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Una vista della zona vicino al porto distrutta dall'esplosione (ansa)

Lo scrittore Douaihy: "Sopravvivere a ogni calamità è il destino di Beirut"

L'autore libanese di "Pioggia di giugno" dopo l'esplosione di martedì nel porto:  "Siamo un Paese fallito. Ci troviamo in un buco nero e sarà difficilissimo ricostruire. Rimangono pochi lembi di terra a cui aggrapparsi per ricominciare"
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Beirut ha una lunga storia, una storia romana che all'epoca si mantenne viva nelle aule delle sue famose scuole di diritto. Ma ci sono stati anche momenti di vuoto, durante i quali la vita è sembrata rimpicciolirsi, come accadde dopo il violento terremoto del 551, da cui la città impiegò molto tempo a risollevarsi. Molti secoli dopo, nell'Ottocento, anche grazie al contributo di Pascià l'Egiziano, che fu inviato dal padre Alì in Libano e in Siria a combattere, Beirut si impose nel commercio per mare, venne costruito il porto. Il porto che conosciamo, che era candidato, all'epoca, a diventare il porto principale della città, ma rifiutò di sottoporsi alla quarantena, quindi venne predisposta una zona di quarantena non lontana da Beirut, e a partire da quel momento per la città, dove a lungo era infuriata la peste, iniziò un periodo di ripresa, pur continuando a essere bersaglio di conflitti, come nel 1840, qu…
Beirut ha una lunga storia, una storia romana che all'epoca si mantenne viva nelle aule delle sue famose scuole di diritto. Ma ci sono stati anche momenti di vuoto, durante i quali la vita è sembrata rimpicciolirsi, come accadde dopo il violento terremoto del 551, da cui la città impiegò molto tempo a risollevarsi. Molti secoli dopo, nell'Ottocento, anche grazie al contributo di Pascià l'Egiziano, che fu inviato dal padre Alì in Libano e in Siria a combattere, Beirut si impose nel commercio per mare, venne costruito il porto. Il porto che conosciamo, che era candidato, all'epoca, a diventare il porto principale della città, ma rifiutò di sottoporsi alla quarantena, quindi venne predisposta una zona di quarantena non lontana da Beirut, e a partire da quel momento per la città, dove a lungo era infuriata la peste, iniziò un periodo di ripresa, pur continuando a essere bersaglio di conflitti, come nel 1840, quando fu bombardata e riconquistata dai turchi, alleati dei britannici e degli austriaci.

Beirut ha vissuto momenti di grande diversificazione a livello di comunità internazionale, accogliendo in varie aree persone e investimenti esterni, in particolare da Siria e Irak; altre persone emigrarono in Egitto e poi tornarono in Libano, dopo il regime militare di Nasser. In ogni caso per decenni Beirut è stata punto di approdo di molte truppe, a iniziare dalle guerre civili. È una città che giornalisti e diplomatici amano, sono affascinati dalla sua capacità di sopravvivere a ogni calamità; io lo posso confermare: ha sempre cercato di sottrarsi alle pastoie della guerra per svolgere un ruolo di spicco in tutto il Medio Oriente. Alcune forze di opposizione hanno cercato di indebolire questa sua tendenza, però per quanto spesso si trovi sotto fuochi incrociati, la città sopravvive. Pur presa d'assalto più volte da milizie giunte dalle zone interne del continente, si è sempre ripresa l'urbanità, la vocazione di rimanere un punto saldo per la libertà di stampa. Nonostante le retrocessioni, ci si ripromette ogni volta di risalire le posizioni perdute. Ma in questo caso l'esplosione immensa, orribile di cui è stata vittima, che potrebbe essere anche del tutto casuale - non abbiamo ancora tutti gli elementi per trarre conclusioni - dovrebbe spingerci più che mai a produrre, soprattutto perché arriva dopo una lunga serie di avvenimenti negativi che ci hanno colpiti, a Beirut e in tutto il Libano.

Viviamo una fase di decadenza politica, della classe dirigente; abbiamo un'economia che ha toccato il fondo, un paese in ginocchio, e ora è arrivato questo colpo di grazia a base di tonnellate di nitrato. Chi aveva immagazzinato fuochi d'artificio in quel modo ha comunque creato le condizioni per la carneficina. Non si scartano interventi dall'esterno, magari israeliani: da tempo Israele puntava il dito contro il nostro porto indicandolo come il luogo in cui Hezbollah nascondeva le proprie armi. È stata fatta una ricognizione e non si è trovato nulla. Ora l'opinione pubblica libanese esige che vengano trovati e puniti i responsabili di questa strage, ma sono davvero poche le speranze di riuscire a identificarli, perché siamo un paese fallito, dal punto di vista giuridico, economico e politico.

Il Libano si trova in un buco nero e sarà difficilissimo trovare i mezzi per resistere, questa volta, per rimettersi a ricostruire questo Paese che già prima andava ricostruito ogni mattina. Rimangono pochi lembi di terra a cui aggrapparsi per ricominciare dopo essere stato, il Libano, campo di battaglia di un'occupazione prima israeliana, poi siriana; per essere stato spazio di accoglienza delle organizzazioni per la liberazione della Palestina; per aver spalancato le porte a ogni minaccia militare, a ogni pratica mafiosa.

Solo se cessa tutto questo può rimanere una piccola speranza di ripresa, e se una forza internazionale interviene per imporre la neutralità a questo piccolo paese pieno di promesse e prostrato da una piaga insuperabile: l'emigrazione. Vogliono andarsene tutti, soprattutto quelli che hanno una formazione e che dovrebbero invece essere le prima risorsa per la ricostruzione del paese. Questa è una perdita che non saremo mai in grado di ripianare. Dal punto di vista personale posso dirvi che i miei figli stanno cercando in tutti i modi di rimanere; mentre vi parlo stanno dando una mano a raccogliere le schegge di vetro che hanno invaso ogni spazio della città dopo l'esplosione, e spero per loro che abbiano un'opportunità, l'opportunità di esercitare la loro vocazione di araba fenice - perdonatemi l'espressione, che i libanesi stessi vorrebbero scrollarsi di dosso - , per l'ennesima volta, in questo piccolo paese affacciato su un piccolo mare.
Traduzione di Monica Rita Bedana