Esteri

Il portavoce talebano: "Vogliamo la pace ma Kabul frena"

(ansa)
Gli "studenti coranici" accusano il governo di Ashraf Ghani: "Ritarda la liberazione dei prigionieri, ma il popolo afgano lo giudicherà"
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I talebani sono pronti a un accordo con Kabul, ma solo se saranno liberati tutti i compagni tenuti prigionieri nelle carceri dell'Afghanistan. Al momento non sono contenti, per tre motivi. Innanzitutto c'è la minaccia crescente alla loro leadership, derivata dall'alleanza recente tra Isis-Khorasan e la rete Haqqani. Inoltre, c'è il pressing crescente delle forze di sicurezza governative nei territori tradizionalmente controllati dai fondamentalisti. Infine, accusano il presidente Ashraf Ghani di voler ritardare i negoziati, prendendo tempo sulla liberazione dei prigionieri e, una volta rilasciati, inviando contro di loro droni armati. Lo conferma Suhail Shaheen, portavoce dell'Emirato. 

Il governo afgano è pronto a rilasciare gli ultimi 400 prigionieri. Siete soddisfatti?  
"Siamo in parte soddisfatti, ma vogliamo che tutti i prigionieri siano liberati. Solo questo può spianare la strada all'inizio dei colloqui. Purtroppo, però, non è avvenuto e questo può comportare un ritardo negli accordi di riconciliazione nazionale".  

Il presidente Ashraf Ghani ha avvertito che gli ultimi detenuti liberati sono un "pericolo per il mondo".  
"È un'affermazione priva di ogni fondamento: sono prigionieri politici come gli altri 4000 liberati e non sono certo un pericolo per il mondo. Purtroppo vengono utilizzati come pretesto per ritardare i negoziati. Se il popolo afgano sta pagando il prezzo di questo ritardo è solo colpa del governo. Noi riteniamo che siano stupide scuse per rallentare il processo di pace".  

I prigionieri talebani liberati subiscono una serie di violenze. Quali sono i motivi?  
"Ci sono stati molti attacchi in cui alcuni nostri fratelli rilasciati sono stati uccisi, altri nuovamente rinchiusi nelle carceri oppure attaccati nelle loro case, anche con l'uso di droni. Dal nostro punto di vista è una campagna condotta da governo e da Isis-Khorasan per costringere i prigionieri a lasciare le loro case e ricominciare a combattere. La nostra politica invece è quella di far capire a chi ha sbagliato gli errori commessi in passato e cambiare. Questi attacchi indiscriminati provocano il panico tra le famiglie e la popolazione locale".  

Ultimamente in Afghanistan c'è stato un aumento di violenza, attribuito a Isis-Khorasan e alla sua alleanza strategica con la rete Haqqani, che i talebani stanno combattendo. Qual è la situazione sul terreno? 
"Ogni giorno riceviamo segnalazioni dai nostri informatori che ci sono violazioni quotidiane. Gli artefici principali sono anche le forze governative, che stanno prendendo di mira le aree sotto il nostro controllo. È un'occupazione vera e propria, nonché uno dei motivi principali dell'aumento delle violenze perché dobbiamo difendere le nostre terre. Di fatto i nemici stanno sfruttando queste opportunità per espandere le loro area di influenza. Ciò vale sia per Kabul sia per Isis-K, che recentemente ha unito le forze con la rete Haqqani al fine di accrescere il suo peso nel Paese e contrastare l'influenza dell'Emirato Islamico. Non a caso, come hanno confermato le autorità afgane, il nuovo leader della formazione è Shahab Al-Muhajir, già membro del gruppo fondato da Jalaluddin Haqqani. L'accordo prevede che i primi forniscano tecnologia e manovalanza, mentre i secondi il supporto logistico e la rete di relazioni soprattutto nella zone tribali autonome al confine del Pakistan".  

Quale sarà il futuro dell'Afghanistan?  
"Il futuro sarà luminoso se le forze internazionali e le due parti del conflitto si accorderanno, concentrandosi sui valori condivisi dagli organismi nazionali e i principi islamici, con un solo obiettivo: l'interesse nazionale. Se gli accordi dovessero saltare, la parte che ha contribuito al fallimento e non ha sostenuto questa politica si assumerà le proprie responsabile davanti al popolo afgano. Conosco troppo bene la mia gente, non cadrebbe nel tranello di un raggiro politico".