetti abitativi per Tripoli e per le altre città del paese. Di riabilitazione di ponti e strade. Di reti tecnologiche.
Un settore in cui periodicamente la Libia riparte daccapo è quello della gestione dei rifiuti: i libici, soprattutto le municipalità, in questi anni hanno gestito con efficacia lodevole lo smaltimento dei rifiuti. Ma l'immondizia raccolta viene semplicemente portata in grandi campi al di fuori di Tripoli e delle città, e data alle fiamme, spesso senza essere neppure sotterrata. La Turchia propone inceneritori e impianti di selezione dei rifiuti.
Altro settore strategico: porti e aeroporto. Ad Al Watjya sono iniziate le operazioni per trasformare l'aeroporto in una base militare per l'aeronautica turca. Una base strategica militarmente, nell'Ovest della Libia verso il confine tunisino. Ma anche un nuovo aeroporto da riabilitare e rimettere in funzione. A Tripoli un consorzio italiano aveva vinto la commessa per l'aeroporto internazionale di Tripoli, quello a Sud della città, attorno al quale si è combattuto per mesi. Ma altri aeroporti che avranno bisogno di ristrutturazioni, come quello di Misurata, verranno seguiti dalla Turchia. A Misurata, la seconda città della Tripolitania e il primo polo industriale, la Turchia è interessata al porto. Anche qui con un occhio all'utilizzo militare. Ma anche al futuro economico: Misurata ha una grossa free trade zone annessa al porto, un'area che può diventare un importante porto di sbarco per la Libia e soprattutto per i paesi subsahariani che possono essere raggiunti utilizzando le strade verso Niger, Ciad e gli altri Stati dell'Africa francofona che fino ad oggi sono stati collegati con rotte dirette alla lontana Africa occidentale francofona. Non a caso in questi giorni Bolloré, il gigante della logistica portuale francese, sta combattendo per vedersi riconosciuto un vecchio accordo del 2010. L'imprenditore francese avrebbe avuto la gestione totale della piattaforma di Misurata, un piede nella porta di ingresso marittima commerciale potenzialmente più importante del maggior paese petrolifero del Nord Africa.
Arriva il tema del petrolio Con la delegazione dei ministri turchi a Tripoli hanno viaggiato anche i dirigenti della compagnia petrolifera di Stato. L'ENI italiana è rimasta in tutti questi anni di guerra civile attiva in Libia: con tecnici libici e stranieri è stata garantita soprattutto l'estrazione di gas e la distribuzione al paese. Il gas in Libia è strategico per la produzione di energia elettrica. I rapporti dell'Eni con la Noc, la compagnia libica, sono solidissimi. Ma i contratti prima o poi scadono, e un nuovo governo libico sottoposto alle pressioni della Turchia non potrà che assegnare quei contratti ad altre compagnie. Per esempio turche.
In parallelo con la guerra civile in corso nell'ex colonia italiana, la Turchia sta sviluppando un piano di espansione economica molto aggressivo. Due mesi fa a Tripoli si sono presentati il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, quello dell'Economia, Nihat Zeybekci, il ministro delle Finanze (e genero del leader) Berat Albayrak, il numero uno dell'intelligence Hakan Fidan, e il portavoce presidenziale (con rango di ministro) Ibrahim Kalin.
La delegazione turca ha inquadrato in maniera strategica i rapporti con il governo riconosciuto dall'Onu, mettendo sul tavolo i dossieri dei settori a cui Ankara punta. Innanzitutto, quello energetico. E non c'è solo il petrolio. In questi giorni, anche per attacchi ripetuti di milizie e gruppi armati alle centrali elettriche, Tripoli e molte città della Tripolitania soffrono di blackout elettrici continui. La Turchia propone una partnership alla GECOL (l'Enel libica) in cui fra l'altro è stata offerta una nave capace di produrre energia elettrica da ormeggiare nel porto di Tripoli. Seguono i contratti per la riabilitazione delle centrali danneggiate, la costruzione di nuovi impianti e la manutenzione delle linee di trasmissione anche queste danneggiate durante la guerra civile.
