Esteri

Eroe o aguzzino: la doppia verità su Rusesabagina, l'uomo che ispirò il film "Hotel Rwanda"

Paul Rusesabagina (a destra) con al fianco la moglie e Don Cheadle che lo impersona in "Hotel Rwanda" (reuters)
Arrestato per terrorismo, durante il genocidio del 1994 salvò oltre 1200 tutsi dando rifugio nel suo hotel. Parla un sopravvissuto: "Quel posto era un campo di concentramento. È un colluso". Replica la figlia: "Tutto falso"
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UN eroe, un approfittatore, un bugiardo, un terrorista, un sovversivo. Chi è davvero Paul Rusesabagina, che ora è detenuto in un carcere di Kigali in Ruanda con l'accusa di voler sovvertire il governo? Misteri e dubbi circondano la sua vita da quando venne raccontata nel 2004 dal film di Terry George, Hotel Rwanda, che ne fece un eroe.
Film del 2004 diretto da Terry George con Don Cheadle 

Durante la mattanza del genocidio ruandse, nonostante fosse di etnia hutu, Rusesabagina mise in salvo 1.268 tutsi, inseguiti dai machete degli hutu. Li nascose nell'Hôtel des Mille Collines di Kigali, di cui era general manager. Ma qualcuno non la pensa così. "Non salvò proprio nessuno", ci dice da Bruxelles Tatien Ndolimana Miheto che in quei giorni era nell'albergo e coordinava i rifugiati. "Voleva i soldi e prendeva a calci nel sedere chi non li aveva, buttandoli fuori". "Non è vero. È tutto falso", ci dice la figlia Anaise Kanimba, che vuole che il mondo sappia che il padre è stato davvero un eroe.

È stato proprio il film di Terry George a far venire a galla altre versioni sull'eroismo di Rusesabagina. Molti sopravvissuti hanno iniziato a parlare e a smentire le gesta raccontate nel film. Oggi si riparla di quella controversia perché l'hutu è anche accusato di terrorismo. Il governo di Paul Kagame lo ha arrestato e messo in carcere con l'accusa di guidare un partito affiliato ai terroristi responsabili di assassini e rapimenti nel Paese. Due giorni fa "è stato rapito a Dubai" dall'intelligence rwandese, dice invece la figlia, e portato a Kigali davanti a un tribunale: manette ai polsi, mascherina sul volto e nessun avvocato presente.

"Abbiamo saputo del suo arresto a Dubai quando abbiamo visto le foto sui social", racconta Anaise da San Antonio in Texas dove risiede anche il padre. "Papà non fa parte di nessun partito. Gestisce una fondazione in difesa dei ruandesi. E quel video è statp manipolato". Si riferisce a un filmato che gira in Rete in cui il padre fa un intervento inequivocabilmente reazionario e lancia l'appello: "Dobbiamo fermare Kagame con ogni mezzo". Nel video, in basso a destra, il logo ben visibile del Nfl, un gruppo ribelle ruandese. Alla nostra richiesta alla figlia di prove su questa presunta manipolazione, è calato il silenzio.

Il film del 2004 ha fatto conoscere Rusesabagina al mondo dandogli una svegliata sul genocidio più efferato e dimenticato del mondo. L'anno dopo George W. Bush lo ha insignito della "medaglia presidenziale per la libertà", il riconoscimento civile più elevato negli Usa.

"Sopravvivere a un genocidio è un miracolo. La vita non è più normale. Ci vuole una missione. La mia è: 'Mai più'". Ci racconta Miheto, dissidente tutsi che nei giorni del genocidio aveva 34 anni. Si salvò tra le mura dell'hotel che lui però definisce "un campo di concentramento".

Racconta che Rusesabagina arrivò a fine aprile con l'incarico da manager. "È un negazionista genocidario. Sostiene che sono stati i tutsi a istigare il massacro. Era connivente con i nostri carnefici, ci beveva e ci parlava a lungo". Ma più di mille persone si sono salvate grazie alla protezione ricevuta nell'hotel. "Non grazie a lui, ma alla bandiera Onu che sventolava sul tetto. L'Unamir, le forze Onu presenti sul territorio, avevano fatto dell'albergo il loro quartier generale. Erano intoccabili dagli hutu". Miheto è solo uno dei tanti che dà la stessa versione. "È falso. Mio padre li ha salvati. Nel 1994, dopo la cacciata degli hutu e la presa del potere dei tutsi, Kagame lo voleva al suo fianco. Papà si rifiutò e fu costretto a scappare", replica la figlia.

Dall'esilio in Belgio, dove faceva il tassista, Rusesabagina ha iniziato la sua battaglia contro il "dittatore buono", il soprannome di Kagame. Ha persino scritto una lettera a Donald Trump nel 2018: sei pagine contro "i crimini di Kagame e del suo esercito contro gli hutu". Oltre a denunciarne la violenta autocrazia, lo ha accusato di aver ucciso decine di migliaia di hutu dandoli in pasto ai coccodrilli. Nel 2010  un rapporto delle Nazioni unite confermava l'uccisione di migliaia di hutu nella Repubblica democratica del Congo.

Certo è che a Kagame le critiche non piacciono. Nel mese di luglio, denuncia la Fondazione di Rusesabagina, Rwandan lives matter, ma anche molte associazioni per i diritti umani, nove persone sono morte. Tutti oppositori di Kigali. A rischio di vita, anche il premio Nobel congolese, Denis Mukwege. Si è pronunciato contro le azioni invasive del presidente ruandese in territorio congolese a caccia dei "terroristi". E ora si sta pensando a dargli una scorta.

Il mondo ha bisogno di eroi. Peccato. Ma comunque siano andate le cose, grazie all'Onu o a Rusesabagina, mille vite sono state salvate dai colpi mortali di machete, dagli stupri e dalle torture. Bugiardo o eroe, ci si aspetta che Kigali gli riconosca i diritti umani e legali di un qualsiasi Paese civile e democratico.