Esteri

Dagli Usa nuove sanzioni alle imprese di Pechino nel Mar cinese meridionale

Le decisioni dei dipartimenti di Stato e Commercio Usa mirano a intaccare soprattutto la China Communications Construction Co., quotata a Hong Kong e Shanghai e con oltre 124mila impiegati: è la società di infrastrutture centrale per il piano di espansione di Xi Jinping
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WASHINGTON - Nuove tensioni tra Stati Uniti e Pechino relative alla contesa sulle acque del Mar Cinese Meridionale. Secondo quanto riporta oggi il Wall Street Journal, Washington è in procinto di emettere una serie di restrizioni sui visti e sulle esportazioni nei confronti di una ventina di società statali cinesi e dei loro dirigenti.

Le decisioni dei dipartimenti di Stato e Commercio Usa mirano a intaccare soprattutto la China Communications Construction Co. Quotata a Hong Kong e Shanghai e considerata la Huawei delle infrastrutture, la CCCC - con i suoi oltre 124mila impiegati - è la società chiave per lo sviluppo di infrastrutture e centrale nell'ambito del piano di Xi Jinping, la Nuova via della seta, voluta dal leader cinese per migliorare i collegamenti commerciali con i Paesi nell'Eurasia attraverso lo sviluppo di una rete globale di porti, strade, ferrovie, condutture e parchi industriali, in gran parte costruiti da società cinesi e finanziati da istituti di credito cinesi. Un colosso che gli Stati Uniti hanno intenzione di frenare.

Washington ha quindi aggiunto 24 società cinesi attive nel Mar Cinese Meridionale, comprese cinque sussidiarie della CCCC, a un elenco già esistente del Dipartimento del Commercio che limita le società Usa a fornire la propria tecnologia senza una licenza. Il Dipartimento di Stato ha anche negato visti statunitensi ad un gruppo di dirigenti cinesi, non specificati, coinvolti in attività considerate "illegali" nel Mar Cinese Meridionale.

A metà luglio le tensioni erano sfociate in lamentele ufficiali. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian aveva chiesto a Washington di non continuare ad "addentrarsi lungo il cammino degli errori" e di smettere di creare tensioni nel Mar Cinese Meridionale, replicando al segretario di Stato americano Mike Pompeo che si era opposto alle rivendicazioni di sovranità cinesi su tali acque, definite "totalmente illegali". Secondo Washington, mai come ora, la minaccia cinese verso gli interessi condivisi degli americani e dei loro alleati nell'area sarebbe elevata. Per Zhao invece con le sue dichiarazioni Pompeo avrebbe violato sia l'impegno americano per il rispetto della sovranità su tali acque sia la legge internazionale, provocando deliberatamente dispute territoriali marittime.

Pompeo ha dichiarato che la posizione americana è allineata all'esito della sentenza emessa dalla Corte internazionale di Giustizia dell'Aia del 12 luglio 2016, ribadita il 27 giugno scorso anche dai Paesi dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN), che aveva invalidato le basi su cui si fondano le odierne rivendicazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, note come linea dei 9 tratti. Secondo gli americani la Cina violerebbe la legge internazionale cercando di costruire un impero marittimo nel Mar Cinese Meridionale.

Pechino afferma la sovranità sulla maggior parte del Mar Cinese Meridionale e le sue rivendicazioni si sovrappongono a quelle di sei governi, inclusi cinque paesi del Sudest asiatico. Sotto Xi, dal 2013, la Cina ha costruito isole artificiali nell'area cinese, fortificandole con armi e missili, nonostante la promessa di non "militarizzare" le isole fatta dal leader cinese in una conferenza stampa del 2015 alla Casa Bianca.

Il segretario al commercio Wilbur Ross ha affermato che le società prese di mira dalle nuove restrizioni "hanno un ruolo significativo nella costruzione di queste isole artificiali da parte della Cina e devono essere ritenute responsabili".

Non è chiaro come riusciranno le nuove restrizioni ad intaccare la CCCC. Nell'ambito dell'iniziativa cinese della Nuova via della seta, la CCCC è ovunque. Dai progetti ferroviari e gasdotti in Malesia che coinvolgono l'ex primo ministro Najib Razak e il fuggitivo finanziere cinese Jho Low, due figure ora prese di mira in un'indagine di frode multimiliardaria, fino alla costruzione di aeroporti in Groenlandia che la Casa Bianca ha contrastato nel 2018 nel timore che potessero essere un punto d'appoggio per l'esercito cinese nell'Artico nordamericano.

Gli Stati Uniti non hanno rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, ma hanno affermato di voler garantire la libertà di navigazione in quelle acque e esortato gli Stati richiedenti a risolvere le controversie in modo pacifico e in conformità con il diritto internazionale. Per Pechino la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici. In particolare da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall'allora Repubblica di Cina dove con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque, includendole quasi per intero.

L'assistente del segretario di stato David Stilwell ha definito la CCCC e altre imprese statali coinvolte nelle attività della Cina nel sud-est asiatico "l'equivalente moderno della Compagnia delle Indie Orientali", il conglomerato che alimentava l'impero coloniale britannico. Gli Stati Uniti, secondo il Wsj,  accusano la CCCC e le sue affiliate di essere coinvolte in corruzione, finanziamenti predatori e distruzione ambientale in alcuni progetti in Sri Lanka, Malesia, Kenya, Tanzania, Filippine e altrove. Né la CCCC né l'ambasciata cinese a Washington hanno commentato al quotidiano tali accuse.