Turchia, Libia, Russia: è l'Europa delle sanzioni
Alberto D’ArgenioL'Ue mostra i muscoli nei rapporti con i vicini. Ma l'assenza di una forza militare comune e il moltiplicarsi dei teatri di crisi indebolisce la politica estera di Bruxelles. L'unico strumento restano le misure economiche. Con una priorità: la minaccia Erdogan
BRUXELLES - La promessa di un’Europa geopolitica firmata da Ursula von der Leyen lo scorso dicembre prende sempre più le sembianze di un’Europa delle sanzioni. Turchia, Libia, Russia, Bielorussia. I rapporti con i vicini al momento sono muscolari. Un inizio aggressivo per farsi valere magari solo minacciando le restrizioni economiche per normalizzare le relazioni o un fallimento della politica estera decretato dalle divisioni tra partner continentali e dall’assenza di una forza militare comune che dia sostanza alla diplomazia di Bruxelles? Lo diranno i prossimi mesi, ma intanto i teatri di crisi sono molteplici. E al momento la priorità numero uno ha un nome: Recep Tayyip Erdogan.
A Bruxelles e nelle capitali l’urgenza è disinnescare le tensioni nel Mediterraneo orientale tra Turchia e due membri dell’Unione, Grecia e Cipro, scatenate dalle trivellazioni illegali che Ankara conduce nelle acque territoriali di Atene e Nicosia. Non a c…
A Bruxelles e nelle capitali l’urgenza è disinnescare le tensioni nel Mediterraneo orientale tra Turchia e due membri dell’Unione, Grecia e Cipro, scatenate dalle trivellazioni illegali che Ankara conduce nelle acque territoriali di Atene e Nicosia. Non a c…
BRUXELLES - La promessa di un’Europa geopolitica firmata da Ursula von der Leyen lo scorso dicembre prende sempre più le sembianze di un’Europa delle sanzioni. Turchia, Libia, Russia, Bielorussia. I rapporti con i vicini al momento sono muscolari. Un inizio aggressivo per farsi valere magari solo minacciando le restrizioni economiche per normalizzare le relazioni o un fallimento della politica estera decretato dalle divisioni tra partner continentali e dall’assenza di una forza militare comune che dia sostanza alla diplomazia di Bruxelles? Lo diranno i prossimi mesi, ma intanto i teatri di crisi sono molteplici. E al momento la priorità numero uno ha un nome: Recep Tayyip Erdogan.
A Bruxelles e nelle capitali l’urgenza è disinnescare le tensioni nel Mediterraneo orientale tra Turchia e due membri dell’Unione, Grecia e Cipro, scatenate dalle trivellazioni illegali che Ankara conduce nelle acque territoriali di Atene e Nicosia. Non a caso il dossier turco sarà al centro del vertice straordinario dei capi di Stato e di governo europei del 24 e 25 settembre a Bruxelles. La parola d’ordine è de-escalation. Ma riuscirci appare un’impresa, tanto più che il fronte delle capitali Ue è spaccato.
Da un lato Francia e Austria sostengono la richiesta di sanzioni immediate avanzata da Grecia e Cipro, che le vorrebbero lanciare già prima del summit. Frenano Germania e Italia, che preferiscono dare un’ultima chance al dialogo. Fa ben sperare l’annuncio arrivato ieri dalla Nato, della quale Grecia e Turchia sono partner: nei prossimi giorni i due contendenti torneranno a parlarsi proprio in seno all’Alleanza. Un inizio dopo le tensioni militari di agosto, ma non basta. Ci vuole una soluzione al contenzioso. Intanto Cipro continua a premere perché le sanzioni lanciate nei mesi scorsi mettano i denti, colpendo direttamente la Tpao, ovvero la società petrolifera turca che trivella nel Mediterraneo. La Grecia reclama sanzioni che colpiscano interi settori dell’economia di Ankara. Gli altri temono che simili iniziative possano ritorcersi contro gli stessi interessi economici ed energetici europei. Con lo spauracchio che di fronte alla sfida Erdogan apra le frontiere e spedisca in Europa parte dei 4 milioni di rifugiati che ospita nel suo paese, facendo ripiombare il Continente nell’incubo del 2015.
