✕

'L'odio', il film che 25 anni fa ha raccontato senza filtri la vita nelle banlieue

In occasione dell'anniversario, la pellicola di Kassovitz torna nelle sale francesi in versione restaurata
2 minuti di lettura
PARIGI. Succede di rado che un film scombussoli un intero Paese, spingendo un capo di governo a farlo vedere ai suoi ministri e un presidente a consigliarlo nelle scuole, scatenando un dibattito acceso che sarebbe durato anni sulla sua potenza narrativa e anche, per alcuni, diseducativa. Con L’Odio, La Haine, successero molte altre cose. Quando uscì, nel 1995 in Francia, il film di Mathieu Kassovitz portò al cinema 2 milioni di persone e contribuì a rompere l’ipocrisia della politica sulla condizione delle banlieue di cui tutti sapevano e di cui nessuno si era davvero fatto carico - il disagio sociale, economico, la violenza della polizia - ma fece anche conoscere la cultura e lo stile di vita delle seconde generazioni di immigrati che vivevano la vita difficile dei sobborghi. La musica rap come espressione della rabbia sociale, il verlan, lo slang che identificava il linguaggio colorito delle banlieue. 

Venticinque anni dopo, nei cinema fra…
PARIGI. Succede di rado che un film scombussoli un intero Paese, spingendo un capo di governo a farlo vedere ai suoi ministri e un presidente a consigliarlo nelle scuole, scatenando un dibattito acceso che sarebbe durato anni sulla sua potenza narrativa e anche, per alcuni, diseducativa. Con L’Odio, La Haine, successero molte altre cose. Quando uscì, nel 1995 in Francia, il film di Mathieu Kassovitz portò al cinema 2 milioni di persone e contribuì a rompere l’ipocrisia della politica sulla condizione delle banlieue di cui tutti sapevano e di cui nessuno si era davvero fatto carico - il disagio sociale, economico, la violenza della polizia - ma fece anche conoscere la cultura e lo stile di vita delle seconde generazioni di immigrati che vivevano la vita difficile dei sobborghi. La musica rap come espressione della rabbia sociale, il verlan, lo slang che identificava il linguaggio colorito delle banlieue. 

Venticinque anni dopo, nei cinema francesi è tornata una versione restaurata del film, in omaggio a quelle ventiquattro ore con Vinz, Hubert e Saïd nella periferia di Chanteloup les Vigne che consacrarono Vincent Cassel, allora 28enne, come attore e diedero la Palma d’oro come miglior regista a Kassovitz, anche lui all’epoca 28enne. Il regista francese aveva cominciato a scrivere il film due anni prima, nel 1993, il giorno in cui Makome M’Bowole, un giovane dello Zaire, era stato ucciso dalla polizia durante un interrogatorio, uno dei tanti episodi di violenza da parte della polizia che si registravano già da anni contro i giovani delle benlieue, in maggioranza di origini africane.
 
L’allora presidente francese Jacques Chirac scrisse a Kassovitz per complimentarsi, il primo ministro Alain Juppé organizzò una proiezione per i funzionari governativi, gli insegnanti portarono gli alunni a vederlo. L’uscita nelle sale scatenò un lungo dibattito: da destra accusarono Kassovitz di aver fatto un film contro la polizia, da sinistra la critica era indirizzata soprattutto al sessismo implicito del film, che aveva dato spazio solo a storie di uomini, e alla sua tendenza a schiacciare la realtà composita delle periferie sul fenomeno della violenza. L’inviato del quotidiano Liberation a Cannes raccontò anche che la polizia aveva girato le spalle ad attori e regista durante le celebrazioni del festival. Anni dopo, quando nel 2005 esplosero nuovamente le banlieue parigine, Kassovitz ingaggiò un duro scontro via blog con l'ex presidente Sarkozy (all'epoca ministro dell'Interno), definito "il piccolo Napoleone", per la repressione. Sarkò rispose accusando Kassovitz di difendere gli hooligans. 
 

Comunque lo si guardi, con la sua colonna sonora nuova e il bianco e nero, L’Odio è stato un film spartiacque. “E' riuscito a combinare il racconto di problemi molto importanti in Francia, come la frattura sociale nelle banlieue, in un periodo di rivolte e conflitti, con un’estetica affascinante e molto efficace, innovativa”, dice Ginette Vincendeau, che insegna cinema al King's College di Londra e a l’Odio ha dedicato un libro, La Haine: Mathieu Kassovitz, 1995. 

I problemi nelle banlieue c’erano già, ma negli anni Novanta diventarono caldi, roventi, dando vita a una sequenza di rivolte che si sono ripetute anche nel 2005, nel 2017. “Prima de L’Odio c’erano stati altri film sulla condizione dei sobborghi girati da registi nati e cresciuti nelle banlieue, diversamente da Kassovitz, ma nessuno aveva avuto tanto successo. Kassovitz riuscì a dare un tocco francese ai film d’azione americani: i suoi maestri - come lui stesso raccontò - erano registi come Spike Lee”. 
 
Il film fu girato a colori ma distribuito in bianco e nero, che "gli diede la forza di un evento reale, in presa diretta, e allo spettatore la sensazione di stare dentro le cose che succedevano, oltre a renderlo bello, elegante esteticamente”, spiega Vincendeau. L’altra scelta riuscita fu la caratterizzazione dei personaggi. Un ragazzo nero, un bianco ebreo e un giovane magrebino condividevano lo stesso destino, la morte di un amico e l’alienazione di una società che aveva poco da offrire.

“A differenza di altri film anche contemporanei che raccontano i sobborghi, L’Odio non è un film sul razzismo, in questo differente dalle opere di Spike Lee: i tre giovani sono amici, condividono gli stessi problemi. In questo senso è un film molto francese, segue l’idea di una nuova identità francese consacrata dal laicismo”. Contro lo Stato, la sua violenza, ma patriottico. “I problemi sono per tutti gli stessi, bianchi, neri, arabi, Kassovitz raffigurò il nuovo concetto di identità francese”.