Tikhanovskaja: “Ho creato un movimento popolare per amore di mio marito”
di BERNARD-HENRY LÉVY
A colloquio con l'icona della rivoluzione bielorussa che ora si trova in Lituania, a Vilnius
Aggiornato 9 minuti di lettura
È a Vilnius, capitale della Lituania, che ho incontrato Svetlana Tikhanovskaja, l’icona della rivoluzione che duecento chilometri più in là, in Bielorussia, sta facendo vacillare l’ultima dittatura d’Europa. Arriva, con qualche minuto di ritardo, nei locali senz’anima di una Ong locale consacrata, come ai tempi della Guerra Fredda, ai “rapporti Est-Ovest” e il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo. È accompagnata da un’assistente elettorale, da un militante di un’altra Ong, stavolta americana, la Freedom House, che sembra averla presa sotto la sua ala protettrice da quando è arrivata, dieci giorni fa, all’indomani delle elezioni di cui rivendica la vittoria, ma che Aleksandr Lukashenko, al potere da 26 anni, le ha rubato; e accompagnata anche da una scorta discreta, ma ben nutrita, messa a disposizione dai lituani.
Oltre alla sua aria estremamente giovanile, che cerca …
È a Vilnius, capitale della Lituania, che ho incontrato Svetlana Tikhanovskaja, l’icona della rivoluzione che duecento chilometri più in là, in Bielorussia, sta facendo vacillare l’ultima dittatura d’Europa. Arriva, con qualche minuto di ritardo, nei locali senz’anima di una Ong locale consacrata, come ai tempi della Guerra Fredda, ai “rapporti Est-Ovest” e il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo. È accompagnata da un’assistente elettorale, da un militante di un’altra Ong, stavolta americana, la Freedom House, che sembra averla presa sotto la sua ala protettrice da quando è arrivata, dieci giorni fa, all’indomani delle elezioni di cui rivendica la vittoria, ma che Aleksandr Lukashenko, al potere da 26 anni, le ha rubato; e accompagnata anche da una scorta discreta, ma ben nutrita, messa a disposizione dai lituani.
Oltre alla sua aria estremamente giovanile, che cerca di correggere con un tailleur pantalone beige che la fa sembrare una Angela Merkel al debutto, la prima cosa che mi colpisce è una strana timidezza, tipica di quelle persone che sembrano sempre scusarsi di essere lì e che la mette in grave imbarazzo anche solo per scegliere la sua sedia intorno a dei tavoli in formica sistemati a ferro di cavallo, dove sono stati messi dei blocchi di carta e dei vassoi di biscotti. «Non sono abituata», si giustifica in un inglese incerto, mentre cambia posto per la quarta volta, forse per non avere la finestra di fronte (il principale oppositore russo di Putin, Aleksandr Navalnyj, non è appena stato avvelenato? Gli avversari del Cremlino hanno la sgradevole tendenza, di questi tempi, a cadere come mosche). «Ho parlato al telefono con molti diplomatici», prosegue. «Ma con la stampa è la prima volta. Bisogna che capiate che sono qui a Vilnius in esilio provvisorio dal 9 agosto. Ma fino a ieri ero in quarantena a causa del Covid. E lei è il primo straniero che incontro». A Vilnius il 19 agosto. Bernard-Henri Lévi e la leader bielorussa in esilio Svetlana Tikhanovskaja
Getta rapidamente un occhio, come per assicurarsi di non aver detto troppo, al rappresentante della Ong lituana che si è sistemato dall’altro lato della stanza e rimarrà ad assistere per tutta l’ora e mezza dell’intervista. Si scusa ancora del minuscolo ritardo con cui è arrivata all’appuntamento, a causa di un video in cui esorta l’Europa a non riconoscere il risultato ufficiale, ma fraudolento, delle elezioni, e che ci teneva a caricare su internet lì, seduta stante, prima dell’inizio del vertice dell’Unione Europea a Bruxelles. «Ho visto il video», le dico indicando il mio iPhone. «È un messaggio forte. Spero con tutto il cuore che il presidente del mio Paese possa farsene avvocato».
Sussulta. «Avvocato? Intendete dire lawyer? Perché, ci sarà un processo? Un tribunale?». Si è di nuovo girata verso l’uomo della Ong lituana, che la rassicura e spiega, in russo, che «avvocato» vuol dire anche «sostenitore» e che lo scrittore in visita spera semplicemente che la Francia dei diritti dell’uomo riesca a farsi paladina di quel popolo bielorusso di cui lei è la portavoce e che, per la prima volta nella sua storia, si ribella contro una dittatura sanguinaria e imbecille.