La resa dei conti tra europei arriverà dunque il 24 settembre, quando i leader dovranno discutere a 360 gradi il futuro dei rapporti con la Turchia (con i falchi che spingono per mettere fine alla candidatura “farsa” di Ankara alla Ue per passare ad un rapporto completamente muscolare). Solo un dialogo davvero promettente con la Grecia nei prossimi 20 giorni potrebbe evitare all’Unione una decisione di tale portata e rinviare le sanzioni.
Intanto sottotraccia l’Europa riflette anche a un set di sanzioni contro la Libia per la violazione dell’embargo alle armi. Colpirebbero tanto Tripoli quanto la Cirenaica. E si studiano anche su misure che colpiscano gli attori stranieri che gli armamenti li hanno forniti ai due fronti libici. Un dossier esplosivo che per maturare avrà bisogno di tempo, mentre già prima del vertice di fine settembre potrebbero essere lanciate le sanzioni contro la Bielorussia: colpiranno i responsabili dei brogli elettorali e della repressione delle manifestazioni di piazza contro Alexandr Lukashenko.
Ieri l’Alto rappresentante Josep Borrell ha minacciato anche nuove sanzioni contro la Russia per il caso Navalnyj. Le misure arriveranno se emergeranno nuove e schiaccianti prove del coinvolgimento dello Stato russo nell’avvelenamento del primo oppositore di Vladimir Putin o se i russi rifiuteranno di cooperare ad un’indagine che faccia luce sui fatti. Così come sono certe sanzioni contro Mosca se lo “zar” interverrà militarmente in Bielorussia in favore di Lukashenko, spingendo le sue truppe a poche centinaia di chilometri da Varsavia.
Anche con la Cina i rapporti potrebbero peggiorare, sebbene in questo caso non si parli di sanzioni. Le relazioni con Pechino saranno il secondo piatto forte del vertice del 24 e 25 settembre, che sarà preceduto, tra una decina di giorni, da una telefonata a Xi Jinping da parte di Angela Merkel, Ursula von der Leyen e Charles Michel. I vertici dell’Unione chiederanno al leader cinese spiegazioni sui ritardi alla firma dell’accordo sulla reciprocità degli investimenti, fondamentale per l’economia europea finora economicamente invasa dal Dragone senza la possibilità di equilibrare la bilancia commerciale con la presenza libera delle nostre aziende in Cina. In caso di evidente reticenza di Xi, a fine mese gli europei studieranno le contromosse seguendo il refrain secondo il quale “non possiamo più essere naif”. In sostanza, l’Europa varerà una nuova dottrina strategica nei confronti della Cina che comprenderà una serie di contromisure che limiteranno l’espansione cinese nel Continente per spingere Pechino ad aprire su imprese, investimenti e appalti. La strategia per rimpatriare la produzione di materie prime sensibili lanciata ieri a Bruxelles ne è un antipasto che sa di avvertimento.
A Bruxelles e nelle capitali l’urgenza è disinnescare le tensioni nel Mediterraneo orientale tra Turchia e due membri dell’Unione, Grecia e Cipro, scatenate dalle trivellazioni illegali che Ankara conduce nelle acque territoriali di Atene e Nicosia. Non a caso il dossier turco sarà al centro del vertice straordinario dei capi di Stato e di governo europei del 24 e 25 settembre a Bruxelles. La parola d’ordine è de-escalation. Ma riuscirci appare un’impresa, tanto più che il fronte delle capitali Ue è spaccato.
