✕

A Minsk in marcia per futuro e libertà: "Non abbiamo paura"

Dieci giorni di protesta in Bielorussia contro i brogli di Lukashenko. Violenze, torture e repressione. Ma l'opposizione conquista le piazze
3 minuti di lettura
MINSK - Le prime marce di dissenso qui a Minsk sono iniziate già la sera del 9 agosto: nello stesso momento sono iniziati i fermi durissimi dei partecipanti alle proteste pacifiche. Contro gente disarmata che passeggiava per il centro della capitale sono stati mandati drappelli delle squadre speciali della polizia: ben armati ed addestrati.

È stato in quel momento, o forse nelle settimane precedenti, nel corso di una campagna elettorale che sembrava un serial coinvolgente, tipo The games of thrones che molti europei hanno scoperto dove fosse la Bielorussia. In pochi giorni, il nostro piccolo Paese popolato da appena 9 milioni di abitanti è attirato l’attenzione di tutta la comunità internazionale.

Ad attirare l’attenzione non sono state tanto le elezioni in sé, quanto piuttosto il loro risultato e ciò che ha provocato: dopo il voto del 9 agosto la Commissione elettorale eentrale ha reso pubblici i risultati preliminari secondo i …
MINSK - Le prime marce di dissenso qui a Minsk sono iniziate già la sera del 9 agosto: nello stesso momento sono iniziati i fermi durissimi dei partecipanti alle proteste pacifiche. Contro gente disarmata che passeggiava per il centro della capitale sono stati mandati drappelli delle squadre speciali della polizia: ben armati ed addestrati.

È stato in quel momento, o forse nelle settimane precedenti, nel corso di una campagna elettorale che sembrava un serial coinvolgente, tipo The games of thrones che molti europei hanno scoperto dove fosse la Bielorussia. In pochi giorni, il nostro piccolo Paese popolato da appena 9 milioni di abitanti è attirato l’attenzione di tutta la comunità internazionale.

Ad attirare l’attenzione non sono state tanto le elezioni in sé, quanto piuttosto il loro risultato e ciò che ha provocato: dopo il voto del 9 agosto la Commissione elettorale eentrale ha reso pubblici i risultati preliminari secondo i quali il presidente Aleksandr Lukashenko avrebbe preso l’80% dei voti degli elettori. Per la sua sfidante principale, Svetlana Tsikhanouskaja, avrebbe votato il 10,1%: invece secondo le stime indipendenti in diverse regioni del Paese la Tsikhanouskaya, sarebbe stata votata dal 60-80% degli elettori. Per questo la gente è scesa in strada: ed è stata picchiata.

Passanti disarmati sono stati fermati per strada e portati in carcere dove venivano picchiati selvaggiamente e sottoposti a torture. Al momento il destino di 76 persone fermate non è chiaro: non si trovano né in carceri né in ospedali. Parlare con le persone per noi giornalisti in questi giorni non è facile: ma secondo quanto mi hanno riferito i medici dei vari ospedali dove sono stati portati quelli che hanno subito torture, i corpi dei pazienti erano seviziati davvero brutalmente.

Anastasija Kalashnikova, un’infermiera, racconta di pazienti picchiati da poliziotti sotto gli occhi dei medici convocati nelle stazioni di polizia: «Gridavano in modo straziante. Erano a faccia in giù, in posizione embrionale, qualcuno si rifugiava lungo il muro con gambe e braccia spalancate: gli agenti continuavano a picchiarli. Poi i poliziotti mi hanno detto che no c’era bisogno di visitarli perché non avevano niente, nessuna ferita. E che comunque non dovevo chiedere troppo».

Un racconto che coincide con altre storie che circolano in rete: come quella di Igor Yermolov, insegnante di danza che lavorava come volontario nella campagna di uno degli oppositori di Lukashenko. Arrestato la sera del 12 agosto, cercato ovunque da amici e parenti e alla fine rintracciato in coma in un ospedale militare di Minsk, dove è ricoverato per un grave trauma cranico. Nonostante sia incosciente, è guardato a vista da agenti in abiti civili. Anche chi denuncia infatti rischia molto: Pavel Latushko, direttore del teatro Kupala theater ed ex ministro della Cultura, è stato licenziato per aver chiesto che i responsabili delle violenze siano portati davanti alla giustizia.

La situazione non è difficile solo qui nella capitale: dal 10 agosto le città bielorusse hanno visto un’ondata di proteste. Subito, è scomparsa la connessione a Internet, ma i bielorussi hanno subito trovato un espediente e sono entrati in Rete usando connessioni VPN e proxi-server stranieri. Così hanno cominciato ad organizzarsi via social network. Uno dei risultati sono stati gli eventi delle donne vestite in bianco, apparse immobili o in marcia nelle strade con fiori in mano lungo le strade. Le macchine passanti rispondevano loro suonando i clacson e tutto intorno i volontari portavano acqua, biscotti e cioccolata.

Gruppi di uomini sono arrivati con mazzi di rose da regalare alle manifestanti. È successo qui, come nelle città di provincia. Io stessa sono stata avvicinata da un signore anziano che mi ha offerto dell’acqua mentre lavoravo: era un pensionato ma aveva comprato di tasca sua una scorta di acqua minerale che distribuiva alle manifestanti. Finite le manifestazioni la gente lasciava i fiori per strada e se ne andava pacificamente.

Ma questo non è bastato a fermare la violenza. Il 16 agosto nella piazza principale di Minsk: secondo i media statali hanno partecipato circa 50 mila persone, ma i media indipendenti parlano di numeri molto più modesti, circa 15-20 mila. Secondo molte fonti tante persone dalle province sono state portare alla manifestazione dalle zone di provincia dietro minaccia di licenziamento. Questo non è bastato per evitare che alcuni operai fischiassero contro il presidente.

Parallelamente sotto l’obelisco Minsk si sono riunite più di 200 mila persone contro il presidente: l’evento di protesta più grande di tutti i 26 anni del regime di Lukashenko. La situazione è stata piuttosto curiosa: in una parte della capitale si gridava “Vattene!” e si cantavano canzoni folcloristiche mentre poco lontano da lì Lukashenko prometteva di non cedere il Paese a nessuno. Davanti alla folla il presidente ha ammesso che la repressione delle violenze contro di lui è stata dura, ma ha dato la colpa ai manifestanti.

Cosa accadrà ora? Come finirà il braccio di ferro? Secondo il noto economista e politologo indipendente Serghej Cialyj è impossibile prevederlo. Ma non si può restare fermi a guardare: «È il momento di fare qualcosa», dice.

Traduzione di ?Alexey Larionov