Mi viene da pensare che fra le poche cose che sappiamo di lei, in Occidente, c’è il fatto che prima di lanciarsi in questa folle avventura politica era traduttrice dall’inglese. Ma lei non mi lascia il tempo di porle la domanda. «La Francia è il primo Paese ad avermi sostenuta. Il 14 luglio, in piena campagna elettorale, ho ricevuto una cartolina dal vostro ambasciatore. Poi un invito. È stato importante. Eravamo terribilmente soli in quel momento!». E io preferisco entrare a mia volta nel vivo dell’argomento: come ha fatto questo personaggio musiliano, questa donna senza ambizione né carisma apparente, ad arrivare a incarnare la rivolta contro un presidente, Lukashenko, che è rimasto al potere per decenni grazie alla sua brutalità omicida, oltre che ai suoi legami con il “grande fratello” russo. «L’ex presidente», mi interrompe lei cambiando bruscamente tono, la voce secca ora, e nello sguardo una magnifica espressione di trionfo. «La sua elezione è stata truccata. Nessun individuo serio, da nessuna parte, ne ha riconosciuto la legittimità. Dunque deve dire “l’ex presidente”».
D’accordo, dico io, l’ex-presidente. Ma allora mi spieghi una cosa: 80 per cento per lui, 9,9 per cento per lei… Lo scarto comunque è enorme. E la frode, in questo caso, colossale. Come ha osato? La giovane donna intimidita dell’inizio ora è quasi in collera. «Ma lui osa tutto! Assolutamente tutto! In un Paese dove non ci sono né scrutatori né osservatori internazionali nei seggi elettorali, perché dovrebbe farsi dei problemi? Riempie le urne come pare a lui» Abbiamo delle prove di questo? «Naturalmente. Abbiamo anche un test campione su un centinaio di seggi dove abbiamo potuto verificare che i risultati erano esattamente invertiti: 80 per cento per me e 10 per cento per lui. Senza parlare del fatto che il 45 per cento degli elettori avrebbe votato per corrispondenza, con largo anticipo e guarda caso per lui. È una presa in giro».
La sua voce è cambiata. Ma anche il suo atteggiamento. La debuttante di un quarto d’ora fa, imbarazzata di se stessa, ha ceduto il posto a una combattente, entrata nel labirinto delle cifre e pronta a restituire colpo su colpo. «Guardi, è semplice. Putin il mese scorso ha avuto il 78 per cento di sì per la riforma costituzionale che gli dà pieni poteri fino all’anno del mai. Posso garantirle che Lukashenko, che è un supermacho vanitoso, si sarà detto: devo fare ancora meglio di Putin; dai, andiamo con l’80 per cento». È lei che ha pronunciato il nome di Putin. Non oso dirle che quel mattino, mentre ce ne andavamo a spasso in attesa dell’appuntamento, fra il vecchio ghetto dove si trova la statua del Gaon di Vilna e via Basanaviciaus, la casa natale di Romain Gary, un giovane ricercatore di scienze sociali mi ha detto che la sua posizione nei confronti del Cremlino non era chiara e che i servizi lituani non escludevano nessuna ipotesi, neanche quella che i loro omologhi bielorussi non fossero così arrabbiati di vedere presentarsi, quella famosa notte del 9 agosto, al posto di frontiera di Kotlovka, al volante della sua automobile e munita di un visto in regola, una pasionaria imbarazzante e che, a pensarci bene, non ha mai detto nulla di definitivo contro Putin.
Ma le chiedo comunque come vede, se le manifestazioni e gli scioperi che sostiene (ormai) a distanza dovessero riuscire a rovesciare l’ex presidente Lukashenko, il futuro delle sue relazioni con Mosca. «Quello che è chiaro», mi risponde con il suo nuovo tono di voce, senza timbro e ben misurato, da dirigente che pesa le sue parole, «è che i russi sono nostri vicini. Abbiamo rapporti commerciali con loro. Anche più che con l’Europa. Perché? Sicuramente ci sono delle ragioni. Non le conosco. Perché non sono né un’economista né una politica. Ma ci sono sicuramente. E nessuno potrà andare contro questo dato di fatto: nessuno, neanche me, potrà fare una virata a 180 gradi. La Bielorussia non è l’Ucraina». Le racconto la disavventura che mi è capitata il giorno prima. Volevo, prima di giungere a Vilnius, passare per Minsk, capitale di quella Bielorussia insorta. All’aeroporto Charles de Gaulle mi sono presentato al banco check-in della Belavia, la compagnia nazionale. E là, dramma! Allarme nei computer! Sembra che il mio nome sia registrato come “indesiderabile” e gravato di un divieto di imbarco! E perché? Perché la Russia, sei anni fa, al momento della Maidan ucraina, mi mise sulla lista nera, e la Bielorussia, quanto a servizi segreti, Fsb, Kgb e trucchetti sporchi, è la Russia… Non le sembra una piccola lezione di come funziona la politica? E non è una prova supplementare del doppio gioco di Lukashenko, che un giorno fa il gradasso davanti a Putin e il giorno dopo lo chiama in soccorso, come gli uomini forti polacchi o cecoslovacchi un tempo chiamavano in soccorso Breznev?