Da un lato Francia e Austria sostengono la richiesta di sanzioni immediate avanzata da Grecia e Cipro, che le vorrebbero lanciare già prima del summit. Frenano Germania e Italia, che preferiscono dare un’ultima chance al dialogo. Fa ben sperare l’annuncio arrivato ieri dalla Nato, della quale Grecia e Turchia sono partner: nei prossimi giorni i due contendenti torneranno a parlarsi proprio in seno all’Alleanza. Un inizio dopo le tensioni militari di agosto, ma non basta. Ci vuole una soluzione al contenzioso. Intanto Cipro continua a premere perché le sanzioni lanciate nei mesi scorsi mettano i denti, colpendo direttamente la Tpao, ovvero la società petrolifera turca che trivella nel Mediterraneo. La Grecia reclama sanzioni che colpiscano interi settori dell’economia di Ankara. Gli altri temono che simili iniziative possano ritorcersi contro gli stessi interessi economici ed energetici europei. Con lo spauracchio che di fronte alla sfida Erdogan apra le frontiere e spedisca in Europa parte dei 4 milioni di rifugiati che ospita nel suo paese, facendo ripiombare il Continente nell’incubo del 2015.
La resa dei conti tra europei arriverà dunque il 24 settembre, quando i leader dovranno discutere a 360 gradi il futuro dei rapporti con la Turchia (con i falchi che spingono per mettere fine alla candidatura “farsa” di Ankara alla Ue per passare ad un rapporto completamente muscolare). Solo un dialogo davvero promettente con la Grecia nei prossimi 20 giorni potrebbe evitare all’Unione una decisione di tale portata e rinviare le sanzioni.
Intanto sottotraccia l’Europa riflette anche a un set di sanzioni contro la Libia per la violazione dell’embargo alle armi. Colpirebbero tanto Tripoli quanto la Cirenaica. E si studiano anche su misure che colpiscano gli attori stranieri che gli armamenti li hanno forniti ai due fronti libici. Un dossier esplosivo che per maturare avrà bisogno di tempo, mentre già prima del vertice di fine settembre potrebbero essere lanciate le sanzioni contro la Bielorussia: colpiranno i responsabili dei brogli elettorali e della repressione delle manifestazioni di piazza contro Alexandr Lukashenko.
Ieri l’Alto rappresentante Josep Borrell ha minacciato anche nuove sanzioni contro la Russia per il caso Navalnyj. Le misure arriveranno se emergeranno nuove e schiaccianti prove del coinvolgimento dello Stato russo nell’avvelenamento del primo oppositore di Vladimir Putin o se i russi rifiuteranno di cooperare ad un’indagine che faccia luce sui fatti. Così come sono certe sanzioni contro Mosca se lo “zar” interverrà militarmente in Bielorussia in favore di Lukashenko, spingendo le sue truppe a poche centinaia di chilometri da Varsavia.
Anche con la Cina i rapporti potrebbero peggiorare, sebbene in questo caso non si parli di sanzioni. Le relazioni con Pechino saranno il secondo piatto forte del vertice del 24 e 25 settembre, che sarà preceduto, tra una decina di giorni, da una telefonata a Xi Jinping da parte di Angela Merkel, Ursula von der Leyen e Charles Michel. I vertici dell’Unione chiederanno al leader cinese spiegazioni sui ritardi alla firma dell’accordo sulla reciprocità degli investimenti, fondamentale per l’economia europea finora economicamente invasa dal Dragone senza la possibilità di equilibrare la bilancia commerciale con la presenza libera delle nostre aziende in Cina. In caso di evidente reticenza di Xi, a fine mese gli europei studieranno le contromosse seguendo il refrain secondo il quale “non possiamo più essere naif”. In sostanza, l’Europa varerà una nuova dottrina strategica nei confronti della Cina che comprenderà una serie di contromisure che limiteranno l’espansione cinese nel Continente per spingere Pechino ad aprire su imprese, investimenti e appalti. La strategia per rimpatriare la produzione di materie prime sensibili lanciata ieri a Bruxelles ne è un antipasto che sa di avvertimento.