✕
(afp)

Beirut, chi ha paura dell'inchiesta internazionale

La leadership libanese teme di perdere il controllo della situazione. Un analista: "Sono in gioco i diritti umani, il mondo intervenga. C'è un popolo minacciato di estinzione per mano dei propri politici"
2 minuti di lettura
"Avevo detto di fare ciò che andava fatto. Non è un ordine questo?". Così il presidente libanese Michel Aoun ha risposto ieri ai reporter cui aveva appena comunicato di aver appreso circa tre settimane fa del materiale esplosivo stipato nel porto di Beirut. Il capo di Hezbollah Nasrallah nel suo atteso discorso televisivo ieri pomeriggio ha negato che l'hangar 12 del porto fosse un deposito di armi del movimento. "Sappiamo di più sul porto di Haifa che su quello di Beirut", ha detto.

La tragedia deve però avere dei responsabili. La rabbia della popolazione che sale insieme al bilancio delle vittime indica che la richiesta di verità non si fermerà facilmente ai primi arrestati, alle pedine più piccole della catena di irresponsabilità che hanno ucciso 170 persone e raso al suolo una città. Gli slogan sono già divenuti pesanti nelle strade. "Impiccateli", la parola che ricorre …
"Avevo detto di fare ciò che andava fatto. Non è un ordine questo?". Così il presidente libanese Michel Aoun ha risposto ieri ai reporter cui aveva appena comunicato di aver appreso circa tre settimane fa del materiale esplosivo stipato nel porto di Beirut. Il capo di Hezbollah Nasrallah nel suo atteso discorso televisivo ieri pomeriggio ha negato che l'hangar 12 del porto fosse un deposito di armi del movimento. "Sappiamo di più sul porto di Haifa che su quello di Beirut", ha detto.

La tragedia deve però avere dei responsabili. La rabbia della popolazione che sale insieme al bilancio delle vittime indica che la richiesta di verità non si fermerà facilmente ai primi arrestati, alle pedine più piccole della catena di irresponsabilità che hanno ucciso 170 persone e raso al suolo una città. Gli slogan sono già divenuti pesanti nelle strade. "Impiccateli", la parola che ricorre sulle bocche di una popolazione allo stremo per la crisi economica e ora messa in ginocchio dall'esplosione.

La leadership libanese ha bisogno come dell'aria del sostegno internazionale, l'aiuto promesso dal presidente francese Emmanuel Macron e dagli altri leader del mondo. Nasrallah ha "salutato positivamente le espressioni di simpatia verso il Libano e tutte le visite che in questi giorni si iscrivono in un contesto di aiuto". Hezbollah vede crescere il risentimento popolare, le richieste di smantellamento dei depositi di armi e le difficoltà interne. Dunque spera negli aiuti e in un allentamento - sull'onda della tragedia - delle sanzioni che lo attanagliano.

Il punto è che se da una parte la leadership libanese tende la mano per chiedere, dall'altra rifiuta i paletti che la comunità internazionale mette. Non è un caso che il discorso di Nasrallah con le parole di gratitudine verso Macron siano state precedute dall'intervento del presidente cristiano Aoun (il cui partito è un improbabile alleato di Hezbollah). Aoun ha tuonato contro l'idea di una inchiesta internazionale sull'accaduto avanzata dal capo dell'Eliseo. Per Aoun basta l'inchiesta interna che "appurerà per prima cosa come il materiale esplosivo è entrato ed è stato stoccato, secondo se l'esplosione sia il risultato di una negligenza o di un incidente, terzo la possibilità che ci sia stata una interferenza esterna".

Nasrallah non ha parlato esplicitamente della richiesta di Macron, ma a escludere una inchiesta internazionale ha detto che "se tutti i libanesi e le fazioni hanno fiducia nelle forze armate libanesi, potrebbe essere l'esercito a condurre le indagini". "Assistiamo al tentativo di sfruttamento politico  - ha avvisato - contro il mandato del presidente Aoun, ma questo non è il momento di regolare i conti politici".

C'è chi prova a sollevare irritazione per i "toni coloniali dell'intervento di Macron". Ma la maggior parte della popolazione aspira a delegittimare le autorità attuali. Tutte. Sia nella ricerca della verità, sia nella ricostruzione. Pur non nascondendosi le mire di molti paesi che in questo momento allungano lo sguardo sul Libano, i libanesi hanno urgenza di andare oltre una classe dirigente che li ha guidati verso il baratro.

"Qui sono in gioco i diritti umani, la tragedia è di una portata tale che impone alla comunità internazionale di intervenire. Sussiste il diritto all'intervento - dice Samy Nader, economista e commentatore per Al-Monitor Lebanon Pulse - C'è un popolo minacciato di estinzione per mano della propria classe politica".