✕
(afp)

Mali, così è andato in pezzi il caleidoscopio dell’Africa

Da Timbuctù ai Dogon, a lungo questo Paese ha influenzato il mondo con la sua cultura e la sua musica. Ma ora è vittima delle violenze innescate nella regione dalla caduta di Gheddafi in Libia
3 minuti di lettura
Pietà per il Mali, viene da gridare, come oggi torniamo a implorare "pietà per il Libano" o diciamo pietà per lo Yemen, poveri Paesi che pagano nella propria carne la loro ricchezza di identità e di culture, la loro bellezza mutevole e fragile.

Per decenni il Mali si è illuso di essere un Paese felice, meta di turisti, di antropologi ed etnologi, di musicisti e stilisti. Forse il Paese africano con la più alta densità di intellettuali e artisti per abitante, dalla saggista Aminata Traoré al grande chitarrista Ali Farka Touré; esplorato dall'etnopsichiatra italiano Piero Coppo al regista americano Martin Scorsese, che vi è andato a cercare (e trovare) le fonti del blues.

Il Paese di Timbuktu, con la sua leggendaria biblioteca alle porte del deserto; della meravigliosa moschea di terra di Djenné; dei Dogon e dei Tuareg, etnie-mito dell'Africa più cantata e ammirata, oggi in guerra, vi…
Pietà per il Mali, viene da gridare, come oggi torniamo a implorare "pietà per il Libano" o diciamo pietà per lo Yemen, poveri Paesi che pagano nella propria carne la loro ricchezza di identità e di culture, la loro bellezza mutevole e fragile.

Per decenni il Mali si è illuso di essere un Paese felice, meta di turisti, di antropologi ed etnologi, di musicisti e stilisti. Forse il Paese africano con la più alta densità di intellettuali e artisti per abitante, dalla saggista Aminata Traoré al grande chitarrista Ali Farka Touré; esplorato dall'etnopsichiatra italiano Piero Coppo al regista americano Martin Scorsese, che vi è andato a cercare (e trovare) le fonti del blues.

Il Paese di Timbuktu, con la sua leggendaria biblioteca alle porte del deserto; della meravigliosa moschea di terra di Djenné; dei Dogon e dei Tuareg, etnie-mito dell'Africa più cantata e ammirata, oggi in guerra, vittime o complici dell'islamismo più feroce.

È difficile dire adesso come sia finito in mille pezzi questo caleidoscopio africano, che dalle solitudini roventi del Sahara alla grande ansa del Niger - dapprima diretto a nord, per poi rovesciare il suo corso e puntare verso il Golfo di Guinea - , fino al suo verdeggiante meridione, ha fatto sognare migliaia di viaggiatori.

All'origine più immediata della sua disgrazia c'è il crollo del regime di Muammar Gheddafi in Libia sul finire del 2011. Chi volle la fine di Gheddafi non aveva minimamente calcolato né saputo prevedere lo tsunami di sabbia, di armi e illegalità che come un'incontrollabile onda d'urto si propagò a sud attraverso il Sahara, investendone senza incontrare resistenza la sponda meridionale. Le milizie nomadi che erano state alleate del beduino Gheddafi si riversarono contro villaggi e città del tutto impreparate a difendersi, in nome di antichi risentimenti ora trasfigurati dal fanatismo religioso.

Anche il Ciad, il Burkina Faso, il Niger furono investiti dal vento della destabilizzazione. Ma il Mali fu il primo a crollare, come un edificio roso da tarli che non si era saputo o voluto fermare. Il primo è la "questione settentrionale" maliana, se vogliamo chiamarla così: il problema di una Paese vastissimo, sempre governato da una classe dirigente del sud, che ha cronicamente trascurato rivendicazioni e lagnanze delle genti del nord, più povere e arretrate, sempre ostili a uno Stato che non hanno mai sentito loro. Una "questione" costata infinite ribellioni, mai risolta malgrado i ripetuti accordi di pace, e riesplosa con furore nel 2012 sotto gli stendardi neri del Califfato islamista.

Il secondo lavorìo che ha minato il fragile edificio nazionale maliano è stata la diffusa predicazione di chierici in sandali e bisaccia che per anni, sul finire del Novecento, hanno diffuso capillarmente di villaggio in villaggio il credo dell'Islam salafita e wahabita. Invisibili ai radar più sofisticati, modesti e inermi, accesi da una fede fanatica hanno fatto un lungo lavoro di proselitismo che ha finito per lacerare il tessuto sociale.

Quando avevano notizia che nel tale villaggio le donne avevano preso a uscire di casa indossando il niqab o addirittura il burqa, abiti del tutto estranei alla tradizione africana, le sofisticate signore di Bamako alzavano gli occhi al cielo, tuonavano contro l'arretratezza di quelli del nord e poi andavano a ballare, ignare che il loro Paese si avviava al disfacimento.

Quando la ribellione islamista sembrò avere infine aperta davanti a sé la strada della capitale, ci fu nel 2012 un primo colpo di Stato militare. Gli ufficiali lamentavano di non essere messi in grado di fronteggiare il nemico interno: mancavano di armi, munizioni, stipendi. La situazione sarebbe precipitata non fosse stato per l'intervento armato dapprima francese, poi dell'Unione africana e dell'Onu - e per le faide spietate tra i capi delle diverse milizie jihadiste in competizione fra di loro.

Gli aggressori furono ricacciati al nord ma da allora il Mali non si è più ripreso. Non si è riunificato, la sua dipendenza dall'aiuto militare ed economico internazionale si è acutizzata, le milizie sospinte verso i confini hanno esportato le loro razzie nei Paesi vicini, accrescendo l'instabilità generale della regione. A Bamako il potere era stato restituito ai civili ma i successivi presidenti eletti non hanno avuto alcun polso né iniziativa, lasciando che la corruzione già endemica diventasse soffocante e onnivora. L'Unione africana, l'Ue, gli Stati Uniti e l'Onu condannano il nuovo colpo di Stato del 18 agosto, ma per le strade di Bamako le gente applaude i soldati come dei liberatori. Già nei mesi scorsi le piazze si erano riempite di manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente Keita. Il problema è che, a parte i soldati, il Mali non sembra avere altre speranze.