TRIPOLI - Il ministro dell'Interno del governo di Tripoli, Fathi Bishaga, è stato reintegrato nel suo incarico dal presidente del Consiglio presidenziale Fayez Serraj. E' stato quindi congelato, per il momento, lo scontro interno al governo sostenuto dalle Nazioni Unite che aveva portato Serraj (con l'appoggio del potente vice-presidente Ahmed Maitig) a sospendere Bishaga per il suo presunto ruolo ai danni del governo nella gestione di alcune proteste di piazza 3 settimane fa.
In un messaggio postato sulla pagina Facebook del Consiglio presidenziale, Serraj fa scrivere che "la sospensione del signor Fathi Bishaga, ministro dell'Interno, è revocata. Egli esercita le proprie funzioni a partire da questa data". La "sospensione precauzionale" era stata annunciata venerdì sera: l'accusa - e il sospetto - di Serraj era che Bishaga avesse lasciato campo libero ai manifestanti che protestavano contro corruzione e deterioramento delle condizioni di vita mentre miliziani filo-Serraj erano intervenuti per disperdere le proteste anti-governative.
Bishaga era stato sorpreso dal provvedimento mentre era in Turchia, nuovo arbitro della situazione in Tripolitania grazie dell'appoggio militare che ha bloccato l'attacco a Tripoli del generale Khalifa Haftar, e aveva spiegato la sospensione anche con sue dichiarazioni contro la corruzione diffusa in tutte le istituzioni libiche.
I frequentissimi black-out elettrici, gli stipendi pagati in ritardo e il crollo del dinaro libico sono stati tra gli elementi scatenanti delle proteste di cui viene preannunciata una ripresa per domani, venerdì islamico. Ma la contesa appare sul ruolo da attribuire alle formazioni armate. Il premier, pur ammettendo che andrebbero indebolite e inquadrate in strutture statali, vorrebbe venire loro incontro in virtù del tributo di sangue pagato nella guerra contro Haftar. Bishaga, pur essendo un patron di miliziani nella potente Misurata, sostiene invece che si debba smobilitare queste formazioni al più presto senza dare loro ulteriore forza.
Analisti hanno visto nell'attrito anche un riflesso di referenze politiche incrociate con il ministro più vicino alla Turchia e Sarraj influenzato dagli Usa in un emergere di contrasti favorito dalla fine di un formidabile collante: l'assedio a Tripoli di Haftar ormai sulla difensiva a Sirte.
Vista la minoranza numerica e qualitativa delle milizie che appoggiano Bishaga (soprattutto la Rada guidata dall'islamista-salafita Abdul Rauf Kara) rispetto a quelle tripoline o comunque filo-Sarraj (soprattutto la potente brigata Nawasi) fin dall'inizio analisti e diplomatici avevano definito improbabile che l'attrito potesse degenerare in scontri armati come quelli della guerra civile 2014 o dell'agosto-settembre 2018.
La verità è che in questi giorni sono continuati ad arrivare rifornimenti militari ad Est, soprattutto a Sirte e a Jufra, a sostegno del dispositivo militare del generale Haftar: la previsione di molti è che la tregua di queste settimane possa avere corto respinto, e che le milizie di Haftar prima o poi tornino ad attaccare quelle che difendono il governo di Tripoli.
In un messaggio postato sulla pagina Facebook del Consiglio presidenziale, Serraj fa scrivere che "la sospensione del signor Fathi Bishaga, ministro dell'Interno, è revocata. Egli esercita le proprie funzioni a partire da questa data". La "sospensione precauzionale" era stata annunciata venerdì sera: l'accusa - e il sospetto - di Serraj era che Bishaga avesse lasciato campo libero ai manifestanti che protestavano contro corruzione e deterioramento delle condizioni di vita mentre miliziani filo-Serraj erano intervenuti per disperdere le proteste anti-governative.
Bishaga era stato sorpreso dal provvedimento mentre era in Turchia, nuovo arbitro della situazione in Tripolitania grazie dell'appoggio militare che ha bloccato l'attacco a Tripoli del generale Khalifa Haftar, e aveva spiegato la sospensione anche con sue dichiarazioni contro la corruzione diffusa in tutte le istituzioni libiche.
I frequentissimi black-out elettrici, gli stipendi pagati in ritardo e il crollo del dinaro libico sono stati tra gli elementi scatenanti delle proteste di cui viene preannunciata una ripresa per domani, venerdì islamico. Ma la contesa appare sul ruolo da attribuire alle formazioni armate. Il premier, pur ammettendo che andrebbero indebolite e inquadrate in strutture statali, vorrebbe venire loro incontro in virtù del tributo di sangue pagato nella guerra contro Haftar. Bishaga, pur essendo un patron di miliziani nella potente Misurata, sostiene invece che si debba smobilitare queste formazioni al più presto senza dare loro ulteriore forza.
Analisti hanno visto nell'attrito anche un riflesso di referenze politiche incrociate con il ministro più vicino alla Turchia e Sarraj influenzato dagli Usa in un emergere di contrasti favorito dalla fine di un formidabile collante: l'assedio a Tripoli di Haftar ormai sulla difensiva a Sirte.
Vista la minoranza numerica e qualitativa delle milizie che appoggiano Bishaga (soprattutto la Rada guidata dall'islamista-salafita Abdul Rauf Kara) rispetto a quelle tripoline o comunque filo-Sarraj (soprattutto la potente brigata Nawasi) fin dall'inizio analisti e diplomatici avevano definito improbabile che l'attrito potesse degenerare in scontri armati come quelli della guerra civile 2014 o dell'agosto-settembre 2018.
La verità è che in questi giorni sono continuati ad arrivare rifornimenti militari ad Est, soprattutto a Sirte e a Jufra, a sostegno del dispositivo militare del generale Haftar: la previsione di molti è che la tregua di queste settimane possa avere corto respinto, e che le milizie di Haftar prima o poi tornino ad attaccare quelle che difendono il governo di Tripoli.