La storia sembra incantarla. Punteggia il mio racconto di oscillazioni del capo che vogliono dire: «Lo vede? Lo vede?». Ma io proseguo. Ora vorrei capire una cosa. Lei ha appena detto di non essere né un’economista né una politica. «È vero. Sono una persona semplice. Una casalinga». Eppure vuole rovesciare un tiranno e dunque, in un modo o nell’altro, prendere il potere. Esita, fa una smorfia e ricomincia, con tono professorale, come quando si parla a qualcuno che non vuole capire. «Innanzitutto, non sono sola. Siamo in tre. Maria, Veronika e io. Un trio di donne che il macho Lukascenko ha preso sottogamba, trattandole come delle ragazzette inadatte alla politica e che hanno scatenato le prime manifestazioni di massa della storia bielorussa». Il tono è cambiato ancora. La casalinga sovrastata da un ruolo che diceva essere troppo grande per lei parla adesso come una femminista che vede nella causa delle donne il carburante della rivoluzione. «E poi quello che voglio non è necessariamente governare. Mi farò carico, naturalmente, del mio ruolo di leader nazionale. Ma con tre priorità: liberare i prigionieri politici; trascinare davanti ai tribunali i criminali dei reparti antisommossa; e poi organizzare delle vere elezioni, realmente libere, come non ne abbiamo mai avute in questo Paese…».
Riformulo la mia domanda. Ipotizziamo che non arriviate al governo. Come mai una giovane donna che, come ha appena detto lei stessa, non si è mai immischiata con la politica, decide di rivoluzionare la sua vita? Di separarsi dai suoi figli di 4 e 10 anni per metterli al sicuro all’estero? E di diventare, che lo voglia o no, la Václav Havel o la Lech Walesa bielorussa? La risposta deflagra. «Per amore». Prego? «Sì. È mio marito, Sergej Tikhanovskij, che era candidato. È un blogger influente. Filmava le persone per strada e chiedeva loro che cosa non andava nelle loro città, nelle loro vite. E metteva le sue interviste su un canale YouTube. Le autorità hanno avuto paura del suo successo. Hanno visto che le sue dirette terminavano spesso con manifestazioni non autorizzate. Allora lo hanno gettato in prigione una volta. Due volte. Poi, quando ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle presidenziali, lo hanno messo dentro una terza volta, quella buona, per una durata indefinita. Ed ecco qua. Ho preso il suo posto. Ho semplicemente deciso, per amore, di raccogliere il testimone. È questa la storia».
Sembra pensierosa, tutto a un tratto. Gira per un istante la testa e guarda, attraverso la finestra, gli alberi e la strada come se si trattasse di cose sconosciute. Prosegue. «E il miracolo è che ha funzionato. Nel nostro Paese per presentarsi bisogna raccogliere centomila firme. Firme vere…». Prende il bocco di fogli davanti a lei e fa il gesto di firmare. «Ebbene, tra la sorpresa generale, abbiamo visto code che si formavano in tutte le città. Le persone arrivavano il mattino presto. Passavano ore sotto la pioggia ad aspettare davanti a un gazebo, su un mercato, all’ingresso di un cinema. Dovunque arrivavano i poliziotti, con i loro occhi da lupi, e cercavano di disperdere la folla dicendo che non era più una raccolta firme, che così diventava una manifestazione. Ma loro scandivano “Libertà”, oppure “Noi amiamo la Bielorussia”, o il nome di mio marito. E tenevano duro. Il 19 giugno avevo le mie firme. Era nato un movimento popolare. Dal nulla. È incredibile…». La sua foga di poco fa è sparita a sua volta. E ha un modo di raccontare la storia di questo successo folgorante come se si trattasse di un’altra donna, o di lei in un’altra vita, o di un dono del cielo sceso a dirle: “Ma sì sei tu, sei tu quel Prospero, quella Sicorace, quella padrona dei venti e delle tempeste che, come la Kyne delle mitologie nordiche, scatena gli elementi”. La domanda, però mi brucia sulle labbra. Non ha avuto paura, a volte, di essere portata via e arrestata, come suo marito? «Sì. Continuamente. Mi alzavo tutte le mattine e andavo a letto tutte le sere con la paura che mi attanagliava».
