Il deputato tycoon: “Il Libano distrutto da banchieri e politici”
dal nostro inviato VINCENZO NIGROA colloquio con Fuad Makhzoumi, industriale miliardario prestato alla politica
BEIRUT - «Il Libano non ha più tempo, ma nessuno crede più al Libano. Le nostre banche, il nostro governo hanno messo in piedi quello che nel mondo finanziario è conosciuto come “schema Ponzi”: una truffa miliardaria, gigantesca, ordinata perché le banche private e la Banca centrale dovevano alimentare di miliardi di dollari il sistema politico. È andato avanti per anni: poi, come tutti gli “schemi Ponzi”, è saltato. E ha fatto saltare il Libano».
Quando legge le ultime statistiche sulla situazione alimentare nel suo Paese, il deputato Fuad Makhzoumi raffredda il suo gigantesco ottimismo. L’Onu prevede che fra due settimane il Libano finirà senza farina e senza pane. Makhzoumi è un industriale libanese, miliardario, il più grande produttore al mondo di tubature in vetroresina per trasportare acqua, gas e petrolio. Ha fabbriche e uffici in America, Olanda, Spagna, Egitto, Ara…
Quando legge le ultime statistiche sulla situazione alimentare nel suo Paese, il deputato Fuad Makhzoumi raffredda il suo gigantesco ottimismo. L’Onu prevede che fra due settimane il Libano finirà senza farina e senza pane. Makhzoumi è un industriale libanese, miliardario, il più grande produttore al mondo di tubature in vetroresina per trasportare acqua, gas e petrolio. Ha fabbriche e uffici in America, Olanda, Spagna, Egitto, Ara…
BEIRUT - «Il Libano non ha più tempo, ma nessuno crede più al Libano. Le nostre banche, il nostro governo hanno messo in piedi quello che nel mondo finanziario è conosciuto come “schema Ponzi”: una truffa miliardaria, gigantesca, ordinata perché le banche private e la Banca centrale dovevano alimentare di miliardi di dollari il sistema politico. È andato avanti per anni: poi, come tutti gli “schemi Ponzi”, è saltato. E ha fatto saltare il Libano».
Quando legge le ultime statistiche sulla situazione alimentare nel suo Paese, il deputato Fuad Makhzoumi raffredda il suo gigantesco ottimismo. L’Onu prevede che fra due settimane il Libano finirà senza farina e senza pane. Makhzoumi è un industriale libanese, miliardario, il più grande produttore al mondo di tubature in vetroresina per trasportare acqua, gas e petrolio. Ha fabbriche e uffici in America, Olanda, Spagna, Egitto, Arabia Saudita, India, Malesia, Corea del Sud. Lavora in Italia con Saipem Techint, Salini. A Roma incontra gente come Romano Prodi, Enrico Letta, Silvio Berlusconi. Si è lanciato in politica due anni fa, è il solo deputato del suo partito personale “Dialogo”: è un sunnita e quindi secondo lo schema confessionale in vigore, potrebbe ambire ad essere primo ministro (il presidente è cristiano e il presidente del Parlamento sciita). Ma ha molti avversari, innanzitutto i fratelli sunniti del partito di Saad Hariri che non lo vogliono perché non ha fatto parte del loro sistema.
«La crisi finanziaria che è esplosa oggi è il risultato delle politiche fallimentari seguite dal 1990, da quando è finita la guerra civile. Lo Stato è fallito anche perché noi esportiamo beni e servizi per 3,7 miliardi di dollari e ne importiamo per 20 miliardi. Importiamo tutto, tutto in dollari». Come è stato messo in piedi questo “Schema Ponzi” di Stato? «La Banca centrale non poteva più andare sui mercati a comprare denaro perché da anni il Paese non era credibile. Allora imponeva alle banche private di acquistare loro denaro sui mercati; compravano all’8, anche al 10%. Lo prestavano alla Banca centrale al 2%. Tutti sapevano che quel sistema sarebbe saltato, non era possibile restituire denaro a quei tassi: un sistema destinato al default. E quando il 17 ottobre 2019 è partita la rivoluzione, le banche hanno chiuso, sono fallite, ma prima hanno portato all’estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi».
Il primo ministro Hassan Diab, il tecnocrate che si è dimesso lunedì, in marzo aveva guardato i conti e dichiarato il default. «Abbiamo iniziato il negoziato con il Fondo monetario internazionale, ma il mondo ci ha avvertito, l’ha fatto chiaro il presidente Macron quando è venuto per primo qui a Beirut il giorno dopo la tragedia. Ci ha detto in faccia non avrete più un dollaro, non avrete prestiti se non fate le riforme, se non cambiate il sistema che ha portato al collasso. La rivoluzione e ancora di più l’esplosione al porto di una settimana fa – sostiene Makhzoumi - sono un allarme definitivo: un sistema politico come questo permetteva a politici corrotti di unirsi a funzionari, a banchieri, a uno Stato corrotto o incapace, come nel caso delle 2.750 tonnellate di esplosivo al porto. Lo sapevano in molti, da anni, non hanno fatto nulla…».
