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Guo Pei, la "maestra del ricamo" cinese che ha conquistato l'Alta moda d'Occidente

Una carriera cominciata durante la Rivoluzione culturale di Mao e arrivata al jet set mondiale. Dagli abiti verde militare del comunismo, ai fili d'oro delle passerelle di tutto il mondo: nel 2016 Rihanna scelse un suo abito per il tappeto rosso del Met
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PECHINO - Ce lo facciamo ripetere una seconda volta. "Tre milioni di renminbi". Avevamo sentito bene. L'abito qui di fronte, questo cappotto con la fodera interna di seta italiana e l'esterno tutto ricami floreali, fili d'oro da 6 e 12 carati cuciti in oltre due anni di lavoro, è costato più di 350mila euro.

"La cliente l'ha portato una sola volta, per la mia prima sfilata a Parigi", racconta Guo Pei, mostrando la firma all'interno, un suo capello intrecciato con un filo di seta nero. "Ora vuole che resti ai suoi figli". Non sono solo abiti quelli che realizza la maestra del ricamo Guo Pei, prima (e finora unica) stilista cinese ammessa nella Camera francese della Haute Couture, il gotha mondiale dell'alta sartoria. Le sue sono opere d'arte su misura, beni di investimento per gli ultraricchi di Cina. Nel Paese diventato primo mercato globale del lusso, lei vende le fuoriserie.
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PECHINO - Ce lo facciamo ripetere una seconda volta. "Tre milioni di renminbi". Avevamo sentito bene. L'abito qui di fronte, questo cappotto con la fodera interna di seta italiana e l'esterno tutto ricami floreali, fili d'oro da 6 e 12 carati cuciti in oltre due anni di lavoro, è costato più di 350mila euro.

"La cliente l'ha portato una sola volta, per la mia prima sfilata a Parigi", racconta Guo Pei, mostrando la firma all'interno, un suo capello intrecciato con un filo di seta nero. "Ora vuole che resti ai suoi figli". Non sono solo abiti quelli che realizza la maestra del ricamo Guo Pei, prima (e finora unica) stilista cinese ammessa nella Camera francese della Haute Couture, il gotha mondiale dell'alta sartoria. Le sue sono opere d'arte su misura, beni di investimento per gli ultraricchi di Cina. Nel Paese diventato primo mercato globale del lusso, lei vende le fuoriserie.

Non stupisce sentire che il coronavirus, e la crisi economica che ha generato, hanno colpito duro anche la sua azienda: "Avevo fino a 500 dipendenti, ora siamo meno di 200", racconta nell'atelier alla periferia Nord di Pechino, tutto marmi e stucchi. Stupisce però sentirle dire che questo shock virale potrebbe lasciare un segno indelebile perfino sui consumi dei cinesi: "Non si torna indietro ai tempi di prima".

Ma prima di capire presente e futuro, bisogna raccontare da dove questa 53enne con il volto da ragazzina, camiciona nera, leggings e sandali, tanto sobria quanto le sue creazioni sono decorate, è partita. La sua storia coincide è quella del miracolo cinese e inizia durante la Rivoluzione culturale di Mao, quando in Cina "non esisteva alcuna moda, alcuna cultura", distrutte in nome dell'ideale di rinnovamento comunista.

Della sua infanzia pechinese Guo ricorda semplici vestiti cucito in casa, tutti verde militare, e lei che aiuta la mamma, debole di vista, a infilare il filo nella cruna dell'ago. L'idea che potesse esistere altro, un vestito come espressione di sé, lo deve ai racconti della nonna, cresciuta nella Cina di inizio '900, quando un gioiello o un abito ricamato non erano ancora simboli borghesi e reazionari.

Negli anni '80 Guo si iscrive a una delle prime scuole di design di Cina, poi viene assunta in una fabbrica statale di vestiti per bambini, unici modelli per cui era ammessa un po' di creatività. "Nel 1989 ho speso un intero stipendio per comprare una delle prime riviste giapponesi di moda pubblicate qui, per un mese ho mangiato solo riso".

Ma poi all'improvviso in Cina arrivano il mercato e i consumi, varietà, forme e colori mai visti. Per anni Guo è capo stilista di una delle prime aziende private di vestiti del Paese, guadagna benissimo, quindi investe tutto per aprire il suo atelier, Rose Studio. Si butta sugli abiti su misura, che nessuno voleva fare, materiali e cuciture di prima qualità, li fa pagare dieci volte più degli altri.

"Qualche anno dopo qualcuno mi ha detto che stavo facendo haute couture", spiega ridendo. Diventa un simbolo della nuova Cina, disegna gli abiti delle premiazioni per le Olimpiadi di Pechino, sottoponendo centinaia di versioni prima di ottenere il via libera dei funzionari di Partito. Poi diventa un simbolo nel mondo: nel 2016 Rihanna sceglie un suo abito per il tappeto rosso del Met (il galà di beneficenza del Metropolitan di New York), un mantello giallo a strascico di 25 chili che qualcuno ribattezza "l'omelette". Pesa così tanto che la devono aiutare in tre a salire le scale, ma lo porta in modo regale.

Times mette Guo tra le cento persone più influenti al mondo, la Cina che conquista l'Occidente, non riesce a molti: "Non ho ricette, metto insieme quello che amo e per questo mi riesce", dice lei. E ora che tra Cina e Occidente si alzano muri? Risposta da artista e donna d'affari: "Amo il mio Paese, non cambierei mai nazionalità. Qui sono stata criticata perché uso seta italiana e non cinese, ma lo faccio perché è la migliore. Il lavoro dell'artista è creare bellezza, non esprimere idee politiche, le barriere per noi non vanno bene".

Ma c'è un altro cambiamento da affrontare, quello interno alla Cina. Sull'identità e il profilo dei suoi clienti Guo è riservatissima, ma dopo l'epoca dell'arricchimento e dell'ostentazione sfrenati il Paese evolve. "Dieci anni fa i cinesi compravano lusso solo per fare 'show off', esibire la ricchezza, ora è sempre meno così".

E il coronavirus sembra accelerare le tendenze. Parlare di frugalità in Cina, specie tra questi abiti da decine di migliaia di euro, suona fuori luogo. C'è chi scommette che dimenticato il Covid-19 i cinesi torneranno ad affollare i centri commerciali come e più di prima, per la gioia dei brand globali del lusso. Ma Guo, certo in maniera interessata, la vede diversamente: "Non si torna a prima. Le persone ridurranno gli acquisti dei vestiti "normali", anche di marca, ma avranno sempre più voglia di creazioni uniche, che abbaino un significato speciale per loro". Per la moda cinese sarebbe un'altra rivoluzione.