E quindi? «Quindi pensavo a lui. A mio marito. Mi dava il coraggio, l’ispirazione che mi mancava». Gli parlava? Riusciva a comunicare con lui? «No. Perché è in isolamento, in una cella di sei metri quadrati, troppo piccola per lui che è così grosso e robusto. Ma non avevamo bisogno di parlare per essere in comunione» E oggi? «Uguale. Ieri era il suo compleanno. I suoi sostenitori si sono radunati sotto le sbarre della sua cella perché sentisse che pensiamo a lui. Ma la polizia lo aveva previsto e il giorno prima lo aveva spostato in un’altra cella». Mi piacerebbe continuare a farla parlare di questi giochi di ruolo fra i due sposi che stanno sfociando in un caso, unico negli annali, di rivoluzione per procura (Emmanuel Levinas, un altro grande di Vilnius, avrebbe detto: per sostituzione…). Ma l’uomo della Ong lituana lancia segnali di impazienza. Fra qualche minuto ha un appuntamento telefonico con un ministro dell’Unione europea. Perciò faccio in fretta. C’è stato un momento in cui ha avuto più paura che in altri? In cui ha ricevuto delle minacce? «Una volta, sì. Un uomo mi ha telefonato. Mi ha detto che se fosse andata fino in fondo avrei rovinato la mia vita e quella dei miei figli. La sua voce non era realmente minacciosa. Era gentile. È questo che mi ha fatto più paura». Ha pensato di rinunciare, quel giorno? «Naturalmente. Non sono molto coraggiosa, sapete. Ma ho pensato a Sergej. E ho tenuto duro».
Le domando ancora se non abbia temuto, lasciando il Paese, di essere accusata di diserzione: «Naturale, ma le persone sono gentili, hanno capito quanto coraggio mi è servito per fuggire in questo modo». Le domando cosa si aspetta dall’Occidente, e in particolare dall’Europa: «Un sostegno, naturalmente; e che ci aiutiate a convincere Lukashenko che il suo tempo è passato, che se ne deve andare». E poi le domando infine come si fa a far sloggiare un dittatore che si aggrappa al potere, e se immagina per lui un destino alla Ceausescu. Ma a quest’ultima domanda dà una risposta strana e, devo dire, disarmante. «Giochiamo a un gioco, le va? Io sono il popolo bielorusso. E lei è Lukascenko». Va bene. «Mio caro Aleksandr, lei desidera che il suo popolo sia prospero e felice». Sì. «Si rende conto che noi, il popolo, siamo stanchi di lei?» Facciamo conto che sia così. «Ora guardi da quella finestra. Che cosa vede?». Vorrei dirle che vedo alcuni di quei blocchi di architettura sovietica che dopo la Seconda guerra mondiale hanno sfigurato quella che era una delle città più belle d’Europa. Ma lei insiste, scherzosa e fintamente imbronciata. «Non dimentichi la regola del gioco. Lei è Lukashenko. E se lei è Lukashenko, vede un popolo a cui per 26 anni non ha fatto altro che dire “Siete gente che non vale niente”, ma che ora improvvisamente si è alzato in piedi e non ha più paura…». Il gioco continua per un istante su questo tono. Lei ripete, ancora una volta, che è solo una modesta «casalinga» che non capisce niente di politica ma sa riconoscere, in cambio, un popolo riunito che non vuole più piegare la schiena e che è maturo per il cambiamento.
Svetlana Tikhanovskaja, quando viene l’ora di separarci, mi fa l’effetto della famosa cuoca di cui Lenin diceva che sarebbe bastato strapparla ai suoi fornelli per farle dirigere uno Stato. È l’erede di Matrjona, quell’altra donna da poco, celebrata da Solgenitsin e il cui occhio, si diceva, vede molto più giusto di quello dei professionisti della politica. Se non fosse un’intellettuale, potrebbe, con il suo entusiasmo un po’ triste, ereditato da un popolo di reietti, assomigliare anche a quelle spigolatrici, e mietitrici varie, di cui un grande pittore europeo disse che sono tagliate nel legno di cui sono fatte le Giovanne d’Arco. Sosteniamola, sì. Stendiamo intorno a lei una di quelle catene di solidarietà che salvarono, un tempo, tanti dissidenti del regime sovietico. Allora, forse, non parlerà più soltanto di «cambiamento», ma di «democrazia», una parola che non sono sicuro che abbia pronunciato durante la nostra intervista. E allora il popolo bielorusso si spoglierà, con lei, grazie a lei, di un passato di sottomissione che lo uccide e che, visto da Vilnius, la città-coraggio, in prima linea di fronte a Putin, è un altro veleno che non aspetta altro che di diffondersi. Anche qui si gioca la sorte dell’Europa.