Prima di dimettersi, il premier Diab aveva fatto partire il negoziato con l’Fmi. Ma dopo 15 sessioni con il team di esperti mandato da Washington, le delegazioni «erano d’accordo sul fatto che non era stato trovato l’accordo». Alla fine di giugno Henri Chaoul, principale consigliere del ministro delle Finanze, si era dimesso, accusando i banchieri di essere in combutta con i politici per affondare l’accordo con l’Fmi. La politica avrebbe dovuto accettare riforme che non voleva: sperava che il mondo avrebbe regalato altri miliardi. L’Associazione delle Banche, la cui sede è stata devastata sabato notte, aveva attaccato il piano proposto dall’Fmi, dicendo che c’era ancora spazio per manovrare. E così il governatore centrale, Riad Salameh, per settimane ha detto che la situazione non era poi così catastrofica, che i soldi c’erano o sarebbero arrivati. «Ma negoziare un prestito con non significa solo parlare di soldi e di bilanci», ha detto a Bloomberg Chaoul: «Significa parlare di riforme, disciplina, trasparenza, decisioni che la politica non ha voluto prendere».
Le notizie della crisi economica stanno facendo precipitare il popolo in depressione. La polizia (accusata di essere corrotta) ha iniziato a registrare furti di latte, medicine, bombole di ossigeno. L’inviato del World Food Program, dopo aver esaminato i silos del grano saltati in aria, lo ha detto chiaro: «Il Libano ha pane e farina per due settimane e mezza. Facciamo arrivare delle navi, ma potrebbero esserci problemi…». In Libano potrebbero ritornare anche i ladri di farina.
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Quando legge le ultime statistiche sulla situazione alimentare nel suo Paese, il deputato Fuad Makhzoumi raffredda il suo gigantesco ottimismo. L’Onu prevede che fra due settimane il Libano finirà senza farina e senza pane. Makhzoumi è un industriale libanese, miliardario, il più grande produttore al mondo di tubature in vetroresina per trasportare acqua, gas e petrolio. Ha fabbriche e uffici in America, Olanda, Spagna, Egitto, Arabia Saudita, India, Malesia, Corea del Sud. Lavora in Italia con Saipem Techint, Salini. A Roma incontra gente come Romano Prodi, Enrico Letta, Silvio Berlusconi. Si è lanciato in politica due anni fa, è il solo deputato del suo partito personale “Dialogo”: è un sunnita e quindi secondo lo schema confessionale in vigore, potrebbe ambire ad essere primo ministro (il presidente è cristiano e il presidente del Parlamento sciita). Ma ha molti avversari, innanzitutto i fratelli sunniti del partito di Saad Hariri che non lo vogliono perché non ha fatto parte del loro sistema.
«La crisi finanziaria che è esplosa oggi è il risultato delle politiche fallimentari seguite dal 1990, da quando è finita la guerra civile. Lo Stato è fallito anche perché noi esportiamo beni e servizi per 3,7 miliardi di dollari e ne importiamo per 20 miliardi. Importiamo tutto, tutto in dollari». Come è stato messo in piedi questo “Schema Ponzi” di Stato? «La Banca centrale non poteva più andare sui mercati a comprare denaro perché da anni il Paese non era credibile. Allora imponeva alle banche private di acquistare loro denaro sui mercati; compravano all’8, anche al 10%. Lo prestavano alla Banca centrale al 2%. Tutti sapevano che quel sistema sarebbe saltato, non era possibile restituire denaro a quei tassi: un sistema destinato al default. E quando il 17 ottobre 2019 è partita la rivoluzione, le banche hanno chiuso, sono fallite, ma prima hanno portato all’estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi».
Il primo ministro Hassan Diab, il tecnocrate che si è dimesso lunedì, in marzo aveva guardato i conti e dichiarato il default. «Abbiamo iniziato il negoziato con il Fondo monetario internazionale, ma il mondo ci ha avvertito, l’ha fatto chiaro il presidente Macron quando è venuto per primo qui a Beirut il giorno dopo la tragedia. Ci ha detto in faccia non avrete più un dollaro, non avrete prestiti se non fate le riforme, se non cambiate il sistema che ha portato al collasso. La rivoluzione e ancora di più l’esplosione al porto di una settimana fa – sostiene Makhzoumi - sono un allarme definitivo: un sistema politico come questo permetteva a politici corrotti di unirsi a funzionari, a banchieri, a uno Stato corrotto o incapace, come nel caso delle 2.750 tonnellate di esplosivo al porto. Lo sapevano in molti, da anni, non hanno fatto nulla…».
Prima di dimettersi, il premier Diab aveva fatto partire il negoziato con l’Fmi. Ma dopo 15 sessioni con il team di esperti mandato da Washington, le delegazioni «erano d’accordo sul fatto che non era stato trovato l’accordo». Alla fine di giugno Henri Chaoul, principale consigliere del ministro delle Finanze, si era dimesso, accusando i banchieri di essere in combutta con i politici per affondare l’accordo con l’Fmi. La politica avrebbe dovuto accettare riforme che non voleva: sperava che il mondo avrebbe regalato altri miliardi. L’Associazione delle Banche, la cui sede è stata devastata sabato notte, aveva attaccato il piano proposto dall’Fmi, dicendo che c’era ancora spazio per manovrare. E così il governatore centrale, Riad Salameh, per settimane ha detto che la situazione non era poi così catastrofica, che i soldi c’erano o sarebbero arrivati. «Ma negoziare un prestito con non significa solo parlare di soldi e di bilanci», ha detto a Bloomberg Chaoul: «Significa parlare di riforme, disciplina, trasparenza, decisioni che la politica non ha voluto prendere».
Le notizie della crisi economica stanno facendo precipitare il popolo in depressione. La polizia (accusata di essere corrotta) ha iniziato a registrare furti di latte, medicine, bombole di ossigeno. L’inviato del World Food Program, dopo aver esaminato i silos del grano saltati in aria, lo ha detto chiaro: «Il Libano ha pane e farina per due settimane e mezza. Facciamo arrivare delle navi, ma potrebbero esserci problemi…». In Libano potrebbero ritornare anche i ladri di farina.
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