C'è poi il settore delle infrastrutture: abitazioni, ponti, strade, ospedali. La Turchia nel 2011, nei giorni caotici della rivoluzione contro Gheddafi, abbandonò di corsa (come tutti) la Libia. Centinaia e centinaia di lavoratori edili abbandonarono il paese organizzati e gestiti come un piccolo esercito: voli militari e della Turkish Airlines misero in salvo gli operai che lavoravano alle infrastrutture di Gheddafi. I contratti valevano circa 2 miliardi di dollari, e negli accordi recenti fra Serraj e Erdogan, il governo libico ha iniziato a pagarne almeno 1,8. Una montagna di crediti che verranno riscossi presto rispetto ai crediti delle piccole e medie industrie italiane che da anni aspettano di essere rimborsate di circa 800 milioni di euro.
Adesso, o meglio appena possibile, ci sarà da ricostruire la Libia del dopo guerra civile. Le delegazioni turche a Tripoli hanno iniziato a discutere di progetti abitativi per Tripoli e per le altre città del paese. Di riabilitazione di ponti e strade. Di reti tecnologiche.
Un settore in cui periodicamente la Libia riparte daccapo è quello della gestione dei rifiuti: i libici, soprattutto le municipalità, in questi anni hanno gestito con efficacia lodevole lo smaltimento dei rifiuti. Ma l'immondizia raccolta viene semplicemente portata in grandi campi al di fuori di Tripoli e delle città, e data alle fiamme, spesso senza essere neppure sotterrata. La Turchia propone inceneritori e impianti di selezione dei rifiuti.
Altro settore strategico: porti e aeroporto. Ad Al Watjya sono iniziate le operazioni per trasformare l'aeroporto in una base militare per l'aeronautica turca. Una base strategica militarmente, nell'Ovest della Libia verso il confine tunisino. Ma anche un nuovo aeroporto da riabilitare e rimettere in funzione. A Tripoli un consorzio italiano aveva vinto la commessa per l'aeroporto internazionale di Tripoli, quello a Sud della città, attorno al quale si è combattuto per mesi. Ma altri aeroporti che avranno bisogno di ristrutturazioni, come quello di Misurata, verranno seguiti dalla Turchia. A Misurata, la seconda città della Tripolitania e il primo polo industriale, la Turchia è interessata al porto. Anche qui con un occhio all'utilizzo militare. Ma anche al futuro economico: Misurata ha una grossa free trade zone annessa al porto, un'area che può diventare un importante porto di sbarco per la Libia e soprattutto per i paesi subsahariani che possono essere raggiunti utilizzando le strade verso Niger, Ciad e gli altri Stati dell'Africa francofona che fino ad oggi sono stati collegati con rotte dirette alla lontana Africa occidentale francofona. Non a caso in questi giorni Bolloré, il gigante della logistica portuale francese, sta combattendo per vedersi riconosciuto un vecchio accordo del 2010. L'imprenditore francese avrebbe avuto la gestione totale della piattaforma di Misurata, un piede nella porta di ingresso marittima commerciale potenzialmente più importante del maggior paese petrolifero del Nord Africa.
Arriva il tema del petrolio Con la delegazione dei ministri turchi a Tripoli hanno viaggiato anche i dirigenti della compagnia petrolifera di Stato. L'ENI italiana è rimasta in tutti questi anni di guerra civile attiva in Libia: con tecnici libici e stranieri è stata garantita soprattutto l'estrazione di gas e la distribuzione al paese. Il gas in Libia è strategico per la produzione di energia elettrica. I rapporti dell'Eni con la Noc, la compagnia libica, sono solidissimi. Ma i contratti prima o poi scadono, e un nuovo governo libico sottoposto alle pressioni della Turchia non potrà che assegnare quei contratti ad altre compagnie. Per esempio turche.